Vice Direttore dell’OFCE, il centro di ricerca sulle congiunture economiche di Sciences Po(Parigi)

Questo testo riprende e sviluppa le prime pagine di La Riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela, uscito il 3 settembre 2020 per Luiss University Press.

 
 

Mentre nel marzo 2020 i Paesi europei andavano in lockdown uno dopo l’altro e i messaggi alla nazione si susseguivano con cadenza quotidiana, l’Europa ha dato prova di una reattività inaspettata. La pandemia ha colto tutti impreparati. I sistemi sanitari si sono rivelati quasi ovunque inadeguati, il coordinamento sovranazionale praticamente inesistente. In poche settimane, mentre un terzo della popolazione mondiale entrava in quarantena, l’economia è stata messa in coma indotto per contribuire ad arrestare la diffusione del virus. Mai, nemmeno durante le grandi crisi finanziarie globali come quella del 1929 o quella del 2008, l’economia era stata artificialmente congelata.

In quei giorni frenetici Mario Draghi scriveva in un articolo per il Financial Times che per sostenere il tessuto produttivo bisognava “fare presto”, senza preoccuparsi dell’inevitabile aumento del debito pubblico (propositi meglio precisati più recentemente, quando l’ex presidente della Bce ha sottolineato che il debito deve essere utilizzato a fini produttivi).

L’impatto del virus sull’economia è stato quanto di più simile si possa immaginare a una guerra (senza eserciti, anche se purtroppo con il suo carico di vittime). Contrariamente alla crisi del 2008, quando l’Europa era stata incerta e lenta, ci si è mossi presto e bene. Il 18 marzo la Bce ha annunciato un’iniezione di liquidità senza precedenti. Qualche giorno prima la presidente Christine Lagarde aveva fatto una gaffe in conferenza stampa affermando che non era compito della Bce occuparsi degli spread e mandando i mercati finanziari in tilt. Dopo solo qualche giorno l’istituto di Francoforte aveva tirato fuori il bazooka, come a voler compensare lo scivolone, varando un piano straordinario e massiccio di acquisti di titoli pubblici per proteggere i governi da eventuali pressioni speculative dei mercati.

Intanto i governi europei, le formiche del Nord (teoricamente) virtuose e le cicale “dissolute” del Sud, tiravano fuori tutto l’arsenale disponibile per far fronte a una situazione straordinaria. Anche la Commissione europea si muoveva in fretta. Alla fine di marzo la presidente Ursula von der Leyen annunciava in rapida sequenza prima l’ammorbidimento della normativa sugli aiuti di stato; poi, nello spazio di ventiquattro ore, la sospensione delle regole di bilancio europee, il Patto di Stabilità. In un tweet dal tono irrituale, von der Leyen diceva di voler “mettere i governi in condizione di pompare denaro nell’economia”.

In poche settimane, nella primavera scorsa, è radicalmente cambiato il dibattito di politica economica europea e si sono aperti scenari impensabili solo un anno fa: il Patto di Stabilità è stato messo in un cassetto; tutti i governi europei, le “cicale” come le “formiche”, hanno messo in campo misure senza precedenti per tenere a galla i rispettivi sistemi produttivi sostenendo il reddito di imprese e lavoratori; commentatori che fino a qualche mese fa predicavano austerità, tagli della spesa pubblica e privatizzazioni (anche nella sanità, dipinta agli occhi dei cittadini come il ricettacolo di sprechi e clientelismi) come soluzione per tutti i problemi del nostro Paese, oggi invocano investimenti, titoli irredimibili, riforma delle regole europee, e un “whatever it takes” della politica di bilancio.

Tuttavia, non è la prima volta che ci viene detto che “nulla sarà come prima”. Anche nel 2008-2009, nel pieno della Crisi finanziaria globale, le regole del gioco furono messe da parte e le linee di demarcazione tra le varie scuole di pensiero su limiti e potenzialità della politica economica divennero meno nette. Ma ai primi segnali di ripresa i vecchi riflessi, da una parte e dall’altra, riapparvero più forti di prima. Forse proprio a causa delle tossine lasciate da dieci anni di crisi del debito sovrano, le polemiche tra frugali e dissoluti non si sono placate nemmeno di fronte a un dramma, umano prima ancora che economico, che ha colpito tutti e che avrebbe richiesto di far fronte comune. I dissensi sul Fondo per la Ripresa, sulla mutualizzazione del debito, sulle condizioni del MES (questi ultimi a dire il vero molto più vivaci all’interno dei nostri confini che altrove in Europa), riflettono la contrapposizione antica tra un’Europa delle regole e un’Europa delle politiche comuni e ripropongono immutate tutte le linee di frattura che nello scorso decennio hanno accompagnato, e incanalato in politiche disastrose, la crisi del debito sovrano.

Il piano di rilancio Next Generation EU proposto dalla Commissione europea nel maggio scorso potrebbe costituire una svolta epocale per l’UE. Nonostante l’opposizione feroce di alcuni paesi, i caratteri innovativi dell’iniziativa sono ancora presenti nel compromesso raggiunto dal Consiglio Europeo il 20 luglio: un pacchetto il cui piatto forte è il Fondo per la Ripresa da 500 miliardi (la proposta della Commissione era di 750), che dovranno essere utilizzati per gli investimenti necessari alla ripresa dell’economia.

La prima innovazione del Fondo sta nella creazione di un debito comune. I 500 miliardi saranno reperiti con un’emissione di bond europei garantiti dal bilancio UE, che per l’occasione dovrebbe essere incrementato con l’introduzione di risorse proprie (come la plastic tax, la web tax o la tassa carbone alle frontiere, ad esempio). Questo debito sarà rimborsato su un orizzonte di trent’anni, a partire dal 2028, sempre nel quadro del bilancio comunitario. Ogni Paese, quindi, verrà chiamato a contribuire al rimborso secondo le proprie quote nel bilancio dell’UE che sarà negoziato per il 2028. Facendo l’ipotesi che nei bilanci futuri la ripartizione sia simile a quella di oggi, e che l’Europa non sarà riuscita a dotarsi di risorse proprie, l’Italia dovrà dedicare al rimborso, dal 2028, circa due miliardi l’anno, lo 0,11% del PIL del 2019.

Circa la metà dei fondi saranno trasferiti ai Paesi membri in quattro anni, tra il 2021 e il 2024; questo dovrebbe avvenire con modalità simili a quelle che caratterizzano strumenti già esistenti del bilancio comunitario, come i fondi strutturali. La seconda novità significativa è che tale trasferimento avverrà in base a una “chiave di ripartizione” che tenga conto degli effetti asimmetrici della crisi, allocando quindi i fondi secondo i bisogni di ogni Paese membro.

Siccome i bisogni non sono necessariamente allineati con i contributi di ogni Stato al bilancio comunitario, questo di fatto equivale a un trasferimento tra Stati. Il nostro Paese, ad esempio, abitualmente un contributore netto al bilancio comunitario, sarebbe invece un beneficiario netto del Fondo per la Ripresa (riceverà tra il 2021 e il 2024 più di quanto non dovrà pagare a partire dal 2028). La terza novità rappresentata dal Fondo per la Ripresa sta proprio nel fatto che la Germania per la prima volta si è dichiarata disponibile ad accettare una sia pur temporanea e limitata mutualizzazione del debito: mai fino ad oggi i governi tedeschi avevano accettato il principio della condivisione del rischio che consentisse ai Paesi con le finanze pubbliche più fragili di finanziarsi a tassi più favorevoli.

Al di là del suo impatto macroeconomico, insomma, il Fondo per la Ripresa rappresenta un salto di qualità importante. Una capacità di intervento centralizzata, finanziata in base alla ricchezza dei singoli Paesi e distribuita in base ai bisogni, assomiglia sia pure in modo embrionale a quella capacità di stabilizzazione di tipo federale che molti hanno auspicato fin dai primi anni di esistenza dell’euro. Il successo del Fondo potrebbe aprire la strada a una discussione sulla tappa successiva, la creazione di una capacità di bilancio permanente.

Tuttavia, i giochi non sono fatti. L’Europa ci ha abituato a grandi progetti finiti in un cassetto o trasformati in scatole vuote. Si pensi alle proposte sulla tassazione delle società, sul sussidio di disoccupazione europeo e a molte altre iniziative lodevoli accantonate per gli egoismi nazionali di questo o quel Paese. Ci sono poi tutti i limiti dello strumento, introdotti per ottenere il via libera della Germania. Il Fondo è temporaneo e non si fa carico dei debiti esistenti. Inoltre, non è ancora chiaro quali saranno le condizioni associate ai trasferimenti. È lecito, anzi necessario, che vi siano vincoli di destinazione, proprio in ossequio al principio che si tratta di uno sforzo congiunto e finalizzato ad obiettivi comuni. Non sarebbe invece in alcun modo ragionevole, come temono alcuni con pessimismo forse eccessivo, legare l’accesso al Fondo a programmi di aggiustamento macroeconomico. Inoltre, il Fondo distribuirà i finanziamenti ottenuti sui mercati ai Paesi membri, sul modello dei fondi strutturali; non si poteva fare altrimenti, visto che esso dovrà essere operativo in appena qualche mese. Ma una capacità di indebitamento comune dovrebbe essere accompagnata dalla possibilità di spendere direttamente a livello centrale.

Insomma, la strada da percorrere per poter parlare di una vera politica di bilancio europea è ancora lunghissima. Tuttavia, con il Fondo per la Ripresa potremmo averla imboccata. Era difficile poterlo solo immaginare un anno fa.

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