Università della Calabria

Migliaia di cittadini di Reggio Calabria protestarono dal luglio 1970 al febbraio 1971 con un preminente e imprescindibile obiettivo: la designazione della propria città a capoluogo dell’istituendo ente Regione.

A cinquant’anni di distanza, la rivolta di Reggio è per molti commentatori ancora un caso di difficile applicazione di un approccio intellettuale tanto banale quanto dovuto: un movimento di protesta va giudicato per ciò che esige esplicitamente, per il fine dichiarato e mobilitante. Al contrario si sentono echeggiare nuovamente termini che sminuiscono quell’obiettivo, lo privano di dignità analitica oggi come gli hanno tolto considerazione politica al tempo della disputa con Catanzaro: “pennacchio”, “campanilismo”, “pretesto”, ecc. Si va alla ricerca di motivazioni recondite (l’arretratezza atavica e la disoccupazione cronica del Mezzogiorno) o oscure (l’organizzazione della rivolta in un vertice fascio-mafioso nell’ottobre 1969).

1970. Fonte: L’Espresso

 

 

Non si riesce a stimare sufficiente l’evidenza, riassunta in modo limpido da un testimone partecipe della rivolta, lo storico socialista Gaetano Cingari, per nulla accondiscendente verso la rivendicazione del capoluogo: «se la violenta protesta nasceva da molti fili, remoti o attuali, e raccoglieva solide motivazioni sociali, essa tuttavia aveva come molla centrale il capoluogo, obbiettivo nel quale confluivano frustrazione e attese, vero cemento della sollevazione di massa. Le motivazioni sociali preesistevano, ma senza esiti conflittuali». Sono proprio quelle «frustrazioni e attese» che invece bisogna accuratamente esaminare per comprendere un evento che altrimenti rimane un unicum contorto e inspiegabile.

Semplificando, lo schema implicito nella stragrande maggioranza delle ricostruzioni circolanti sulla stampa e nel web è il seguente: i reggini avrebbero lottato per un obiettivo futilmente simbolico, perché in realtà esasperati dall’atavico disagio socio-economico, che la destra radicale e le cosche della ’ndrangheta sarebbero riuscite a dirigere verso piani eversivi (golpe Borghese del dicembre 1970). In una tale interpretazione sorge soprattutto problema di metodo: è possibile per gruppi organizzati, di qualsiasi matrice ideologica, far sorgere e dirigere una mobilitazione di migliaia di persone per mesi?

Uno studioso dell’azione collettiva come Sidney Tarrow ha risposto decisamente in modo negativo.

Ragionando per assurdo, tuttavia, l’ammissione della teoria di una pre-organizzazione della rivolta di Reggio da parte del blocco fascio-mafioso non farebbe altro che confermare la capacità mobilitante del capoluogo, su cui già nell’ottobre 1969 si sarebbe confidato per realizzare quell’estensione e quella durezza di scontro che avrebbe favorito il piano eversivo.

In effetti, la disputa per il capoluogo regionale aveva una storia decennale in Calabria, con un primo episodio sfavorevole a Catanzaro, principale contendente di Reggio, nel 1949-50. Decennali e diffusi in tutta la regione erano altri casi di competizione tra territori per accaparrarsi le opportunità di crescita economica e sociale offerte dallo Stato: ateneo, uffici, servizi, insediamenti industriali, infrastrutture.

Sebbene ancora poco studiata in ambito storiografico, si può dire che la difesa di interessi territoriali, non sempre in forma di disputa, da parte di una comunità è una forma tipica (e prevalente) di regolazione politica delle economie a carattere dipendente, perciò strutturale nel Mezzogiorno. Solo per citare alcuni casi, capaci di innescare proteste anche di piazza: distretto militare a Sulmona nel 1957, direzione cantieristica tra Genova e Trieste negli anni Sessanta, stabilimenti industriali a Battipaglia nel 1969 e nel 1974 a Eboli.

Visto in questa prospettiva, il capoluogo rappresenta forse la migliore sintesi di aspetti materiali e simbolici operanti in questo genere di movimenti, che Guido Crainz ha definito spuri rispetto alle mobilitazioni studentesche e operaie degli stessi anni. Questo genere di mobilitazioni si possono definire, sulla scorta di una consolidata letteratura politologica e sociologica, di carattere localistico e tendono ad assumere una forma di trasversalità politica e sociale, con la formazione di comitati cittadini e il protagonismo delle élite locali. Per forgiare la compattezza di tale blocco localistico, l’identità territoriale, sovente quella municipale, svolge un ruolo fondamentale.

1970. Fonte: L’Espresso

 

 

L’orgoglio di essere la città più grande e ricca di storia della Calabria fu certamente un collante fondamentale per la mobilitazione di Reggio del 1970. E nemmeno questa rivendicazione di primato può essere svalutata, considerato quanto l’esaltazione della peculiarità dei luoghi e della loro importanza rivesta un ruolo fondamentale nel dibattito pubblico, nei meccanismi economici e politici, e non solo della provincia italiana. Si tratta di un aspetto simbolico, quindi, tutt’altro che eccezionale e strettamente collegato alla gestione politica dei flussi di risorse, in quanto le città più importanti pretendono di ottenere di più dallo Stato.

Diventare il capoluogo regionale poteva incidere nel meccanismo di regolazione politica clientelare tipico della Calabria e del Mezzogiorno.

I sociologi Piero Fantozzi e Vincenzo Bova hanno illustrato come la conflittualità politica legata al capoluogo sia stata prodotta da un decentramento amministrativo che metteva in evidenza gli squilibri strutturali interni alla regione e imponeva un nuovo livello di mediazione, con alleanze inter-locali, tra le diverse aree della Calabria.

Per disinnescare tali conflitti e perseguire un presunto interesse regionale, si sarebbe dovuto immaginare uno sviluppo pianificato della regione che distribuisse equamente vantaggi e riservasse pochi danni ai più sfortunati. I tecnici gravitanti attorno al Partito socialista italiano avrebbero potuto farlo… se non fosse che il segretario, il cosentino Giacomo Mancini, era uno dei politici che avallò l’accordo (non ufficiale, ma nei fatti) tra Cosenza (capace di sottrarre la sede dell’istituendo ateneo a Lamezia Terme) e Catanzaro (capoluogo), ai danni di Reggio (a cui sarebbero spettati soltanto investimenti industriali).

Una storia di rapporti di potere che si ripete centinaia di volte ancora oggi quando si deve scegliere la dislocazione di un investimento.

Il capoluogo era un obiettivo moderno, perfettamente in linea con la crescita delle città meridionali verso una terziarizzazione spesso parassitaria. Uffici, negozi e i relativi servizi pubblici costituivano un ambito occupazione molto desiderabile per gli abitanti delle città calabresi, che erano diplomati e laureati in media anche superiore rispetto al resto del Paese. D’altronde, la ricchezza era cresciuta come non mai durante il boom economico anche nelle province calabresi, contribuendo ad alimentare delle attese che non erano quelle di un lavoro operaio in via declinante.

Semplificando brutalmente: fare otto mesi di rivolta (con morti, feriti, arrestati in gran quantità) per un posto fisso, pare anche a chi scrive una sproporzione. Come ho dimostrato in mio La rivolta di Reggio (Rubbettino), sono la dinamica della violenza politica e in rapporto alla gestione dell’ordine pubblico che possono spiegare il carattere di rivolta assunto il 14 luglio 1970 dalla protesta per il capoluogo, nella sua durevole e irriducibile recrudescenza.

Agli episodi di guerriglia e di terrorismo (centinaia gli attentati dinamitardi tra il 1970 e il 1971) contribuirono certamente anche i gruppi di destra extraparlamentare (Fronte nazionale, Avanguardia nazionale) e i membri di alcuni clan mafiosi della città, che trovarono parziale espressione nel Comitato d’azione, egemone nel movimento con la parola d’ordine di ribellione al sistema (repubblicano e democratico), accompagnato spesso da una rappresentazione denigratoria dei partiti dell’arco costituzionale quali partitocrazia.

1970. Fonte: Lotta Continua

 

 

Tuttavia, essi non riuscirono mai a prescindere dalla rivendicazione del capoluogo, come attesta la sua presenza sulla totalità dei volantini. Figurarsi se potevano originare e strumentalizzare la partecipazione dei cittadini di Reggio trattandoli come burattini.

La rappresentazione, passiva e permeabile a progetti golpisti nazionali, dei manifestanti di Reggio nel 1970 si nutre innanzitutto della memoria dei rappresentanti locali e nazionali della sinistra, di governo ma soprattutto di opposizione (il Partito comunista italiano), e dei sindacati (manifestazione del 22 ottobre 1972 ricordata dalla canzone di Giovanna Marini, I treni per Reggio Calabria).

I comunisti erano legittimamente preoccupati di disegni eversivi legati allo stragismo e quindi assunsero una posizione d’ordine, di difesa dell’ordine repubblicano, che aumentava l’estraneità alla mobilitazione pro capoluogo determinata soprattutto da altre ragioni. Infatti, il partito comunista non espresse mai un’opinione nel merito della disputa tra Reggio e Catanzaro, decise di non decidere, lasciando oscurato il peso delle gerarchie territoriali nella dimensione politica, probabilmente anche al proprio interno (pur sovrastate collante ideologico). Questo denunciarono alcuni militanti di base, che parteciparono alla lotta per il capoluogo. Oltre a questi due motivi, la pulsione d’ordine e l’“agnosticismo territoriale”, nell’avversione alla rivolta agì pure una cultura politica radicata nella realtà rurale più che in quella urbana.

I comunisti sminuirono e contrastarono gli obiettivi dichiarati della rivolta proprio perché non comprendevano che le frustrazioni e attese di cui parlava Cingari erano legate a un quasi dominante e imprescindibile orizzonte urbano di terziarizzazione. I proletari, i lavoratori e coloro di cui i comunisti volevano difendere gli interessi legavano i loro interessi a un blocco localistico interclassista dominato dalle élites locali. In quella ricerca di occupazione nel terziario che avrebbe offerto l’ente Regione e il suo indotto era presente una richiesta di sicurezza e di benessere sociale, improntata ai modelli culturali di rapporto con la classe politica di carattere clientelistico e parassitario.

È da tutti questi fattori di minaccia ed estraneità culturale permeanti la rappresentazione dei comunisti (e della sinistra in genere) che emerge una visione delegittimante e dietrologica del movimento per il capoluogo.

A dire il vero, si tratta di un atteggiamento speculare a quello della destra, che identificò e identifica ancora la rivolta di Reggio come una lotta nazional-popolare di malcelata tendenza fascista, tralasciando l’obiettivo localistico dichiarato dai manifestanti e le conseguenti divisioni territoriali, anche al proprio interno: i missini di Catanzaro e di Cosenza non aderirono alla rivendicazione reggina del capoluogo, ma sposarono il significato ideologico che ad esso veniva attribuito a livello nazionale.

1970. Fonte: Lotta Continua

 

 

In entrambi i casi, si tratta un meccanismo di uso politico della storia che si è ormai cristallizzato nella citata ricostruzione stereotipica non fondata scientificamente, in cui gli abitanti di Reggio (probabilmente, unico caso nella storia dei movimenti) si sarebbero ribellati, tutto ad un tratto e per un obiettivo infimo come il capoluogo, all’atavico disagio economico-sociale e/o per l’intruppamento da parte dei soldati fascio-mafiosi.

Così si lascia oscurata la ragione storica della rivolta di Reggio, del suo avvenire in quel momento determinato e con quelle caratteristiche. Frutto avvelenato offerto alla storiografia dall’incapacità di leggere e di gestire nuove frustrazioni e attese della società, che fa il paio con quello offerto alla politica anche dell’oggi: ricondurre frustrazioni e attese al proprio schema teorico, senza avere peraltro un piano per influenzarle e magari convertirle in energia di cambiamento.

 

 

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