Questo articolo fa parte di America Anno Zero, rubrica editoriale de La Nostra città futura dedicata alle elezioni statunitensi. Leggi qui gli altri approfondimenti di America Anno Zero.


In questa puntata di America Anno Zero discutiamo con la professoressa Raffaella Baritono dell’Università di Bologna di un tema trasversale agli schieramenti politici USA: quello della partecipazione delle donne nella politica americana.



In via formale, il suffragio femminile fu raggiunto negli USA nel 1920, attraverso il IX emendamento della Costituzione statunitense che precisava che il fatto che certi diritti fossero elencati puntualmente nella Costituzione USA non avrebbe dovuto pregiudicare la creazione di nuovi diritti non considerati esplicitamente. Uno di questi era appunto il diritto di voto delle donne. Il 1920 però non costituisce la tappa finale nel processo di integrazione delle donne statunitensi nella vita politica statunitense.

Nel 1921, il National Woman’s Party donò al Capitol Building, l’edificio dove si riunisce il Congresso americano, una statua che rappresentava alcune delle pioniere nella lotta per il suffragio femminile: Elizabeth Cady Stanton, autrice della Carta dei Diritti delle Donne; Susan B. Anthony, promotrice del IX Emendamento; Lucretia Mott, organizzatrice della convention di Seneca Falls del 1848 che lanciò il movimento per i diritti delle donne. La composizione includeva però anche un blocco di roccia grezza: perché il monumento al suffragio potesse considerarsi finito, questo blocco avrebbe dovuto essere scolpito in modo da riprodurre le sembianze della prima presidente donna della storia statunitense.

Cent’anni dopo, nelle elezioni presidenziali 2020, questa speranza sembra essere nuovamente disattesa: malgrado non mancassero candidate donne con risorse e credenziali adeguate al ruolo, la convention democratica ha preferito giocare una carta considerata sicura, quella di Joe Biden. Questo non deve stupire: un tema ricorrente nelle elezioni americane è quello del “soffitto di cristallo” (glass ceiling), una parete invisibile contro cui si sono infrante le ambizioni di ciascun candidato donna dal 1920 in poi.

Non che non ci sia stato progresso in questo senso, però: se è pur vero che gli USA non hanno ancora eletto una donna alla massima carica dello Federazione, è anche vero che la condizione delle donne nella politica USA è cambiata notevolmente, specialmente negli ultimi 40 anni. In questo senso, la politica USA non assomiglia più al “boys’ club”, l’associazione per soli maschi, che era in passato. Non lo è più, almeno nelle forme tradizionali, da almeno gli anni ’90.

Cruciali in questo senso l’attivismo e le proteste del “femminismo di terza ondata”, e la strategia di spostare l’attenzione dagli ostacoli istituzionali e organizzativi ad aspetti di natura culturale che ostacolano la presenza delle donne nella vita politica. Il “soffitto di cristallo”, oggi, è uno di questi aspetti culturali.

Esistono oggi associazioni che facilitano la partecipazione delle donne in politica, come EMILY, una political action committee (PAC) che si occupa di finanziare candidate democratiche donne; né mancano esempi di donne che hanno raggiunto le massime cariche dello Stato: vice presidenti, segretari di Stato, giudici della Corte Suprema come Ruth Bader Ginsburg, celebrata proprio in questi giorni. Tuttavia il tabù di una donna presidente sembra rimanere. In questo senso, restano celebri le parole di Hillary Clinton, la persona che, nelle elezioni presidenziali 2016, si è avvicinata di più a questo traguardo: “ora, so che non abbiamo ancora infranto il ’soffitto di cristallo’ più alto e più resistente, ma un giorno, qualcuna ci riuscirà”.

Ad accompagnare l’intervista della professoressa Baritono abbiamo scelto un testo, tratto dall’archivio di Fondazione Feltrinelli, di Emmeline Pankhurst, una delle femministe britanniche più impegnate sul fronte del suffragio universale femminile.

 

Scarica il documento tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


Il femminismo, oggi, non sfugge alla tendenza delle scienze di “oggettivizzare”, quantificandola, la realtà sociale: indicatori come il gender pay gap, o la percentuale di laureate STEM, o le quote di personale femminile nella politica sono diventate, in anni recenti, l’orizzonte delle battaglie femministe. In questo senso, l’elezione di una donna alla massima carica USA è un segnale potente, e un’indicatore che restituisce, correttamente, una misura del progresso raggiunto dalle donne in ambito politico.

Non esaurisce però tutta la storia. Come ci ricorda J. S. Mill in “On women subjection” (1864), si può benissimo avere una società sessista dove però la massima carica è rivestita da una donna — come nel caso dell’Inghilterra vittoriana, dove il capo di Stato era una regina, non un re. In questo senso, ottenere cariche politiche è un passo intermedio: è poco significativo, se poi le donne in posizioni di potere non riescono a produrre scelte politiche in grado di migliorare la condizione delle donne. Il testo di Pankhurst, in questo senso, contribuisce a comprendere il significato che le femministe della sua epoca attribuivano alla partecipazione delle donne in politica: quello di poter, come donne ed in concorso con gli altri decisori pubblici, compiere scelte politiche significative per la vita delle donne.

 

 

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