Nello Studio Ovale e tra gli spalti: i due volti del potere
Nello Studio Ovale e al Kennedy Center di Washington, Gianni Infantino consegna a Donald Trump il primo FIFA Peace Prize. Nelle oltre venti occasioni in cui i due si sono incrociati, Infantino dichiara che il presidente statunitense meriterebbe persino il Nobel per la Pace, auspicando che l’intera comunità globale ne sostenga l’azione. La stessa replica della Coppa del Mondo arriva ad arredare la scrivania presidenziale.
A migliaia di chilometri di distanza, a Belgrado, un gruppo di tifosi inglesi intona cori per Reform UK e Nigel Farage, intrecciandoli a slogan contro le imbarcazioni di migranti. Qualche giorno prima, a Villa Park a Birmingham, un’analoga contestazione aveva preso di mira Keir Starmer, mentre all’esterno i venditori distribuivano bandiere della Croce di San Giorgio con parole d’ordine identitarie.
Queste immagini sintetizzano la trasformazione del calcio globale. L’evidenza smentisce l’esistenza di una cospirazione coordinata da un’unica regia, mostrando l’intersezione tra due vettori indipendenti. Da una parte opera la finanza speculativa statunitense, attratta da asset fortemente sottovalutati nei campionati europei. Dall’altra agisce l’opportunismo delle destre populiste, intente a colonizzare lo spazio mediatico dello sport più popolare al mondo per mobilitare il consenso ed egemonizzare il dibattito culturale.
A saldare tutto, insomma, l’immancabile dio denaro. Uno schema dove, per citare uno degli autori contemporanei che più di tutti sa interpretare le traiettorie della politica del pallone contemporaneo, cioè Luca Pisapia (sul tema il suo ultimo “Il calcio è potere: una storia critica da Mussolini a Trump” è una lettura illuminante), «Fare gol non serve a niente».
In nome del dio denaro
La vicinanza politica tra Infantino e Trump ha fatto da sfondo a un’operazione sistemica poi fallita (cedere la gestione commerciale e operativa delle grandi competizioni FIFA a un nuovo veicolo societario a scopo di lucro, il cui maggior investitore incidentalmente era Thrive Capital, fondo guidato da Josh Kushner, fratello di Jared. Quest’ultimo genero di Donald Trump), ma che dà l’idea di come una certa politica cerchi oggi non tanto l’acquisto delle società calcistiche come motore di consenso quanto invece l’attacco alle istituzioni che lo governano.
Gli investimenti nelle società sono quindi lasciati a fondi, private-equity, family office, holding e grandi gruppi internazionali nel tentativo di andare a caccia di asset finanziari sottovalutati nei campionati europei. La conseguente rivalutazione e l’estrazione di rendite attraverso gli investimenti immobiliari urbani (nuovi stadi, quartieri e centri commerciali attorno magari edificati da costruttori che fanno riferimenti ai medesimi fondi), vengono poi “rivenduti” agli azionisti come successo dell’investimento.
Il calcio italiano appare dunque un terreno di caccia appetibile. Milano, Roma, Firenze, ma anche Venezia sono al momento i centri nevralgici per investimenti che con il calcio hanno poco a che fare. Una partita che in Italia può valere fra i 4 e i 5 miliardi di euro e in cui le amministrazioni locali sembrano giocare più il ruolo di facilitatori degli affari che di difensori del pubblico interesse.
“Soccer populism” e guerre culturali sugli spalti
Se la finanza insegue l’estrazione di rendite, la politica attinge alla lezione del “populismo calcistico”. I casi di Silvio Berlusconi con l’AC Milan e di George Becali con la Steaua Bucarest mostrano come due imprenditori abbiano convertito le vittorie sportive in consenso elettorale diretto.
Berlusconi ha mutuato il nome di Forza Italia dai cori dei tifosi, ha trasferito la metafora del campo di gioco nella comunicazione politica e ha mobilitato il Milan come struttura d’avanguardia, mentre Becali ha trasformato la gestione societaria e il Partito della Nuova Generazione in un’impresa personale a forte connotazione nazionalista.
I movimenti populisti contemporanei hanno riadattato questa strategia sfruttando la progressiva gentrificazione del pubblico sportivo. Trasformatosi da problema di ordine pubblico degli anni ’70 in un fenomeno sociale rispettabile e pervasivo, il pubblico calcistico costituisce un bacino d’attrazione ideale. Partiti come Reform UK hanno persino messo in commercio una maglia da calcio ufficiale personalizzata con il nome di Nigel Farage e il motto identitario su famiglia e patria, utilizzandola come unificatore visivo al pari dei cappellini americani MAGA.
Sugli spalti delle città inglesi impoverite dalla deindustrializzazione (left-behind towns come Bury o Wigan) e colpite dal dissesto dei club locali, la percezione di abbandono favorisce la diffusione spontanea di slogan contro l’immigrazione e di cori contro i governi in carica. Al contempo, il rischio di sovrapposizione con frange violente dell’estrema destra radicale costringe le dirigenze e i partiti populisti a un difficile bilanciamento tra ricerca di consenso e sanzioni delle autorità.
Club in saldo: Europa a stelle e strisce
Parallelamente alle manovre ai vertici istituzionali, nel calcio dei club si è verificato un passaggio di proprietà senza precedenti. I dati del Centre for Sports Studies attestano che le società europee controllate da azionisti statunitensi sono salite a 119, rispetto alle 44 del 2020. Nei campionati italiani di Serie A e Serie B, quasi la metà delle 40 società appartiene a gruppi stranieri o fondi d’investimento, con una netta supremazia di capitali americani.
I fattori che alimentano questa penetrazione rispondono a rigide metriche economico-finanziarie. Gli investitori d’oltreoceano considerano le società europee sottovalutate rispetto alle franchigie chiuse dello sport americano, intravedendo ampi margini di crescita del valore azionario. La cessione del Chelsea al consorzio Clearlake Capital per quattro miliardi e duecentocinquanta milioni di sterline nel 2022 rappresenta il picco di questa dinamica.
Inoltre, la fragilità di bilancio dei club europei consente ai fondi di rilevare società storiche a prezzi da saldo dopo crisi finanziarie o default debitori, come avvenuto per l’Inter con l’escussione del pegno da 395 milioni di euro da parte di Oaktree Capital Management. A ciò si aggiungono le multiproprietà, partnership con marchi del lusso e produzioni d’intrattenimento televisive.
Si pensi al Milan targato RedBird di Gerry Cardinale e prima nell’orbita del fondo Elliott di Paul Singer, l’Inter controllata da Oaktree, la famiglia Friedkin a Roma partita dal Texas e planata nella capitale sponda giallorossa nel 2020. A questi “Big” si aggiungono l’Atalanta con Stephen Pagliuca (già comproprietario dei Boston Celtics nella Nba), il Bologna con la proprietà dell’imprenditore canadese Joey Saputo. Poi la Fiorentina con Giuseppe Commisso, Venezia (nella galassia dell’ex Ceo della borsa statunitense Duncan Niederauer) e Parma con Kyle Krause, a cui si affiancano Monza e Cagliari.
Il “partito dei proprietari dei club”
Tra questi per simpatie politiche spiccava Paul Singer in grado di finanziare con 56 milioni di dollari i candidati conservatori negli Stati Uniti nel corso delle campagne elettorali. Distaccatissimi dietro gli altri: i registri della Federal Election Commission restituiscono sei profili di finanziatore molto diversi tra i proprietari americani del calcio italiano, e due traiettorie che cambiano sponda.
Tutto però con donazioni che solo in una occasione superano il milione di euro.
Dan Friedkin è il più esposto: 1,25 milioni di dollari dal 1993 al 2024, il 98% a candidati repubblicani, nessuna donazione democratica in trentun anni, con un assegno unico da 924.600 dollari al Trump 47 Committee nell’ottobre 2024. Stephen Pagliuca è una sorta di specchio rovesciato, ma con numeri nettamente inferiori: dopo aver finanziato Mitt Romney, Bill Weld e George W. Bush negli anni Novanta, dal 2004 versa quasi esclusivamente ai democratici – poco più di 300mila dollari totali, l’82% a comitati nazionali del partito. Nel 2009 provò anche la corsa alle primarie democratiche arrivando quarto e autofinanziando la campagna elettorale con 7,7 milioni di dollari.
Anche Kyle Krause ha cambiato campo, in direzione opposta al proprio passato: repubblicano fino al 2020, dal 2022 finanzia solo democratici in Iowa.
Le sue donazioni si fermano a circa 300mila dollari. Rocco Commisso (defunto presidente della Fiorentina sostituito dal figlio Joseph che nelle movenze cerca di emulare Donald Trump) segue invece una logica industriale: il 77% dei suoi 215.000 dollari va ai PAC della televisione via cavo (i Political Action Committee sono i comitati con cui aziende e associazioni di categoria raccolgono e veicolano denaro alla politica) dove la famiglia è presente col gruppo Mediacom, e il resto si divide tra i due schieramenti.
Il figlio Giuseppe ha un profilo minore orientato su Trump: parliamo di donazioni che non arrivano ai 10mila dollari. Duncan Niederauer resta il più bipartisan: nel 2008 ha versato diecimila dollari lo stesso giorno al comitato senatoriale repubblicano e a quello democratico, ma dal 2015 nei registri delle donazioni alla politica statunitense non si rintracciano donazioni a suo nome.
Lo shopping in B
La serie B non è da meno, anzi. Un tempo la seconda divisione era un mercato quasi esclusivamente domestico: imprenditori locali, capitali legati al territorio, club acquistati più per appartenenza che per strategia finanziaria. Oggi la Serie B è diventata anche un segmento del mercato internazionale del calcio.
Il Cesena è controllato dal 2022 da Jrl Investment Partners, la società degli investitori newyorkesi Robert Lewis e John Aiello. Nel gennaio 2025 l’Hellas Verona è passato a Presidio Investors, private equity con sede ad Austin, in Texas. Il Pisa è invece controllato dal finanziere britannico naturalizzato americano Alexander Knaster, che nel 2021 ha rilevato il 75 per cento del club, lasciando il restante 25 per cento alla holding della famiglia Corrado.
Il Palermo è entrato nel 2022 nel portafoglio del City Football Group, la holding che controlla una rete internazionale di club ed è guidata dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan. La Sampdoria è finita invece sotto il controllo dell’imprenditore di Singapore Joseph Tey, il Frosinone dal primo luglio di quest’anno è all’80% del fondo statunitense Clara Vista.
Il capitale arriva da lontano, mentre il rischio e il consenso restano ancora fortemente legati al territorio. Ancora una volta infatti calcio, economia e finanza si sovrappongono nella partita italiana: in vista dell’organizzazione congiunta degli Europei 2032 tra Italia e Turchia, il governo italiano ha nominato un commissario straordinario agli stadi, l’ingegnere Massimo Sessa, con l’obiettivo di «rinnovare infrastrutture ormai non più adeguate agli standard attuali».
Questo meccanismo offre una sponda decisiva alle proprietà americane impegnate nella riqualificazione degli impianti. Lo illustra Gianfrancesco Turano su L’Espresso: a Firenze, in seguito al blocco dei fondi del PNRR per la ristrutturazione dello stadio Franchi, l’intervento statale ha garantito 151 milioni di euro attinti dal Piano Nazionale Complementare a beneficio della Fiorentina.
A Roma, la trattativa per l’impianto di Pietralata prevede un investimento da 1,2 miliardi di euro abbinato alla richiesta del diritto di superficie per novant’anni. A Milano, Milan e Inter procedono congiuntamente per l’acquisto dell’area di San Siro: 73 milioni di euro versati al rogito, altri 197 da versare a rate all’interno di un piano da oltre un miliardo, mentre a Venezia l’operazione del Bosco dello Sport potrebbe poggiare su oltre 300 milioni di finanziamenti pubblici.
