“Una missione storica e spirituale”
Sono circa 700.000 oggi i coloni tra Cisgiordania e Gerusalemme Est e, dopo il 7 ottobre e la guerra che ne è seguita, i fautori della Terra di Israele non rinunciano nemmeno all’idea di ricolonizzare Gaza, dove gli insediamenti erano stati smantellati con il ritiro unilaterale deciso da Sharon nel 2005.
Per il Partito sionista religioso guidato da Smotrich e Potere ebraico, organizzazione suprematista di matrice kahanista condotta da Ben-Gvir − entrambi i leader sono ministri del governo Netanyahu −, o il movimento dei coloni religiosi dei Territori, tra i quali si distinguono per zelo ideologico e violenza i radicali noti come “Giovani delle colline“, ogni ostacolo, esterno o interno, al progetto di Eretz Israel, dev’essere rimosso.
A sua volta, la destra di matrice nazionalista secolare di matrice Likud, impersonata da Netanyahu che si vuole impegnato in una “missione storica e spirituale” e rivendica il legame con la visione del Grande Israele, reclama per lo stato ebraico il ruolo di temuta, dominante, potenza regionale.
In questa logica ogni allargamento dei confini capace di assicurare profondità strategica − si tratti di Gaza e della sempre più ampia “linea gialla” che la divide, della Cisgiordania di fatto annessa, o del sud del Libano svuotato dalla popolazione all’interno di una “fascia di sicurezza” estesa sino al Litani e collegata al Golan siriano occupato, investito di recente da ulteriori operazioni di “allargamento” −, è funzionale a quell’obiettivo. Così, l’ideologia del Grande Israele, nelle sue diverse varianti, secolari e religiose, dilata all’estremo la logica amico-nemico e legittima la guerra.
Un messianismo politico
L’uso della religione come espressione delle politiche d’identità, repertorio simbolico che parla non solo della propria concezione del mondo ma anche di quella del Nemico che la minaccia, ha in Israele una data e un evento spartiacque: il 1967, con la Guerra dei Sei giorni.
È da allora che la parola d’ordine della corrente sionista religiosa, anima teologica e politica dell’attuale destra messianica, diviene più che mai quella della realizzazione dell’Eretz Israel, la biblica Terra di Israele, che alcuni versetti (Genesi 15:18-21) collocano in uno spazio che va dal Nilo all’Eufrate, mentre altri (Numeri 34:1-15 ; Ezechiele 47:13-20), situano in un’area più ristretta ma che comprende, comunque, oltre all’attuale Israele, anche Libano, Gaza e Cisgiordania.
Tra quanti concepiscono la Terra d’Israele non solo come elemento dell’identità religiosa ma come un vero e proprio imperativo politico territoriale, è fondamentale la credenza secondo cui solo il possesso dell’intera Israele biblica può consentire il ritorno (alyah) nella terra santa di tutto il popolo ebraico, anche quello in diaspora, permettendo prima la venuta del messia Ben Josef, poi quello del messia Ben David.
Avvento che condurrà alla Redenzione e al Giudizio finale. Un processo che i sionisti religiosi – contrariamente al mondo haredi, o ultraortodosso, intenzionato , almeno inizialmente, a non violare quel patto con Dio che, secondo la tradizione, impegnava gli ebrei a non “precipitare” gli eventi, a non organizzarsi collettivamente per tornare in Israele e non ribellarsi con la forza al “giogo delle nazioni”, e per questo a lungo ostile nei confronti del movimento sionista fondato da Herzl -, intendono accelerare mediante un attivistico ruolo dell’agire umano.
Sarà Tzvi Yehuda Kook – succeduto alla guida della yeshivah di Merkaz HaRav al padre Abraham Isaac, primo rabbino capo dello yishuv, l’insediamento ebraico nella Palestina mandataria e fautore della tesi secondo cui il sionismo non era un “fenomeno antireligioso” ma un inconsapevole strumento della realizzazione del piano divino, lettura che giustificherà la cooperazione dei sionisti religiosi con quelli secolari in nome del fine comune della fondazione dello stato −, a leggere la guerra del giugno 1967 come il primo passo per dare compiuta forma all’Eretz Israel .
Quella folgorante vittoria consente, infatti, l’accesso a luoghi della memoria come il Muro del Pianto, ultima vestigia del Secondo Tempio distrutto nel 70 D.C. dai romani, o la Tomba dei Patriarchi a Hebron dove, nel 1968, si insedierà un pionieristico nucleo di coloni religiosi. Un trionfo che permette a Israele di entrare non solo in una Gerusalemme “finalmente riunificata”, ma anche di occupare Gaza e, soprattutto, la Cisgiordania, subito evocata con l’antico nome ebraico di “Giudea e Samaria”.
Un ritorno che, in quanto espressione della “volontà divina”, non può essere in alcun modo messo in discussione: la “teologia della Terra” nazionalreligiosa si vuole irriducibile a vicende come le mutate condizioni storiche, le “pretese sovranità” palestinesi, le risoluzioni delle Nazioni Unite.
“Grande Israele”: la parola d’ordine sionista religiosa e della destra nazionalista
Un programma che trova linfa nella svolta politica del 1977, che segna l’inizio del progressivo declino della storica anima fondativa, laburista e di sinistra di Israele e l’ascesa della destra revisionista figlia di Jabotinsky. Da allora le forze del campo sionista religioso divengono partner essenziale delle coalizioni di governo guidate dalla più ampia e radicata destra nazionalista imperniata sul Likud, con cui condividono parole d’ordine e obiettivi.
Da Begin (1977-1983) a Netanyahu (1996-1999, 2009-2021, 2022 a oggi) passando per Shamir (1983-1984, 1986-1992) e il primo Sharon (2001-2006), la destra non ha mai smesso di perseguire l’obiettivo del Grande Israele, declinazione in chiave di sicurezza e potenza dell’Eretz Israel biblica.
Complice un sistema elettorale proporzionale puro, che massimizza la rendita delle formazioni minori, la destra religiosa messianica, portatrice di un’ideologia articolata sui principi classici di ogni fondamentalismo – inerranza del Libro sacro assunto nella sua interezza; astoricità del messaggio che vi è contenuto e rifiuto di interpretarlo in prospettiva storica; superiorità della Legge divina su quella terrena; primato del mito di fondazione, nel caso specifico l’Israele biblico anziché quello nato dalla partizione Onu della Palestina del 1947 -, acquisisce una centralità impensabile in passato. Rilevanza che le consentirà non solo di far penetrare la sua cultura politica nelle istituzioni chiave dello stato, strutture militari e di sicurezza comprese, ma anche di contribuire a plasmare l’immaginario collettivo di Israele.