Maestro elementare

La frase che secondo me illustra meglio il principale compito della scuola l’ha detta una mattina Marianna, in 5° elementare, quando ha affermato: “Raffaello i filosofi li ha fatti veri per metà, noi per l’altra metà”. Erano tre mesi che eravamo immersi ne “La scuola di Atene” di Raffello, ogni bambino aveva scelto uno scienziato o filosofo di quello straordinario affresco e l’aveva ridisegnato. Aveva immaginato chi potesse essere e gli aveva scritto lettere e ricevuto risposte, intessendo con lui un dialogo a distanza. Il viaggio in quell’affresco ci aveva così tanto preso che, alla fine dell’anno, abbiamo deciso di mettere in scena frammenti di quelle conversazioni, esperimenti come il calcolo della lunghezza del meridiano terrestre suggeritaci da Eratostene, dilemmi come quello suscitato dalla scoperta della radice di 2, un numero pazzo, irrazionale, che scopre l’infinito dentro a ogni quadrato, calcolato nella scuola di Pitagora.

Ciò che più colpì della frase di Marianna era la chiarezza con cui aveva nominato l’elemento chiave di ogni processo di apprendimento. Se tu non trovi il modo di fare tuo un quadro, un libro, un argomento di storia o un teorema, se non lo ripensi e lo riscrivi dandogli vita a modo tuo, con parole e sentimenti e ragionamenti che non possono essere che tuoi, quell’oggetto culturale rimarrà distante, inerte, morto. I più veloci impareranno a memoria quattro parole che lo definiscono e magari sapranno anche rispondere a una verifica e far felice l’insegnante, ma presto lo dimenticheranno.

Ciò che più conta nel processo educativo sta nella qualità dell’incontro culturale e, dunque, nella lunga manovra di avvicinamento che con pazienza, preparazione e convinzione noi docenti dobbiamo proporre per permettere a tutti di costruire una relazione viva con pensieri e manufatti del passato. Aldo Capitini, grande educatore pacifista perugino, sosteneva che tutti è una parola sacra. Tutti è la sfida con cui ci confrontiamo ogni mattina, quando proviamo a non dimenticare l’articolo 3 della Costituzione che parte dalla “pari dignità” da garantire a ciascuno, passa per una difficilissima “rimozione degli ostacoli” e individua l’orizzonte utopico e al tempo stesso necessario del “pieno sviluppo della persona umana”.

Nella mia esperienza il miglior modo di azzardare questa difficilissima impresa che intreccia il mestiere alla visione, sta nel differenziare metodi e linguaggi e usare tutto il corpo. Emma Castelnuovo, grande didatta della matematica, sosteneva che le mani sono più democratiche della testa, invitandoci a manipolare i concetti matematici per renderli alla portata di tutti. Ma per fare questo dobbiamo proporre meno argomenti e trattarli in modo approfondito, rallentando drasticamente ogni percorso di apprendimento. Se ci diamo il tempo di ascoltare cosa ciascuno di noi ha trovato nelle pagine di un romanzo come “Le streghe” di Roald Dahl, ci accorgiamo che ogni bambina o bambino ha scoperto cose diverse e, nel condividerle, sta al tempo stesso raccontando Le streghe e raccontando di sé, delle proprie emozioni e paure, del proprio modo di guardare il mondo. Ci accorgiamo così che entrare nella letteratura e conoscere noi stessi non sono processi separati, ma azioni che si nutrono vicendevolmente. E questo vale anche se si vuole entrare in un dipinto, in un teorema matematico o nel mondo dei lombrichi a cui Darwin dedicò gli ultimi anni di vita, perché la cultura è relazione o non è.

Ma perché bambine e bambini si accorgano della ricchezza dei percorsi di conoscenza e ne accettino l’inevitabile fatica, devono incontrare un ascolto attivo da parte di adulti curiosi capaci di dare dignità alle loro parole e prestar loro attenzione, non solo per controllare se ripetono bene quel che gli è stato detto. Adulti che abbiano la pazienza di avvicinarsi con cautela e attenzione sincera ai mille modi in cui si esprime l’immaginario infantile quando tenta di dare forma al mondo.

 

Oggi le nostre scuole sono popolate di straordinarie differenze sociali, linguistiche, culturali. “Diversità è ricchezza” è una bella frase, ma rischia di essere retorica. Diversità è anche fatica, spiazzamento, timori e pregiudizi da superare, ostacoli da rimuovere con impegno e pazienza. Per far sì che la diversità non generi discriminazione c’è un enorme lavoro da fare. Personalmente impiego mesi, talvolta anni, a costruire quell’ascolto reciproco che ci porta al mattino, entrando in classe, ad essere curiosi di sapere cosa pensano della Luna calante Manuel o Nisrin. E’ quando tutti si è curiosi del parere di ciascuno che sento che tra noi si sta creando una comunità, che vive quanto più si sviluppa lo stupore reciproco e il desiderio di conoscere cosa pensa l’altro di diverso da me, sopra a ogni cosa. Comunità, sia pur provvisoria, dove concretamente ci accorgiamo, giorno dopo giorno, quanto il crescere insieme ci nutra.

Chi ha la ventura di insegnare a bambine e bambini sa che in prima elementare bastano poche settimane per renderci conto di quanto sia ingiusta e arbitraria la distribuzione della memoria tra bambine e bambini. C’è chi assimila e trattiene subito molto di ciò che ascolta e vede e chi fatica a ricordare il significato di una parola o la forma di una lettera anche dopo qualche minuto. Dietro questa disparità ci sono ragioni sociali e culturali legate alla famiglia, al grado di ascolto ricevuto da piccoli, alla quantità di parole frequentate e alla qualità di conversazioni condivise, ma è indubbio che c’è anche altro, che ha a che vedere con la forma peculiare dell’intelligenza di ciascuno.

Poiché ritengo che la scuola debba essere il luogo dove si cercano di attenuare il più possibile le distanze che generano frustrazioni e discriminazioni, so per esperienza che può essere di aiuto frequentare diversi linguaggi. E allora, per favorire il difficile sviluppo della sensibilità e della memoria di tutti dobbiamo cercare alleati nei territori più disparati a partire dal ritmo e dal canto, che fin dai primordi ha permesso a generazioni di analfabeti di mandare a mente proverbi e poemi epici, narrazioni e opere liriche, insieme a tutto il sapere necessario per coltivare la terra e allevare gli animali.

Se oggi in tasca di ogni ragazzo c’è un cellulare che può fornirgli risposte immediate alle più disparate domande, formulate anche malamente e con parole imprecise, è chiaro che qualche questione riguardo all’uso in proprio della logica fondata su una ricca memoria personale si pone, perché è difficile proporre a un ragazzo di salire fino a un passo di montagna in bicicletta, se ha una moto a disposizione. Perché faticare a memorizzare concetti, contenuti e informazioni se ce li ho in tasca?

Il problema è che, per l’appunto, li ho in tasca e non in testa. E se le libere associazioni sono il respiro del pensiero, non dobbiamo mai dimenticare che pescano dalla memoria del corpo, che è la nostra memoria più intima e profonda. Se ci affidiamo solo o prevalentemente alle associazioni che genera il raffinatissimo algoritmo esterno di Google, alcune libertà mentali saranno certamente messe a rischio, soprattutto nei più fragili e poveri di parole.

E allora, riguardo alla memoria, credo dobbiamo tornare ad educare e ad educarci nel senso primario del termine, cioè aiutare i ragazzi ad uscire dal modo sbrigativo con cui trattano spesso le loro domande stando bene attenti, tuttavia, a considerare che, se noi desideriamo e-ducare, cioè fare uscire dal solo loro mondo i ragazzi, dobbiamo essere disposti, a nostra volta, a essere e-ducati, cioè fatti uscire dal solo nostro mondo. E’ infatti evidente che dalla loro esperienza di continuo commercio e scambio di informazioni con il mondo abbiamo molto da scoprire e da imparare perché viviamo in un tempo di mezzo.

Il nodo, allora, per non buttare al fiume la bicicletta e lo sforzo che richiede il memorizzare e il ragionare, dobbiamo sperimentare insieme la bellezza di quella particolarissima fatica che consiste nell’azzardo del dialogo, del provare a entrare nella memoria di un altro allargando la propria, o almeno imparare a bussare alla sua porta.

La scuola non deve imitare il proprio tempo, ma provare a intonare un controcanto. Se non è un po’ meglio della società che la circonda, cosa ci sta a fare?

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