Università degli studi di Trento

Prima parte

Seconda parte – Globalismo e globalizzazione: le posizioni in campo, visioni della globalizzazione

Terza parte – Globalismo e globalizzazione: cosa si può fare, linee di azione percorribili 

 

 

La caduta del muro di Berlino e l’integrazione nel mercato globale di quattro grandi economie emergenti (BRIC, Brasile Russia India Cina) hanno trasformato il bipolarismo della Guerra Fredda in multipolarismo. Il potere si è sfarinato, le ONG internazionali (Organizzazioni Non Governative) non riescono più a portare al tavolo gli attori principali, alcune grandi agenzie perdono prestigio e sostegno, importanti trattati internazionali come quelli sul clima e sulla proliferazione nucleare vengono calpestati e denunciati.
All’opposto, alcuni grandi problemi (impennata demografica ed emigrazione, riscaldamento globale, inquinamento, beni comuni) mordono con crescente gravità, ma non si possono affrontare senza un serio coordinamento internazionale. Se la crisi dell’ecosistema è globale, le iniziative per uscirne non possono che muovere su scala globale.
Le grandi multinazionali dell’economia digitale sono i veri operatori globali: hanno concentrato inedita capacità di condizionamento e potenza finanziaria, eludendo al contempo il controllo giuridico e fiscale dei paesi di origine, grazie alla crescita delle supply chains globali e dei fenomeni di outsourcing. Neppure Stati Uniti e Unione Europea riescono a tutelare la privacy dei cittadini, a impedire la diffusione di informazioni false, oppure a ottenere che Facebook, Google, Huawei, Apple, Alibaba o Amazon contribuiscano al gettito fiscale dei paesi in cui operano. Nessun potere politico o finanziario ha accesso ai pulsanti che regolano quei monopoli multinazionali. I loro azionisti e dipendenti ricavano dividendi e stipendi decisamente superiori alla media, mentre il potere d’acquisto del resto delle classi medie negli USA e in Europa è stagnante o in declino a partire dagli anni Ottanta.
La distribuzione del reddito e della ricchezza sta raggiungendo livelli di diseguaglianza troppo elevati, ad Occidente come ad Oriente. Per via dei deficit di bilancio dovuti alla debole crescita e all’insufficiente gettito fiscale, le reti di sicurezza dei welfare nazionali si assottigliano. Al contrario, demografia, mercato del lavoro e migrazioni infoltiscono la massa della popolazione socialmente più fragile.
All’avvio della rivoluzione informatica negli anni Ottanta la fiducia nella tecnologia e nel futuro aveva travolto ogni barriera politica o ideologica: organizzazioni dei lavoratori, partiti politici socialdemocratici, movimenti culturali avevano in grande maggioranza sposato con entusiasmo la corsa verso la digitalizzazione, anche di fronte a vistosi effetti distruttivi sulla qualità della vita, l’occupazione, l’efficienza delle grandi burocrazie, la cultura e i rapporti interpersonali non solo tra le giovani generazioni.
La rivoluzione informatica, in particolare l’infrastruttura di comunicazione e i social network che ne sono il prodotto di maggior consumo, è uno dei principali agenti di accelerazione della globalizzazione. Abbattendo barriere spazio-temporali, differenze di origine e di cultura, Internet ha di fatto promosso la globalizzazione come utopia positiva, sotto lo slogan della fusion e del global village. Così nell’agosto del 2008, un mese prima del fallimento di Lehman Brothers, la teoria dei sei gradi di separazione era stata confermata da Eric Horvitz e Jure Leskovec esaminando un campione di 30 miliardi di messaggi scambiati tra 180 milioni di persone. I due ricercatori della Microsoft Corporation dimostrarono che 78% delle persone erano connettibili tra loro con sette passaggi o meno. Utilizzando la mole di dati a disposizione dei social network, estensione e densità del villaggio globale si potevano ora misurare con precisione.
Nel settembre 2008 si apre la maggior crisi finanziaria globale dopo quella del 1929. Le sue conseguenze dureranno nel tempo: dopo un decennio di quantitative easing i tassi di interesse delle principali banche centrali sono ancora vicini a zero o negativi.
Nell’ottobre 2008 il leggendario chairman della Federal Reserve, Alan Greenspan, dichiarava a una commissione di inchiesta della Camera: “I found a flaw in the model“, “Ho trovato un baco nel modello che consideravo essere la struttura critica che descrive come funziona il mondo“. Tra economisti la scoperta di Greenspan ha un nome, market failure: in presenza di eventi anomali i mercati possono perdere la capacità di autoregolarsi. Nel luglio del 2012 Mario Draghi dichiara whatever it takes, nel suo discorso più famoso: la Banca Centrale Europea (ECB) compirà qualunque azione sarà necessaria per preservare l’Euro. Gli interventi della ECB e le parole del suo presidente sono incompatibili con il modello liberista di cui Alan Greenspan aveva scoperto il baco. La portata degli eventi ha richiesto un cambio radicale di paradigma.
Dopo la crisi del 2008 parte dell’opinione pubblica abbandona la visione positivista della globalizzazione, dove la fiducia nei benefici attesi dalla tecnologia superava qualunque resistenza o inconveniente passeggero, per passare a una fase critica, dove la tecnologia, ma soprattutto la globalizzazione che ne è erede, viene dipinta come nemico del popolo. Il movimento è cavalcato e attivamente fomentato dai partiti populisti che a tale scopo utilizzano in modo selettivo e mirato i social media. Le multinazionali di tecnologia sono passate da promettere utopie a promuovere distopie è il titolo di un recente articolo del Financial Times a proposito del rifiuto di Facebook a censurare le fake news.
Il movimento anti globalizzazione è attivo sia nei paesi occidentali che nelle economie in via di sviluppo. Con una importante differenza: i populisti nelle economie in via di sviluppo mantengono un punto di vista globalista affermando che i problemi dell’ecosistema globale devono essere affrontati con azioni concertate tra i diversi partecipanti. Al contrario, i populisti nelle economie mature dell’occidente sostengono l’opportunità di isolarsi e coltivano ideologie nazionaliste e autarchiche. Il motivo dei primi è trasparente: i popoli in via di sviluppo tendono a mantenere aperta la porta dell’emigrazione, e considerano il peso preponderante delle economie mature nella soluzione di inquinamento e riscaldamento globale. Invece i populisti nelle economie mature dell’occidente promuovono chiusura, protezionismo e autarchia. I motivi sono spesso elettoralistici e retorici, o talvolta strumentali. Entrambi i motivi giocano, per esempio, nel caso del riscaldamento globale: la negazione del problema (o della sua origine antropogenica) derivano dal fatto che tali movimenti populisti sono spesso finanziati dai produttori di combustibili fossili, dai loro fornitori e dai loro clienti. Inoltre ammettere l’esistenza di un problema che non trova soluzione su scala nazionale significherebbe per i populisti esibire agli elettori i limiti del loro potere, e aprire la strada all’influenza di terzi non controllabili: il re è nudo, e si affaccia persino al balcone.
Un altro esempio: governi e partiti di governo (populisti come democratici) considerano elettoralmente svantaggioso presentare cattive notizie, soprattutto se alla notizia non segue una proposta di soluzione. Per questo amministratori e politici sono restii a sollevare a freddo il tema della cresciuta frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi: non sono gestibili sulla scala spazio-temporale delle loro competenze, e dunque proiettano un’immagine di impotenza e inefficacia. Assai meno problematico è farsi fotografare il giorno dopo nell’acqua alta o tra i detriti di un ponte crollato, intenti a consolare le vittime, promettendo aiuti cospicui e repentini.
Lo stesso vale per i rapporti di forza con i paesi emergenti dell’Asia: nessun politico ammette volentieri che le economie occidentali stanno perdendo colpi, salvo twittare da un congresso a Shanghai o farsi fotografare in un grande magazzino della Ginza di Tokyo.
La seconda parte di questo articolo esaminerà in dettaglio alcune visioni della globalizzazione. Per orientarsi, può essere utile una mappa di problemi che richiedono una soluzione globale. In essa sono presenti alcuni dei problemi descritti in questa prima parte, e alcune delle soluzioni proposte nella prossima.

La Fondazione ti consiglia
pagina 73398\