Ricercatrice sociale e dottore di ricerca in ‘Sistemi Sociali, Organizzazione e Analisi delle politiche pubbliche’ (Sapienza, Università di Roma)

Distanziati e isolati. Parole e riflessioni sull’emergenza sanitaria in corso hanno posto l’accento su come stiano emergendo disuguaglianze in campo educativo, un brutalismo crescente dei contesti formativi, piegati a confinamento.

Due sono i temi chiave, in parte speculari, che si possono isolare: il primo riguarda i luoghi nei quali si stanno adattando soluzioni per superare differenze sociali, il secondo i metodi e le strategie che si stanno sperimentando, tra difficoltà materiali e nel conflitto tra scuola e famiglia, fuori dal contesto e dalle comunità e dalle reti educanti. Entrambi, attingono a un’idea di educazione come processo non esclusivamente scolastico.

Sono riflessioni che muovono dai margini, dalle difficoltà e dalle opportunità con cui si fa scuola in aree fragili, interne, rurali, montane. Nelle varie forme di esclusione, dalla difficoltà di accesso ai dispositivi a una connettività adeguata, le periferie sembrano somigliarsi un po’ e superare le differenze geografiche. Tuttavia, i margini lontani dai servizi, da sempre, sono abituati a sviluppare forme di adattamento e capacità di fare ‘di quello che c’è una opportunità’.


Didattica a distanza


Per rispondere a diverse emergenze (dalla lontananza fisica della scuola, all’assenza di sistemi di trasporto e di infrastrutture tecnologiche adeguate) a Sassello, da anni, si sta sperimentando una scuola innovativa, a distanza. È una innovazione che ha facilitato la gestione di questa fase perché, semplicemente, i bambini ‘lo facevano già’. Seguire lezioni da casa perché la lontananza non permette di frequentare la scuola in presenza, è una necessità che ha permesso a docenti e studenti di confrontarsi con tecniche e tecnologie.

Nonostante le difficoltà, queste piccole scuole praticano la didattica a distanza in più plessi tra gli istituti dell’area e l’Itis di Savona. Lo fanno con il supporto di un team di didattica digitale e di un animatore digitale: la didattica è stata estesa a tutti i livelli, incluse le docenti dell’infanzia, con modalità sincrone e asincrone. Un gruppo di docenti, inoltre, sta accompagnando le docenti dell’infanzia.

Restano i problemi dell’emergenza, come la mancanza di supporti adeguati in famiglia per numero di figli, oppure la connettività. I primi si stanno superando con l’attivazione di un comodato d’uso di pc/tablet, con l’aiuto della protezione civile, i secondi scontano i ritardi del potenziamento della banda ultra larga sul territorio nazionale. Eppure, la necessità di sperimentare un’innovazione è iniziata proprio qui, per superare la difficoltà di reperire docenti. È stato così possibile accorpare classi e creare delle mono classi, a distanza.

Gli istituti dell’area dispongono di strumentazioni tecnologiche, hanno lavorato sulla formazione dei docenti, hanno adottato un’organizzazione territoriale tra istituti, con figure di accompagnamento. Ne è nata una comunità attiva di docenti, consapevoli dell’opportunità e dei limiti della didattica a distanza (gli studenti non sono lavoratori terminalisti). Si è potenziato il lavoro in rete tra docenti e istituti, è nata la consapevolezza di non trovarsi impreparati alla ripartenza, di consolidare l’esperienza nel piano triennale dell’offerta formativa, usare alcune soluzioni di accompagnamento per integrare il lavoro educativo, in presenza.


 

Didattica online e strumentazioni tecnologiche


Sono consapevolezze che nascono da un’esperienza di lungo periodo ma anche da una sua prima valutazione: la didattica a distanza sembra funzionare negli istituti superiori, dove c’è maggiore dispersione. Sugli impatti e sulle criticità della didattica della quarantena, invece, bisognerà interrogarsi a lungo, nei contesti scolastici e di policy.

La scuola pubblica ha attinto alle sue risorse interne (i singoli istituti, nella loro autonomia) per accompagnare famiglie e bambini, con risultati parcellizzati. Si passa da esperienze positive, di uso di piattaforme per lo scambio di contenuti e compiti, con l’accompagnamento di un docente-tutor, a gruppi whatsapp mamme-maestre con l’invio dei compiti da fare. Parcellizzazione e isolamento che hanno interessato anche le scuole dell’infanzia, di cui si parla poco.

Nell’emergenza molti bambini, inclusi i più piccoli, sono stati esclusi da azioni normative e decreti. L’isolamento, in contrade sperdute o in famiglie dove i genitori non hanno sensibilità o risorse, è diventata un’emergenza grave.

Eppure, tra le diseguaglianze sommerse, quelle visibili e quelle invisibili, si fa strada l’azione delle reti sociali, autorganizzate, comunitarie. Un mutualismo a scala locale, di quartiere, tra piccole scuole, all’interno di movimenti educativi. Emergono segnali e pratiche da replicare e sperimentare, nel fare quotidiano, grazie anche alle azioni di supporto che stanno accompagnando, a distanza, docenti e studenti.

Quelle che abbiamo sempre definito ‘comunità educanti’ possono diventare delle comunità di politiche educative, a patto che le istituzioni scolastiche le riconoscano non come azioni in emergenza ma come azione ordinaria.

Il Movimento delle Piccole Scuole, promosso da Indire, sta sostenendo le scuole fornendo stimoli educativi e formativi per lavorare con le classi in rete e, allo stesso tempo, motivare gli studenti. Lo fanno recuperando la Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari e utilizzandola come “dispositivo” per lavorare trasversalmente con i bambini del primo ciclo.


“Spaesi” è un laboratorio didattico di geografia fantastica per i docenti che nasce come strumento che permette agli insegnanti di lavorare attraversando le discipline e le competenze. Colmare le distanze valorizzando il proprio paese, il proprio borgo, il proprio territorio: l’obiettivo è aiutare i docenti a lavorare con le proprie classi, e creare con i bambini storie, filastrocche, giochi di parole, canzoni, su quello che in questo momento sta “fuori”, su ciò che di bello si vede dalle finestre vere, immaginarie e metaforiche, per costruire una geografia, un atlante di geografia fantastica delle piccole scuole. “Dove sta di casa la scuola?”, invece, è un laboratorio che lavora sull’importanza delle case come territori da esplorare, luoghi ricchi di “fatti educativi”, promuovendo l’immagine di una scuola dell’emergenza “a bassa intensità digitale”, specialmente per quei territori dove la connettività risulta più complicata.

Lavorare, quindi, sulle risorse tematiche per una didattica a distanza consapevole (contro la ‘didattica della quarantena’ o la ‘didattica on line per paura’), ma anche pensare alle sperimentazioni che molte aree interne stanno avviando, partendo dal contesto come risorsa conoscitiva e laboratorio di nuovi metodi pedagogici.

Si tratta di una ‘missione educativa’ che nasce all’interno di percorsi di progettazione territoriale, in cui l’istruzione e l’offerta educativa sono state immaginate come un progetto di sviluppo. Parliamo di esperienze in spazi educativi ibridi, di educazione all’aperto, di investimento nella formazione degli educatori e dei docenti.

Uno dei risultati del lavoro di co-progettazione svolto dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne è stato quello di aver “smontato il tema delle competenze” dando rilevanza ai luoghi dell’apprendimento, formale e informale, diventati strumenti di innovazione e attivazione, tra conoscenza e sviluppo locale.

La sfida è quella di consolidare e riconoscere le sperimentazioni pedagogiche che si stanno portando avanti, dentro e fuori lo spazio delle politiche pubbliche, perché non siano solo un’alternativa ma un modello.

Sono esperienze che stanno producendo risultati, come la rete dei nidi di montagna in Casentino-Valtiberina, la casa di Cipì a Cerreto Sannita (un esempio di educazione parentale nato nell’ambito di un progetto riqualificazione di un ex convento), oppure la scuola di Ronchi Valsugana, il luogo più impervio dove fare outdoor education (in Trentino). Dirigenza scolastica, amministrazione locale e docenti ci hanno creduto e ora sta funzionando: l’investimento su un progetto educativo ha portato un ricambio di docenti, sono aumentati gli iscritti e la risposta dell’amministrazione è stata ‘bene, allora facciamo la scuola diffusa in paese!’. In Casentino-Valtiberina, inoltre, l’emergenza in corso sta spingendo il coordinamento pedagogico di area a ripensare il modello educativo di tutte le scuole dell’infanzia sull’esempio della scuola all’aperto. Sono esperienze fondate sulla fiducia, sulle reti tra scuole accomunate dal lavoro di comunità, con le comunità, nell’intreccio necessario tra scuola pubblica e progetti educativi.

In tempi di emergenza sanitaria occorre quindi dare valore alle esperienze emergenti. Per farlo, c’è bisogno di una volontà politica, delle istituzioni culturali e della ricerca, nell’accompagnare le reti di scuole pubbliche nel creare le condizioni di contesto perché queste sperimentazioni continuino a svilupparsi e diventino una realtà consolidata nell’orizzonte della scuola pubblica.

 

La Fondazione ti consiglia
pagina 80513\