La «fake news», le «notizie false», non sono un’invenzione dei nostri tempi. Da sempre chi ha il potere o chi lo combatte, chi crea e controlla l’informazione e chi la subisce, hanno usato a volte lo strumento della «falsa notizia» per raggiungere i propri scopi, che potevano essere politici o religiosi, ideologici o criminali, economici o familiari. Nella storia ci sono stati esempi macroscopici di «notizie false» che hanno continuato a vivere per decenni o per secoli: si pensi alla «scoperta» della cospirazione ebraica internazionale descritta nei Protocolli dei Savi di Sion, forse la più colossale fake costruita poco più di cento anni fa; o si pensi all’accusa rivolta alla regina Maria Antonietta di avere commesso incesto con il figlio, che fu motivo importante della sua condanna a morte, ritenuta verosimile perché da anni i giornali popolari e radicali avevano diffuso la voce delle sue continue avventure libertine con aristocratici e plebei.

In guerra le «fake news» sono state un elemento importante della propaganda e della disinformazione: l’uccisione di centinaia di bambini belgi da parte delle truppe tedesche all’inizio della prima guerra mondiale venne diffusa per stigmatizzare l’uccisione di civili e la violenta distruzione di Lovanio e creduta perché la propaganda martellava da tempo sulla barbarie del soldato germanico. I regimi totalitari, ovviamente, furono tra i maggiori inventori e creatori di «fake news: i nazisti ritennero gli ebrei e i socialdemocratici responsabili della «coltellata alla schiena» che portò alla sconfitta tedesca nel 1918 e i sovietici considerarono nemici del popolo milioni di operai e contadini, riempiendo così, gli uni e gli altri, i campi di lavoro, di prigionia e di sterminio che contrassegnarono la politica criminale dei due regimi.

In Italia, nel dopoguerra, molti giornali a grande diffusione sono stati coinvolti nel falso rinvenimento dei diari di Mussolini, e altrettanto è accaduto in Germania per quelli attribuiti a Hitler. La disinformazione si è sempre presentata in modo articolato, ed è sulla convinzione di una diffusa disinformazione voluta dal potere  che sono circolate numerose contestazioni delle verità raccontate dai media. Teorie del complotto hanno messo in discussione che Neil Armstrong, il comandante dell’Apollo 11, avesse mai posto piede sulla luna, o che davvero le Torri gemelle fossero state distrutte dagli attacchi arerei di Al Qaeda l’11 settembre, o che Hitler fosse davvero morto nel bunker di Berlino.

Cosa c’è di nuovo, allora, nelle «fake news» di cui si parla con insistenza da qualche tempo e che sono state ultimamente intrecciate con il termine di «post-verità» (post-truth è stata indicata come «parola dell’anno» del 2016 dagli Oxford Dictionaries)? C’è il mutamento che internet prima e poi il successo e il diffondersi dei social successivamente hanno determinato nel rendere tutti partecipi dell’informazione, quasi che le notizie «vere» possano essere tali solo se approvate, condivise e accettate dalla stragrande maggioranza, e che false notizie possano diventare vere se, a loro volta, condivise e accettate da un numero consistente di persone. Un aspetto centrale delle attuali «fake news» è il rifiuto-accusa delle notizie della carta stampata, ma anche la circolazione di notizie che quella stessa stampa avrebbe censurato: nella campagna elettorale americana del 2016 Donald Trump e i suoi seguaci urlavano «fake news» ad ogni notizia giornalistica che non soddisfaceva il loro punto di vista; e, al tempo stesso, facevano circolare notizie «fake» (su Obama, Hillary Clinton, il competitor di Trump Marco Rubio, ecc) che acquistavano la parvenza di veridicità proprio perché diffuse e rilanciate sui social.

Quando l’obiettività dei fatti diventa meno rilevante e significativa delle convinzioni personali o dei sentimenti e delle emozioni, nel mondo dominato da internet e dai social, la strada per le «fake news» e la «post-truth» diventa sempre più percorribile.

 

 

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