Queen Mary University of London

Come sono nati i gruppi di sostegno e di mutuo aiuto nelle città durante la crisi del Covid-19? Un punto di vista inedito, direttamente da Islington, quartiere centrale di Londra, per capire necessità, inquadramenti storici, visioni e ritorni, anche politici, delle comunità nate dal basso. L’intervista a Marzia Maccaferri, docente di Storia politica alla Queen Mary University of London e membro di uno dei Community aid group di Londra.

“All’inizio le attività erano semplici: andare a fare la spesa per gli anziani, o ritirare le medicine in farmacia. Poi i gruppi di vicinato, (Community aid groups set up across UK amid coronavirus crisis), persone che abitano più o meno negli stessi quartieri, hanno creato delle relazioni molto strette anche con tutta la rete di solidarietà legata alla “sinistra radicale” inglese – termine che nel Regno Unito ha un significato molto meno forte che in Italia.

Chi sono i soggetti che si sono attivati dal basso? A rispondere, Marzia Maccaferri, docente di Storia politica alla Queen Mary University of London e parte di uno dei Community aid group di Londra.

 

 

Come e quando hanno iniziato a nascere questi gruppi di mutuo aiuto?

“Sono realtà di sostegno spuntate dal basso come funghi a qualche giorno dall’inizio della crisi in tutta l’Inghilterra, ma soprattutto nelle grandi città, come Londra, Manchester e Birmingham. La crisi in Inghilterra è stata ufficializzata in un secondo tempo rispetto al resto d’Europa, ma era già presente la sensazione che un’ondata di problemi davvero rilevanti sarebbe stata imminente. Abbiamo cominciato a organizzarci ancora prima che il governo ufficializzasse la crisi”.

Chi i soggetti che si sono attivati dal basso?

Si tratta di gruppi di vicinato (Community aid groups set up across UK amid coronavirus crisis), persone che abitano più o meno negli stessi quartieri e che sono partiti da attività semplici: andare a fare la spesa per gli anziani, o ritirare le medicine in farmacia, che via via si sono interfacciati e hanno creato delle relazioni molto strette anche con tutta la rete di solidarietà legata alla “sinistra radicale” inglese – termine che nel contesto inglese ha un significato molto meno forte che in Italia. Così questi gruppi si sono alleati con tutte quelle realtà di solidarietà già esistenti, come per esempio le banche alimentari, che purtroppo sono ormai diventati quasi un pilastro del welfare state inglese per una crisi molto precedente al COVID e che ha a che vedere con l’austerity.

Come sono state chiamate a raccolta le persone?

Il nostro gruppo si è organizzato grazie a strumenti che abbiamo tutti: un gruppo WhatsApp dove ognuno metteva a disposizione le varie competenze, un sito internet, un gruppo Facebook. Rispetto all’Italia, i gruppi di sostegno che sono nati dal basso qui, oltre che a intersecarsi con una parte della sinistra legata al movimento che ha sostenuto Jeremy Corbyn,

sono legati a una tradizione che possiamo far risalire all’età Vittoriana. In assenza di quelle forme di solidarietà legate ai movimenti cattolici, si tratta di una forma di solidarietà legata alla media borghesia che “aiuta per aiutare” senza un fine o un obiettivo politico dichiarato. Poi, chiaramente, io credo che la politica sia dappertutto, quindi c’è un messaggio politico anche in questo tipo di solidarietà: però non fa parte della vision di questi gruppi.

Hanno funzionato bene fin dall’inizio?

Sì, non solo. Il fatto che i gruppi si siano organizzati così velocemente e così bene è la spia di un cambiamento della cultura politica e della stratificazione sociale di questo paese, ma anche della necessità per molti di fare politica anche se non in forma esplicita.

La politica, per definizione ed etimologia, riguarda la polis. Non possiamo inquadrarla in questo senso?

Sì, è vero. La solidarietà è politica, è interagire dentro il politico. Noi ci abbiamo messo solo cinque giorni a organizzarci, con un appello su Facebook. E siamo intervenuti sulle situazioni di emergenza prima delle istituzioni pubbliche locali, prima che il Comune venisse sommerso dalla crisi e dalla gestione, in assenza totale di strutture.

Hanno sostituito le istituzioni?

Diciamo che hanno fatto ciò che avrebbe dovuto fare lo Stato, hanno rappresentato un po’ di Welfare State sia da un punto di vista materiale, raccogliendo soldi per alimenti, che da un punto di vista di sostegno psicologico e sociale. Abbiamo offerto una rete di solidarietà creando quello spazio di condivisione e questo spiega come si sta trasformando la società e la cultura politica di questo paese.

Un Paese che però ha mostrato differenze da città a città.

Londra è più ricca, fortunata, veloce. Subisce più rapidamente i cambiamenti ma reagisce con altrettanta velocità rispetto alle altre città della Gran Bretagna e sicuramente nelle periferie di Liverpool o di Manchester i problemi sono stati di altra natura.

La mappa del contagio ha rappresentato quella dei problemi sociali, delle differenze territoriali, delle esclusioni razziali. La crisi ha messo in pentola, e in ebollizione una serie di problemi e questioni di lungo periodo assieme a cambiamenti più veloci. Uno di queste trasformazioni è stata sicuramente l’apparizione e la sparizione meteorica del corbynismo.

In che modo?

Alcuni di questi gruppi di mutuo aiuto sono nati per sopperire alla necessità di fare politica a sinistra. La “Radical left” all’inglese, non trovando più un bacino sufficientemente radicale all’interno del partito laburista con il cambio della leadership, si sono convogliati in questi movimenti dal basso.

Si possono fare dei paralleli storici?

Si potrebbe essere tentati di compararli con i gruppi di mutuo soccorso legati alle forme di solidarietà attivate dai sindacati italiani socialisti alla fine dell’800 e nei primi del ‘900. Ma non

è la stessa cosa. Questi gruppi hanno sicuramente una visione del mondo che possiamo definire ad ampio raggio “di sinistra” ma sono molto più trasversali ed esprimono una domanda sociale diversa.

Quale?

La necessità non di lottare per i diritti, ma di riconoscere che esiste uno spazio politico che può nascere dal basso e che non necessariamente viene incanalato nelle strutture istituzionali. I gruppi di mutuo soccorso dell’Ottocento nascevano da un’altra esigenza. Sarà interessante vedere cosa succederà nei prossimi mesi e come si trasformeranno.

Intravede rischi e opportunità nel futuro dei gruppi di quartiere?

Sicuramente c’è la preoccupazione che diventino troppo parcellizzati sul territorio, mancando di un coordinamento. Si potrebbe perdere una rete di cultura politica condivisa e solidale nella quale inserire anche future battaglie di riconoscimento di diritti. È interessante che i più giovani si siano organizzati: nel nord di Islington, per esempio, alcuni pub abbandonati sono stati occupati e sono diventati delle banche alimentari.

È una spia dei tempi: da quando non c’è più la leadership di Corbyn, che è stato in grado di chiamare a sé le nuove generazioni come nessun altro in Inghilterra, è come se fossero rimaste orfane di uno spazio politico in cui agire.

Quale impatto potranno avere questi gruppi sulla politica?

La mia speranza è che emerga una nuova proposta politica: i gruppi di sostegno hanno fatto interagire diversi gruppi sociali e generazionali. Probabilmente l’evento più vicino nella storia d’Italia è l’inondazione di Firenze del 1966, considerata da alcuni storici come l’inizio del ‘68 – anche se sono stati fenomeni molto complessi. Resta da vedere se l’emergenza COVID può essere stata il punto di partenza per una solidarietà territoriale più estesa e duratura (As coronavirus shrinks our world, resurgent community spirit offers hope).

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