A cento anni di distanza, la scena del Teatro Goldoni a Livorno, il 21 gennaio 1921, “brucia” ancora.

Il tema non è se quella scissione si poteva evitare e dunque, attraverso un percorso alternativo, ricostruire una “controstoria” o una storia di come sarebbe potuta andare. Anche in questo caso, come sempre, le domande che rivolgiamo al passato nascono dalle incertezze e dalle contraddizioni del e nel presente.

Quella che si divide a Livorno cento anni fa è una famiglia politica che si interroga sul progetto – o ancora meglio – su un partito-progetto capace di dare forma al futuro.

Riformisti e comunisti, tutti si interrogano, alla fine, sulla stessa questione: l’operazione di salvataggio, o di ricostruzione di quel partito – quel partito che si vuole riformare – in che misura prepara, aiuta o costruisce competenze, dossier di lavoro, progetti che parlano di futuro a fronte della condizione di crisi in cui ora ci troviamo?

Posta così la faccenda appare meno “celebrativa”, “nostalgica” o “rivendicativa” delle “occasioni perdute” o dei “tradimenti consumati” su cui spesso la storiografia, la memoria politica e le storie di famiglia hanno insistito.
Dunque, quell’occasione di scontro durissimo – nelle parole, nei gesti, nelle contrapposizioni – propone la necessità di definire i contenuti, il vocabolario, l’immaginario, e le culture che danno forma a un partito-progetto. Lo pongono oggi, prima di allora, o forse così come allora. Non per decidere o scegliere quale migliore offerta ci fosse al tempo, adottarla e riproporla oggi, ma per ritrovare una radicalità nelle domande, e l’esigenza nel cercare delle risposte efficaci, coinvolgenti, capaci di fornire motivazione e dunque trasformarsi in percorsi di riflessione – prima ancora che armature di ideologie – per il proprio presente. Pertanto, prima di tutto, interroghiamoci su quali siano le forme dell’agire che consentono di proporsi come partito-progetto.

In prima istanza, un partito politico non è solo o prevalentemente il suo “programma massimo” o il suo “programma minimo”. Un partito è l’effetto di una riflessione che è la risposta ai bisogni sociali captati e che si propone di rappresentare. Non significa necessariamente corazzarsi di una teoria coerente e integrale; il presupposto è sapere che periodicamente occorre tornare a chinarsi sulla società reale per comprendere che le forme in cui si è espressa la partecipazione e la voce dal basso non sono più le stesse, e candidarsi a rappresentare nuove forme per dare voce ai bisogni e agli attori che si presentano sulla scena pubblica. In altre parole, dare forma a un blocco sociale significa praticare periodicamente – ancora meglio se costantemente – un esercizio di ascolto e di viaggio nella “pancia profonda” del contesto su cui si intende agire e degli attori sociali e culturali che si vuole rappresentare o con cui si vuole interloquire.

In seconda istanza fare politica, ovvero non solo dichiararla o indicare princìpi, significa cogliere i temi e le forme che incarnano il conflitto e proporsi di rappresentarle. Ogni volta si tratta di mediare tra le proprie convinzioni e le forme del malessere e della protesta. Vuol dire che la politica non è dottrina, ma è programma concreto, scelta di parole e di obiettivi. Non solo propone soluzioni ma dà anche forma a una gerarchia di questioni. Due modalità che definiscono un’idea di alternativa, sia al tempo attuale che all’offerta politica concorrente presente sul campo.

In terza istanza si tratta di sapere come dare spazio alle forme di partecipazione, quanto e in che modo rifondare il proprio modo di far politica, includendo o accogliendo i diversi profili di protagonismo che il conflitto sociale propone. Ovvero candidarsi a rappresentare l’antagonismo, e contemporaneamente, non solo assumerlo, ma anche governarlo, modularlo. Rappresentare l’antagonismo non vuol dire solo garantirlo, ma farlo crescere, ovvero “educarlo”: trasformarlo da condizione emozionale in cultura politica.

In quarta istanza: assumere e proporre un programma, ovvero candidarsi al governo dell’esistente. In altre parole, dare forma e ordine a un progetto sociale, culturale, economico, politico che veicola un’idea di società e alimenta la carica riformatrice.

La scena del 1921 brucia ancora non tanto perché c’è la nostalgia della rivoluzione, ma perché, d’accordo o meno con i contenuti di tutti i protagonisti di allora, il vuoto politico che abbiamo di fronte oggi concerne questi quattro diversi vettori che tutti insieme danno il volto a un partito politico che assume la crisi come presupposto per l’azione, costruisce e presenta un progetto come veicolo di responsabilità e si propone, prima di tutto, di pensare al domani non limitandosi a governare e ad amministrare l’oggi.

Il tema non è il fascino per la rivolta ma una domanda insoddisfatta di politica.

Poi certamente si può dire che lì, a Livorno, va in scena una rappresentazione dello scontro molto teatrale. E tuttavia bisognerebbe anche abbandonare quella visione di “damnatio memoriae” e guardare quella scena con una certa dose di laicità. Per due motivi almeno.

Il primo. In tutta la cronaca politica moderna, la sinistra, in Italia, ma anche altrove, ha scandito la sua storia dandosi appuntamenti di bilancio a cui sono seguite scissioni. Tutta la storia del movimento socialista delle origini tra Prima Internazionale e Seconda Internazionale non è altro che una storia di scissioni, di “addii”, di espulsioni, di lotte per l’egemonia culturale e politica. Del resto a Genova, quando nell’agosto 1892 nasce il Partito socialista dei lavoratori italiani (poi Psi dal 1895), quell’atto non avviene sulla base di una convergenza di forze diverse, ma esattamente sul divorzio tra componenti che fino a quel momento hanno pensato di appartenere a una sola casa.
Dunque, cento anni dopo, non è la scissione in sé a bruciare. È l’idea che, più che un confronto tra due linee politiche, il problema sia rappresentato da chi riesce ad avere l’egemonia sulle classi sociali che guardano a quel confronto e aspettano che da quella scena esca il movimento in grado di offrire la “piattaforma per il riscatto”. Lì si misurerà il senso e la fondatezza di quella battaglia che in quel contesto assume i contorni di una guerra senza possibilità di compromesso.

Il secondo. Gran parte dei discendenti diretti di quei protagonisti non sono sulla scena politica, eppure quella scena risulta ancora divisiva. L’inquietudine di allora sembra rimanere protagonista, come se a distanza di un secolo le molte questioni che al tempo animavano il confronto non avessero trovato una risposta. Per comprenderla, forse bisogna prestare attenzione non alle strutture, ma ai sentimenti.

Rimangono sul piatto alcuni tratti di quella congiuntura di crisi. Per esempio:

  • l’inquietudine di larghi settori dell’opinione pubblica che non si sente rappresentata da quella politica che prova a percorrere forme di azione e di partecipazione alternative o comunque diffidenti nei confronti del sistema dei partiti;
  • l’ansia di trovare risposte o prospettive ideologicamente orientate a cui affidare il desiderio di futuro;
  • la convinzione che occorra dare nuova forma a un’idea di futuro dove il passato – o ciò che si eredita da esso – siano un impedimento o un ostacolo.

Tre condizioni, prima ancora che tre convinzioni, che chiedono innovazione, auspicano una frattura. La parola chiave in cui riconoscere questa condizione è nella congiunzione di una doppia dimensione: la delusione di ciò che si eredita dal passato e l’attesa di qualcosa che marchi discontinuità nel presente da cui attingere per una nuova idea di futuro.

Quella scena – a seconda dell’angolo prospettico da cui guardarla o dalla parte di chi si scelga di stare – ha ancora le dimensioni e la fisionomia del derby. Probabilmente perché allude alle emozioni che accompagnavano quel confronto aspro e senza compromessi.
E tuttavia quella scena, fermandosi a osservare quel momento storico, è anche segnata da altri elementi che aumentano l’aspetto passionale e conflittuale, segnando un prima e un dopo, da molti punti di vista e per diversi motivi:

  • perché avviene prima della sconfitta “prossima” che avverrà con l’ascesa del fascismo al potere;
  • perché non prelude a una riforma complessiva della politica, non nasce con l’intento di un “patto rigenerativo della politica”;
  • perché avviene con il predominio del fattore ideologico, che si accredita esplicitamente per due percorsi uguali e contrari. Da una parte la necessità e il “desiderio di rivoluzione”; dall’altra la ricerca di una forte visione riformista. Entrambe, per motivi opposti, costituiscono il fondamento e la ragione di quella decisione.

Come sappiamo, il dopo non consentirà nessuna delle due ipotesi: il processo rivoluzionario, bloccandosi, stenterà a delineare una sua fisionomia di proposta politica; dall’altro lato, il nucleo riformista soffrirà a trovare e a fondare un cantiere per pensare le riforme strutturali per la nuova Italia.

Questi tre elementi non hanno un carattere né provvisorio, né contingente. Essi, infatti, torneranno nella storia della famiglia allargata della sinistra in Europa, in gran parte del confronto politico e culturale del Novecento.

Lo ripetiamo, di nuovo: c’è una discussione oggi sul senso del progetto, della capacità e della necessità di pensare futuro? Del resto, non è un centenario che ce lo chiede, è l’urgenza del momento. Non usciremo dalla condizione di crisi profonda in cui siamo immersi se non provando a dare forma a un’idea di futuro. Comunque, a tralasciare l’idea che siccome il presente è il migliore dei presenti possibili, allora non vale la pena provare a descrivere e ad auspicare un futuro per cui valga la pena pensare progetti.

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