Calendario civile

L’attentato che ha cambiato il movimento per i diritti civili


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Cosa e perché

Il 6 giugno 1966, alla periferia di Hernando, Mississippi, tre colpi di fucile esplosi dal margine di un bosco colpiscono James Meredith mentre marcia da solo lungo l’Highway 51. A sparare è Aubrey James Norvell, un uomo bianco che lo chiama per nome prima di premere il grilletto. Meredith cade a terra ferito: l’immagine del suo corpo riverso sull’asfalto diventa immediatamente un’icona nazionale. L’attentato colpisce uno dei simboli più determinati della lotta per i diritti civili, l’uomo che nel 1962 aveva sfidato la segregazione diventando il primo studente nero ammesso all’Università del Mississippi, pagando quella conquista con una rivolta che provocò due morti, centinaia di feriti e l’intervento dell’esercito federale.

Nel 1966 Meredith era tornato nel suo Stato per una nuova sfida: una marcia di 220 miglia da Memphis a Jackson, la March Against Fear, pensata per dimostrare che un cittadino nero poteva camminare libero nel Sud segregazionista e per incoraggiare l’iscrizione al voto dopo il Voting Rights Act del 1965. L’attentato che avrebbe dovuto fermarlo produce invece un effetto opposto: nel giro di poche ore alcuni dei più influenti leader del movimento per i diritti civili, tra cui Martin Luther King, Stokely Carmichael e Floyd McKissick, raggiungono Meredith in ospedale e decidono di proseguire la marcia al suo posto. È l’inizio di una mobilitazione senza precedenti: per giorni, migliaia di persone attraversano il Mississippi, dando vita alla più grande manifestazione per i diritti civili nella storia dello Stato.

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Le origini del Civil rights movement

La storia del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti (Civil rights movement) affonda le sue radici in un passato remoto, direttamente successivo ai primissimi insediamenti europei in Nord America: risale infatti all’estate del 1619 il primo sbarco di un contingente di schiavi africani nel continente, che dà inizio a una vicenda lunga e complessa (che attraversa e plasma l’intera storia del Paese) segnando in profondità le sue istituzioni, la sua economia e la sua cultura. Nel corso dei secoli successivi, dalla tratta atlantica degli schiavi al sistema delle piantagioni e del segregazionismo, la popolazione afroamericana ha attraversato decenni di esclusione politica, segregazione sociale e violenza istituzionale.

Nel corso della Seconda guerra mondiale inoltre, la presenza di centinaia di migliaia di soldati afroamericani al fronte mette in luce l’incompatibilità tra la difesa della democrazia all’estero e la segregazione in patria, alimentando nuove richieste di uguaglianza.
È in questo contesto che, tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Sessanta, prendono forma nuove modalità di mobilitazione, capaci di trasformare la protesta in un movimento nazionale.

Un ruolo decisivo in questo processo è svolto dalle chiese afroamericane del Sud, guidate da predicatori che uniscono l’etica cristiana e lo studio delle Sacre Scritture alla rivendicazione dei diritti civili. Le congregazioni si affermano come luoghi di organizzazione, dibattito e formazione politica in cui la fede si intreccia con la richiesta di dignità e cittadinanza e in cui la Bibbia funge da faro per illuminare la via dell’integrazione e della dignità. Nasce così una classe politica che farà la storia del movimento e che trova nella città di Atlanta (città con una forte borghesia nera e una rete associativa ampia e funzionante) il suo quartier generale, da cui operano figure fondamentali, come Martin Luther King e Ralph Abernathy.

Questa rete di chiese, leader religiosi e associazioni civiche costituisce l’ossatura delle prime campagne contro la segregazione, segnando l’avvio di una nuova stagione del movimento per i diritti civili.

Il monumento dedicato a James Meredith, inaugurato nel 2006 nel campus dell’Università del Mississippi, rappresenta lo studente mentre attraversa un arco in pietra, simbolo del suo ingresso nella storia dell’ateneo e della fine della segregazione accademica. Nel 2014 è stato oggetto di un atto di vandalismo, a conferma delle tensioni ancora presenti nella memoria e nella rappresentazione pubblica della storia razziale negli Stati Uniti

Conquiste e anime del movimento

Il movimento per i diritti civili si sviluppa principalmente tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta. Sebbene già negli anni precedenti fossero stati compiuti alcuni importanti passi avanti sul piano legislativo e giudiziario (come, per esempio, l’abolizione della segregazione nell’esercito sancita nel 1948 dall’Ordine esecutivo 9981 promulgato dal presidente Harry S. Truman e la messa in discussione del principio dei “separati ma uguali” introdotto dalla Corte Suprema nel 1896 per legittimare la segregazione) in tutto il Paese e in particolare negli Stati del Sud, il sistema segregazionista rimane profondamente radicato: la separazione tra bianchi e neri continua a interessare ogni ambito della vita pubblica (dai trasporti all’istruzione, passando per la sanità e lo svago) configurandosi come un vero e proprio modello di organizzazione della società

Il primo grande momento di rottura arriva il 1° dicembre 1955, quando Rosa Parks, sarta e attivista della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People, organizzazione per i diritti degli afroamericani fondata nel 1909), rifiuta di cedere il posto a un passeggero bianco su un autobus di Montgomery. Il suo arresto innesca un boicottaggio dei mezzi pubblici che dura 381 giorni e coinvolge migliaia di persone, mostrando per la prima volta la forza organizzativa della comunità afroamericana e la possibilità di sfidare legalmente la segregazione. Questa protesta si affianca simbolicamente alla sentenza Brown v. Board of Education di qualche mese prima (17 maggio 1954), tramite cui la Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale la segregazione scolastica, anche se la sua applicazione aveva incontrato resistenze molto forti (soprattutto, ancora una volta, negli Stati del Sud). In questo clima di tensione crescente, nel 1962 James Meredith diventa il primo studente nero ammesso all’Università del Mississippi: la sua iscrizione scatena una rivolta che provoca morti e centinaia di feriti, ma segna un passaggio decisivo nella battaglia per l’accesso all’istruzione.

Tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta, il movimento ottiene conquiste storiche: tra queste, il Civil Rights Act del 1964, che mette fuori legge la segregazione nei luoghi pubblici, e il Voting Rights Act del 1965, che abbatte le barriere all’accesso al voto per milioni di cittadini neri. Ma queste vittorie non cancellano le tensioni interne al movimento né la violenza del Sud segregazionista, che continua a opporsi con arresti, intimidazioni e attentati. È in questo scenario che emergono due visioni diverse e incompatibili della lotta: da un lato quella degli integrazionisti guidati da Martin Luther King, che punta all’integrazione nella società americana attraverso la nonviolenza; dall’altro quella dei separazionisti (corrente del nazionalismo nero), che ha in Malcolm X l’esponente più in vista, secondo cui la liberazione degli afroamericani non può passare dall’integrazione in una società ritenuta strutturalmente razzista. Se per King l’obiettivo è entrare a pieno titolo nella cittadinanza americana, per Malcolm X la priorità è emanciparsi da un sistema che considera irriformabile.

28 agosto 1963, Washington D.C.: Martin Luther King Jr., durante la March on Washington, saluta la folla radunata lungo il National Mall, nel giorno in cui pronuncia il discorso I Have a Dream. Pochi mesi dopo questo scatto, riceverà il Premio Nobel per la pace.

La March Against Fear e l’attentato a James Meredith

James Meredith, nato a Kosciusko (Mississippi) il 25 giugno 1933, è un nome già noto nel panorama dell’attivismo afroamericano degli anni Sessanta: come detto, nel 1962 era entrato nella storia del movimento per i diritti degli afroamericani in quanto primo studente nero ammesso in un’Università del Mississippi.

Nel giugno del 1966 decide di far sentire di nuovo la sua voce organizzando una marcia solitaria (denominata March Against Fear), dalla città di Memphis, in Tennessee, al centro di Jackson, in  Mississippi, con l’obiettivo di denunciare la persistenza della paura e della violenza razziale e di incoraggiare la registrazione degli elettori afroamericani nello Stato. La marcia, concepita inizialmente come gesto individuale, riceve solo una limitata attenzione mediatica nei primi giorni.

Tutto cambia il 6 giugno 1966, il secondo giorno dell’iniziativa, quando, mentre percorre la Highway 51 nei pressi di Hernando, Mississippi, Meredith viene colpito da diversi colpi di fucile sparati dal quarantunenne bianco Aubrey James Norvell. Le immagini del suo corpo ferito sull’asfalto, in attesa dei soccorsi, si diffondono rapidamente sui media nazionali, trasformando in poche ore una protesta individuale in un evento simbolico di portata nazionale e internazionale, e riportando al centro dell’attenzione pubblica la violenza sistemica ancora presente negli Stati del Sud.

Nei giorni successivi, figure centrali del movimento per i diritti civili (tra cui Martin Luther King, Stokely Carmichael, Floyd McKissick e John Lewis) si recano in Mississippi e decidono di proseguire la marcia iniziata da Meredith, che è ricoverato in ospedale per le ferite riportate. La scelta di continuare la mobilitazione apre però una frattura interna al movimento: da un lato le organizzazioni più legate all’integrazione e alla nonviolenza, favorevoli alla partecipazione anche dei bianchi nel corteo; dall’altro le componenti più radicali emergenti, sempre più diffidenti verso la collaborazione interrazziale e verso l’idea stessa di integrazione nella società bianca.

In questo contesto, il 16 giugno 1966, durante una tappa a Greenwood, l’attivista Stokely Carmichael pronuncia per la prima volta in modo pubblico lo slogan “Black Power!”, destinato a diventare uno dei simboli della nuova fase del movimento. Nei mesi successivi infatti l’ala più intransigente e radicale del movimento trova espressione nel Black Panther Party, fondato a Oakland nell’ottobre del 1966 da Huey P. Newton e Bobby Seale. Accanto alla rivendicazione dell’autodifesa delle comunità afroamericane contro le violenze razziali e gli abusi della polizia, il partito promuove programmi di assistenza sociale, educazione e sostegno alle fasce più povere della popolazione nera, affermandosi come uno dei simboli della radicalizzazione politica che attraversa una buona parte del fronte per i diritti degli afroamericani nella seconda metà degli anni Sessanta.

La marcia prosegue fino al 26 giugno 1966 e, dopo settimane di tensioni, arresti e violenze, James Meredith riesce a rientrare e a ricongiungersi ai manifestanti, partecipando all’ultimo tratto dell’iniziativa che aveva avviato in solitudine e che gli era quasi costata la vita.

La March Against Fear si conclude così come una delle più imponenti manifestazioni per i diritti civili mai svolte nella storia del Mississippi, con un’enorme risonanza mediatica negli Stati Uniti e all’estero.
La vicenda, da cui è emersa tutta la violenza, il razzismo e l’odio latente nella società americana, ma al tempo stesso le grandi capacità organizzative e politiche del movimento per i diritti civili, in grado di trasformare un attentato in una mobilitazione collettiva, ha mostrato al mondo con chiarezza quanto il problema del razzismo negli Stati Uniti (e più in particolare negli Stati Sud) fosse ancora lontano dall’essere estirpato.
Gli eventi successivi, fino al presente, ne confermano drammaticamente la persistenza.

6 giugno 1966, periferia di Hernando (Mississippi): James Meredith ferito a terra dopo essere stato colpito da Aubrey James Norvell durante la March Against Fear

L’importanza di ricordare il 6 giugno 1966

Riflettere oggi sul 6 giugno di sessant’anni fa significa interrogare le radici profonde delle diseguaglianze razziali negli Stati Uniti. Perché la violenza che colpì Meredith è parte di una struttura che continua a influenzare la società statunitense: basti pensare alle uccisioni di donne e uomini neri da parte della polizia (l’omicidio di George Floyd è, in tal senso, emblematico) o alle pratiche dell’ICE che continuano a colpire in modo sproporzionato le comunità razzializzate.

La vicenda di Meredith ci ricorda che non è sufficiente conquistare e affermare l’uguaglianza dei diritti se poi, nella realtà quotidiana, si continuano a produrre diseguaglianze sociali, economiche e politiche. 

Le radici storiche

La gallery presenta alcuni documenti dal Patrimonio che raccontano la nascita e l’evoluzione del Black Panther Party, una delle espressioni più significative della radicalizzazione politica afroamericana successiva al 1966.
Tra questi materiali figurano manifesti, programmi politici e pubblicazioni interne che restituiscono in presa diretta la complessità del movimento: documenti che illustrano i programmi sociali rivolti alle comunità nere (come mense gratuite, cliniche popolari e attività educative ), materiali relativi alle proteste in difesa dei Panther 21, il gruppo di attivisti arrestati a New York nel 1969 con accuse poi rivelatesi infondate e articoli che denunciano le violenze e gli omicidi attuati dalle forze dell’ordine statunitensi ai danni degli attivisti facenti capo al Black Panther Party.  Questi materiali restituiscono la portata della repressione giudiziaria e mediatica che colpì il movimento, ma anche la capacità delle comunità afroamericane di mobilitarsi in sua difesa.

Programma politico in dieci punti del Black Panther Party
[Collezione NS USA 260,10 – s.d.]

Break the chains

Pamphlet del Black Panther Party dedicato alla campagna di solidarietà per i Panther 21, pubblicato a New York tra il 1969 e il 1970. Il documento denuncia la repressione giudiziaria e le condizioni carcerarie degli imputati, e presenta dati sulle disuguaglianze razziali e sui programmi sociali del movimento.

[Collezione NS USA 260,10 – s.d]

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What do the Panthers stand for

Opuscolo del Black Panther Party dedicato alla piattaforma politica del movimento e alla campagna per la liberazione dei Panther 21, pubblicato a New York tra il 1969 e il 1970. Include una sintesi dei programmi sociali del BPP e materiali sul processo, con estratti d’aula e profili degli imputati.

[Collezione NS USA 260,10 – s.d.]

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When one of us fall, 1.000 will take his place

Numero speciale del giornale underground The Chicago Seed, pubblicato il 6 dicembre 1969 e dedicato all’uccisione di Fred Hampton e Mark Clark durante il raid della polizia di Chicago contro la sezione dell’Illinois del Black Panther Party

[Collezione NS USA 260,10 – 6 dicembre 1969]

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Immagini della March Against Fear dell’11 giugno 1966, pochi giorni dopo l’attentato a James Meredith. 

Guarda il video di AP Archive

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Una selezione di sei titoli per saperne di più

L’America post-razziale. Razza, politica e religione dalla schiavitù a Obama

Enrico Beltramini, Einaudi, Torino, 2010

 

I HAVE A DREAM. L’autobiografia del profeta dell’uguaglianza

Martin Luther King, Mondadori, Milano, 2017

Strategia del Potere Negro (edizione italiana)

Stokely Carmichael Charles Hamilton (a cura di Roberto Giammanco), Laterza, Bari, 1967

MALCOLM X. Tutte le verità oltre la leggenda

Manning Marable, Donzelli, Roma, 2011

Il crogiolo americano. Schiavitù, emancipazione e diritti umani

Robin Blackburn, Einaudi, Torino, 2022

Black against Empire: The History and Politics of the Black Panther Party

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