Trasandato, malnutrito, sempre più afflitto dall’angina – aggravata dall’altitudine di Città del Messico – una notte ha un infarto mentre è per strada. Ferma un taxi e muore sul sedile posteriore. Il tassista lo deposita in un posto di polizia: solo due giorni dopo la sua famiglia viene a sapere quello che gli è successo e recupera la salma. Così muore Victor Serge nel novembre 1947, personaggio memorabile, il rivoluzionario solo, l’intellettuale dissidente rispetto alla Rivoluzione russa.

Era nato anarchico, Victor, non comunista. La sua adesione alla Rivoluzione è più emozionale che ideologica: la difende ma si mantiene aperto al mondo da cui proviene.

La sua dissidenza comincia nel 1924, anche se già nel marzo 1921, dinanzi agli spari dell’armata rossa contro gli insorti che chiedono più libertà e autonomia a Kronštadt, il luogo mitico della rivolta, sente che quella rivoluzione non è più sua. Sorvegliato e incarcerato, viene liberato grazie a una mobilitazione internazionale in suo favore, animata soprattutto da intellettuali socialisti e anarchici. Nel 1935, durante il Congresso internazionale degli intellettuali antifascisti, Salvemini lo propone come esempio di intellettuale che non si arrende al potere.

Quando Serge ripara a Parigi, nell’aprile 1936, la sua posizione è precisa: da anni è ormai convinto che quanto accaduto dopo il 1917 sia da rivedere radicalmente. La rivoluzione era stata tradita, bisognava ricominciare daccapo. È la linea che lo porterà alla rottura politica con Trockij – personaggio simbolo dell’opposizione a Stalin – ma la difenderà con tutte le sue forze, anche a costo di ritrovarsi solo e in estrema povertà. Anche a costo di morire in un taxi, durante l’esilio a Città del Messico.


Consigli di lettura

Occhi aperti
Sporcarsi le mani con la verità

Victor Serge

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