Putin e il ritorno del padre


Articolo tratto dal N. 84 di I nuovi sacerdoti del potere Immagine copertina della newsletter

Politica e religione costituiscono un intreccio per dare un volto all’idea di nazione. Da questo punto di vista c’è un’omologia tra il fascino che le destre hanno per questa coppia e la pratica politica in atto in Russia oggi.

Ne discende che Vladimir Putin sta perfettamente a suo agio nella parabola culturale e politica dell’Occidente e più specificamente nel profilo Trump. Con quest’ultimo, stando a quanto comunica CNN, sembra condividere anche l’innalzamento del timore di subire attentati dal suo stesso staff. Tema che da sempre riguarda tutte le oligarchie e che non si limita al tempo pre-moderno. Non è anche per questo che è morto Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana, lo scorso 28 febbraio?

Dunque, tornando al nostro tempo attuale, l’intreccio tra nazione e religione è una deriva non solo occidentale, bensì globale. Meglio «universale».

Se così è allora non è improprio dare uno sguardo su come oggi la Russia si vede e, soprattutto, si descrive.

La parola “Russia” come evocazione religiosa è tornata a risuonare in occasione del Natale ortodosso 2025 e ha ancora avuto spazio in questa settimana nella costruzione della memoria della “grande guerra patriottica” (l’espressione che nella lingua russa denomina la Seconda guerra mondiale) che avrà il suo momento culminante oggi, sabato 9 maggio, LXXXI anniversario della fine di quel conflitto, nella parata militare che sfilerà nella piazza su cui si affaccia il Cremlino.

Insieme a quell’uso della parola “Russia” è tornata a fare capolino anche un’altra parola: “Bátjuška – “padre” letteralmente – ma in realtà padrone.

Quella connessione non è solo nostalgia o passione innocente. Significativamente, ha un precedente nella storia russa. Ricordo che Stalin era molto affezionato a questa parola.  Per chi fosse scettico, consiglio di leggere quanto scrive lo storico della cultura russa Gian Piero Piretto in un libro molto interessante uscito in queste settimane dal titolo Il paese di Putin. Venti parole russe (il capitolo dedicato a “Bátjuška” è quello che chiude il libro, pp. 203-226).

Il ritorno di Bátjuška, la parola usata nella lingua russa in modo informale per rivolgersi a un ecclesiastico (analoga a come in italiano diremmo «padre»,), sottolinea Piretto, è significativo proprio perché apre un percorso che aiuta a comprendere che cosa sia oggi Putin nell’immaginario dei suoi «sudditi», quale sia in quel contesto il rapporto tra vissuto religioso e politica e tra uso del linguaggio delle fedi e mobilitazione politica.

Un tratto che nella Russia moderna e contemporanea ha avuto dei precedenti significativi in Pietro il Grande all’inizio del XVIII secolo, poi Nicola I nel XIX secolo e poi, nel XX secolo, soprattutto Stalin.

Ogni volta la forza di quella comunicazione è stata rappresentare il potere come la garanzia per il mantenimento della propria identità storica contro un mondo esterno raffigurato non solo come aggressivo ma, soprattutto, intenzionato a trasformare l’identità della Russia-Nazione.

La storia torna a fare le rime?