Pubblichiamo qui un estratto del testo di Alessandro Leogrande pubblicato nell’eBook G8 GE 2001. La generazione che perse la voce e precedentemente apparso “Lo straniero”, n. 17, settembre 2001.


Ben al di là di quanto ci si poteva aspettare, il neonato movimento è stato nei giorni genovesi oggetto di violenti attacchi da parte delle forze dell’ordine e, più in generale, bersaglio di una crescente e sistematica campagna di denigrazione.

Senza dubbio aver concesso che per mesi la controversia circa i modi della manifestazione (controversia per giunta sterile, imbrigliato nell’enigma se entrare o meno nella “zona rossa”) sottraesse attenzione ai motivi di fondo del contro-vertice (desertificazione, carestia, ruolo dei mercati finanziari, strapotere delle case farmaceutiche, debito dei paesi poveri,..) non solo è stato un grave errore, ma ha anche portato all’emergere di un limitato politicismo: quando le questioni “tattiche” diventano prioritarie, è difficile arrestare le derive autoreferenziali (se non addirittura egemoniche) di alcuni gruppi (soprattutto di quelli che dietro paraventi estetici nascondono ben poco di concreto nella proposta). Sta di fatto, però, che i gravissimi scontri di Genova non sono stati il prodotto di errori del movimento, ma – non abbiamo timore a dirlo – di precise intenzioni di fondo di chi era dall’altra parte.

Nel momento in cui tutte le anime del movimento (da quella cattolica a quella dei centri sociali, dai gruppi italiani a quelli europei) avevano espresso un fermo rifiuto dei metodi violenti (le dichiarazioni di Agnoletto negli ultimi due giorni hanno insistito unicamente su questo tema), c’è chi (Chi? De Gennaro? Scajola? Fini? “Consulenti stranieri”?) ha pensato bene di rispolverare vecchi metodi da strategia della tensione e di applicarli a menadito, facendo in grande a Genova esattamente tutto quello che appena un mese prima era stato fatto in piccolo a Göteborg e Barcellona. Stessi metodi, stessi scopi.

La gravità di quanto è avvenuto a Genova risiede innanzitutto in questo: ci si è serviti dell’azione delle frange violente per piegare tutti i cortei pacifici (lasciare liberi pochi di usare violenza per poi caricare tutti gli altri inermi), attivando poi la giostra dei tg i quali hanno mostrato per i primi giorni solo immagini di scontri e di manifestanti che tiravano pietre, giungendo alla conclusione che tra frange violente e tutti gli altri manifestanti non c’era sostanziale differenza. Ultima tappa di questo piano inclinato è stata la perquisizione, condotta con metodi illegali, nelle scuole Diaz-Pascoli (il Media Center) e Diaz-Pertini (un dormitorio per i manifestanti a una ventina di metri). Dopo due ore di pestaggi nella scuola Pertini (al termine delle quali la Polizia ha sequestrato un bel po’ di coltellini da campeggio, e ha prelevato da un cantiere vicino mazze e pietre sostenendo che fossero state utilizzate negli scontri della mattina), molto prima della conferenza stampa tenuta in Questura solo otto ore dopo, i titoli di molti tg nazionali già si affannavano a dire: “I Black Bloc protetti dal Genova Social Forum. Trovate armi nel Media Center”! Chi ha già visto questo film?

Chi è stato a Genova è stato costretto a riflettere seriamente su quanto accaduto. Non è solo la violenza (statale) immediata ciò che ha scandalizzato, ma – lo ripetiamo – il delinearsi di una chiara strategia di soffocamento di una realtà emergente. Suo malgrado, la maggioranza dissenziente e pacifica che ha partecipato all’anti-G8 ha incominciato a dare per scontato ciò che mai avrebbe pensato di dover dare per scontato: la repressione violenta, le insinuazioni, le accuse infondate saranno armi automaticamente messe in campo ogni qual passo il movimento deciderà di fare. Infiltrazioni, falsificazioni mediatiche, strumentalizzazione da parte del dibattito politico saranno la regola (e non c’è neanche tanto da scandalizzarsi), in Italia forse più che altrove: questo è stato lo “svezzamento di Genova” che molti hanno intuito. Sarebbe un grave danno se il rigurgito di quanto di peggio ha potuto esprimere la storia italiana recente (bombe, menzogne, sospensione della democrazia…) piombasse bruscamente a strangolare quanto di nuovo sta emergendo. Sarebbe una grave sconfitta (se preso dalle asfissianti dinamiche della penisola italica) il nascente movimento dalle nostre parti fosse costretto a recidere il legame che incomincia a stringere con la più generale comunità europeizzata (e mondializzata) del dissenso, dovendosi occupare della propria sopravvivenza in un paese che ritorna a essere infido, irrigidendosi su posizioni difensive e offuscate dagli eventi, perdendo di vista l’operato delle minoranze attive degli atri paesi.

 

 

Polizia, sinistra, media

 

Ha scritto Paul Ginsborg (“la Repubblica”, 31 luglio 2001): “pensavo (e non ero il solo) che il lento progredire della democrazia italiana, che ha ormai quasi sessant’anni, avesse raggiunto e influenzato profondamente perfino quelle aree dello Stato italiano che storicamente si sono rivelate più resistenti nei confronti della cultura democratica. Dai bassifondi della caserma di Bolzaneto non poteva arrivare smentita più brusca a simili idee. Quella che qui emerge è piuttosto una cultura puramente fascista: fascista nei suoi slogan, nella sua brutalità, nel suo deliberato disprezzo per i più elementari diritti delle persone sottoposte a detenzione. Non è per niente rassicurante il fatto che, per quanto io ne sappia, nessuno dei sindacati degli agenti di polizia o degli alti ufficiali abbia preso le distanze da questi deplorevoli eventi”.

Purtroppo a Genova questa “cultura fascista” non ha agito indipendentemente. È stata utilizzata. Le è stata garantita totale impunità contro un “nemico” considerato molto più pericoloso del comportamento deviante di corpi dello Stato: decine di migliaia di giovani e meno giovani che manifestavano pacificamente.

Più grave è stato il tentativo pressoché unanime di difendere l’operato di questa polizia, la decisione iniziale presa da molte redazioni di non mostrare in tv tali nefandezze, la volontà di non avviare una seria riflessione su tutti i corpi di polizia e carabinieri impiegati a Genova (e non solo le 200 teste matte di Bolzaneto o della Diaz). Grave è stato il non sollevare fino in fondo il coperchio delle responsabilità (nella centrale operativa delle forze dell’ordine si sono stabiliti per due giorni il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini e altri quattro parlamentari di An). Gravi sono stati l’imbarazzo e le indecisioni degli esponenti di centro sinistra: l’opposizione non ha saputo esprimere niente di più dell’ignoranza (nel senso etimologico della parola) di Rutelli, delle considerazioni di nouveaux ideologi del Siulp quali Violante e Folena, del discorso alla Camera di D’Alema (discorso che a molti, nel clima rovente di quei giorni, è apparso efficace, ma che, in realtà, riascoltato adesso risulta essere stato incapace di andare oltre un superficiale e parlamentare antiberlusconismo tanto da concludersi con la constatazione: “Stavamo meglio quando c’era la Democrazia Cristiana”).

La volontà di non prendere una posizione netta durante il controvertice e rispetto al movimentato e il riduttivismo interpretativo mostrato nei giorni successivi hanno decretato l’ultimo atto del suicidio della sinistra italiana che ha perso le elezioni del 13 maggio. Incapaci di cogliere l’importanza di tutte le questioni suscitate dal movimento, solamente ossessionati dall’idea di come mettere in scacco la destra sfruttando ogni occasione, totalmente inetti a una seria autocritica della linea politica dei governi ulivisti (succube della Nato, succube della Banca mondiale, succube di Agnelli, della Confindustria) hanno tenuto – e temono tuttora – il potenziale scombussolamento della geografia politica della sinistra prodotto dal crescere del movimento. Non hanno voluto confrontarsi. Rinchiusi in una campana di vetro hanno assistito al proprio definitivo distacco dalla coscienza critica della società italiana e sono intervenuti in ritardo quando il duro colpo alla democrazia italiana era già stato inferto.

 

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