Ha scritto George Orwell in 1984 che «Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.»

Riprendere oggi il filo del ragionamento su Cesare Beccaria a 225 anni dalla morte certamente significa rendere omaggio a Dei delitti e delle pene, un piccolo libro che  ha percorso un lungo cammino, ma anche a non ridurre Beccaria al titolo di quel libro. Il fine era credere nella capacità di modificare la realtà investendo tempo, risorse, intelligenza sulla possibilità che gli uomini cambiassero perché si impegnavano a non riconoscere come naturale – e dunque immutabile – chi erano, cosa avevano e  come pensavano e come agivano, ma essere convinti che migliorare si può, che investire sul miglioramento è sapere di metterci del proprio, di avviare una trasformazione non solo nelle convinzioni, ma anche e soprattutto nei comportamenti, di investire prima di tutto su se stessi per provare a diventare migliori senza avere la pretesa di essere convinti di essere già migliori.

Di seguito, il commento dello storico David BidussaPrix de la Justice et de l’Humanité di Voltaire e uno scritto di Luciano Ventura, curatore dell’edizione Universale Economica del 1950 di Dei Delitti e delle pene. I documenti sono tratti dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.