Nella politica contemporanea, i riferimenti a Dio non sono né scomparsi né ripiegatisi esclusivamente al privato: è l’ennesima smentita delle previsioni fatte negli anni Settanta di un’eclisse del sacro dalla scena pubblica.
Negli Stati Uniti il riferimento al sacro è tornato al centro della scena ed è parte integrante del movimento MAGA – “Make America Great Again”.
Il trumpismo è, tra le altre cose, anche una risposta alla secolarizzazione: non solo come marginalizzazione politica e sociologica della fede di Dio e della pratica religiosa, ma anche come caduta della fede nell’America. L’America è molto di più di una nazione o uno stato: fin dall’inizio è un atto di fede in se stessa. Esige un atto di fede nella sua storia e nelle sue promesse – una fede che il “woke” ha sottoposto a un rischio mortale.
In questo contesto è evidente che il trumpismo è una forma di messianismo politico, che vede in Trump l’uomo della provvidenza e che quindi richiede un’obbedienza e una lealtà super-politiche al leader.
Non stupisce lo scontro con papa Leone XIV attorno alla guerra in Iran: vi è molto di più che un disaccordo su come risolvere la questione mediorientale o sulla dottrina della “guerra giusta”. Sono in gioco visioni opposte del rapporto tra cristianesimo e politica: lo “scontro di civiltà” all’interno del cristianesimo occidentale e sulla direttrice tra Roma e Washington era latente da tempo, e ora è conclamato.
Dai fondamentalisti ai tecno-autoritari
Questa nuova fase nei rapporti tra religione e politica in America vede in primo piano voci diverse da quelle usualmente identificate con la vecchia “destra religiosa”, nata negli anni Settanta in reazione alla liberalizzazione dei costumi e alla legalizzazione dell’aborto.
I fondamentalisti come il pastore Doug Wilson (consigliere del “ministro della guerra” Pete Hegseth) non sono più al margine ma sono entrati a far parte del mainstream, insieme ad altri coloriti imprenditori del sacro, il business di Dio come forma di arricchimento personale (come la televangelista Paula White).
Sul lato cattolico, ai neo-conservatori vicini a Giovanni Paolo II sono succeduti i neo-integralisti che progettano una ridefinizione della democrazia e della sovranità popolare in senso illiberale ed etno-nazionalista. C’è poi, sul versante della destra illiberale, una nuova classe di padroni dell’universo che esprime una visione del mondo tecno-autoritaria e post-cristiana che ha una visione “religiosa” della tecnologia in quanto la sola capace di salvezza: extra technologiam, nulla salus.
L’espansione del dominio delle tecnologie nel campo dell’informazione rappresenta una sfida diretta anche per la religione e la teologia. I progetti per una specie umana potenziata mettono a rischio l’idea stessa di umanità, di una famiglia umana.
Il paradigma tecnocratico ha portato sulla scena un discorso para-religioso come costruzione di un nuovo mondo (e.g. la conquista di Marte, il transumanesimo). Il cristianesimo che mantiene una capacità dialettica e di resistenza rispetto a questa rivoluzione vede paradossalmente (o ancora una volta) il Vaticano in una posizione unicamente centrale.
La nuova agenda della destra religiosa
La vecchia agenda della destra religiosa fino a inizio secolo XXI si concentrava sui “valori non negoziabili” (le questioni di etica sessuale e bioetica) oppure sulla necessità di una “cultura cristiana” comune per una idea di società incapace di stare insieme senza un collante religioso.
Lo abbiamo visto in Italia fino a pochi anni fa, con la stagione del ruinismo. Lo scenario è cambiato nell’ultimo decennio. Il trumpismo, e le ideologie religiose che lo sostengono, hanno elevato il livello dello scontro: non più Émile Durkheim ma Carl Schmitt.
È una lotta tra teologie politiche del potere geopolitico, tecnologico e finanziario da un lato, e dall’altro lato una teologia della politica o del politico che viene da quelle agenzie religiose ed ecclesiastiche che rigettano la riduzione all’idolo dell’utile.
Lo spodestamento del politico da parte dell’economico prima, e della tecnica poi, ha messo a nudo non solo la fragilità ma anche il vuoto di legittimità, oggi, del tentativo di convivere tra culture e religioni diverse da parte di un ordine liberale sempre meno capace di mantenere le promesse.
“Solo un Dio forte può salvarci”, dice la teologia politica che viene dal trumpismo, ed è chiaramente un Dio maschio e bianco. Il “Dio della guerra” proclamato da parte del potere americano oggi non è un errore di ermeneutica o di traduzione biblica, ma una teologia politica tesa al riempimento di un vuoto di legittimità difficile da non vedere.
Da che parte sta l’Europa?
Da qui lo scontro, di portata epocale, col Vaticano di Leone XIV, primo papa born in the USA. Sarebbe illusorio pensare che questo sia e rimarrà un problema americano, e che l’Europa sia al riparo.
Basta guardare alle divisioni interne alle diverse chiese cattoliche nel vecchio continente, emerse durante il pontificato di Francesco, tra Europa occidentale da un lato ed Europa orientale e scandinava dall’altro, che esprimono sensibilità molto più vicine a quelle evangeliche americane che a quelle di un Illuminismo cristiano.
Il nuovo cristianesimo militante americano – cattolico romano e non cattolico – vede l’Europa come un continente da salvare e terra di conquista. Le segretissime ma propagandate “lezioni sull’anticristo” di Peter Thiel a Roma, nel marzo 2026, erano ben più di una boutade.
Dopo aver incontrato la nuova destra divisa tra il fondamentalismo biblico diventato oggi mainstream e il tecno-autoritarismo post-cristiano, speriamo di non dover rimpiangere la vecchia destra religiosa. L’Europa e l’Italia dovranno decidere, a partire dalle loro classi dirigenti (qualsiasi cosa significhi oggi), se continuare a rimanere indifferenti alla questione religiosa e alla tecnologia come religione.