Questo articolo fa parte di America Anno Zero, rubrica editoriale de La Nostra città futura dedicata alle elezioni statunitensi. Leggi qui gli altri approfondimenti di America Anno Zero.


Secondo alcuni scienziati politici, la democrazia è quel sistema politico che consentirebbe un passaggio “pacifico” del potere, regolandone i tempi e le modalità. Eppure, il dibattito politico sul voto nelle elezioni USA sembra andare in tutt’altra direzione. Da una parte, il Presidente uscente e candidato repubblicano Donald J. Trump, dichiara di non volersi impegnare ad una transizione pacifica dopo l’election day, visto il sospetto di frodi dovute a voto per corrispondenza; d’altra parte, il Pentagono ha chiarito che in caso di dispute elettorali, l’esercito non interverrà. Queste posizioni, per molti aspetti paradossali, possono aiutarci a comprendere quanto rilevante sia diventato il dibattito sulle regole elettorali all’interno della democrazia statunitense, al punto da mettere in dubbio uno delle funzioni fondamentali della democrazia, la transizione pacifica.

Non si tratta di un dibattito inedito: molti ricorderanno le parole spese dopo le elezioni 2016, circa il fatto che la candidata democratica, Hillary Clinton, avesse raccolto un numero maggiore di voti ma che il collegio elettorale degli Stati Uniti, basato sul sistema dei “grandi elettori”, avesse premiato Trump che era riuscito a vincere in un numero maggiore di Stati. Prima ancora, nel contesto delle elezioni USA del 2000, il candidato democratico Al Gore aveva chiesto il riconteggio manuale dei voti nello stato della Florida, visto lo scarso margine di vantaggio del rivale, George W. Bush. Le elezioni americane, insomma, non sembrano pacifiche come in teoria dovrebbero essere.

Per capire perché questo avvenga, ne parliamo con il Professor Arnaldo Testi dell’Università di Pisa. Tre i nodi cruciali da sciogliere. In primo luogo, perché le regole sul voto negli USA siano in buona sostanza “semi-settecentesche”, conducendo a paradossi come quelli che abbiamo indicato. In secondo luogo, cosa si intenda per “voto per posta” e perché stia diventando una questione centrale nelle elezioni 2020. Per finire, perché le modalità di voto hanno conseguenze “sostanziali” sulla democrazia USA? In che modo queste regole potrebbe condizionare il risultato delle elezioni USA 2020?


Ad accompagnare l’intervista, abbiamo selezionato un testo tratto dall’archivio di Fondazione Feltrinelli: “Disenfranchisement of Negro People”, tratto dal pamphlet “America’s racist laws” di Herbert Aptheker.

Scarica il documento tratto da patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


Non si tratta di una scelta casuale. Nell’intervista, il Professor Testi fa infatti riferimento al dibattito sulle “Voter ID laws”, le leggi per identificare i votanti. Questo dibattito, pur attirando meno attenzione rispetto alle dichiarazioni di Trump, merita eguale considerazione in relazione al tema del godimento dei diritti democratici delle minoranze. Negli USA, infatti, le leggi sull’identificazione dei votanti sono decise Stato per Stato. Queste leggi servirebbero a prevenire frode elettorale, ma studi sul loro impatto mostrano come ridurrebbero la partecipazione dell’elettorato, colpendo in special modo cittadini soggetti ad esclusione sociale e minoranze etniche. L’accusa di disenfranchisement, la privazione del diritto di voto, non è da prendere alla leggera: nonostante il Quattordicesimo Emendamento della Costituzione USA proibisse la riduzione del suffragio su base razziale, i legislatori statali si diedero molto da fare, in passato, per creare regole e leggi che ostacolassero il voto degli afroamericani, per “difendere i costumi e le venerande tradizioni del Vecchio Sud”. Il dibattito sulla modalità di voto, insomma, non è tanto un dibattito sulla logica formale che regola le elezioni USA, quanto piuttosto sulla sostanza della democrazia USA.

Se le regole non sono percepite come neutrali, tendendo piuttosto ad avvantaggiare sistematicamente certi partiti o gruppi di elettori, il dibattito politico si sposta dal contenuto delle decisioni democratiche, le politiche pubbliche, alle regole stesse, sollevando dubbi sulla piena legittimità della democrazia statunitense.

 

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