Chi comanda nello sport, chi subisce negli spogliatoi 


Articolo tratto dal N. 102 di Padroni del gioco Immagine copertina della newsletter

Un bambino che a undici anni sogna di diventare calciatore dovrebbe pensare solo a quante partite riesce a giocare con i compagni di squadra. A Vincenzo Fuoco, oggi quarantenne, tocca invece recuperare i pezzi di un trauma durato anni dopo aver subito molestie da un accompagnatore della società professionistica in cui giocava.

«È stata un’escalation fatta di piccoli tasselli fino ad arrivare, dopo un anno di ammiccamenti, al primo approccio diretto, che venne visto da me come una cosa sbagliata. Mi parlò di ingratitudine, dicendo che non era un approccio sessuale ma amichevole», ha dichiarato a Il Giorno l’ex calciatore, che oggi lavora per la Federazione italiana giuoco calcio (Figc) come tecnico qualificato del Settore Giovanile e Scolastico, occupandosi proprio della tutela dei minori. 

La storia di Vincenzo Fuoco è meno nota di quella di altri scandali e abusi nel mondo dello sport, come quelli raccontati per esempio dalla docuserie Atlete A, sulle molestie subite dalle ginnaste negli Stati Uniti, tra cui Simone Biles, da parte del medico Larry Nassar.

O la storia che coraggiosamente ha fatto emergere la pattinatrice francese Gabriella Papadakis cinque titoli mondiali, cinque europei, un oro olimpico nel 2022 in un libro pubblicato nel febbraio di quest’anno per denunciare le violenze subite. Fisiche, una nella sfera privata, l’altra, secondo le informazioni raccolte da FranceInfo, commessa da un allenatore ancora in attività, a Lione, ma anche psicologiche.

Queste ultime proprio dal suo partner di gara, Guillaume Cizeron. «In privato non era più lo stesso: si mostrava spesso controllante, esigente, critico. Mi astenevo dal pattinare con lui senza la supervisione di un allenatore», si legge nel libro. Che le è costato la carriera: Papadakis ha perso il ruolo di commentatrice per NBC in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, un lavoro che aveva già ottenuto.

La realtà dei numeri oltre le denunce

Al di là dello “scandalo”, ogni denuncia che arriva dal mondo dello sport mostra quanto dietro i campi da gioco e i palazzetti il clima di competizione e tensione di partite e allenamenti può nascondere abusi ben più profondi.

Che restano in silenzio finché qualche atleta coraggiosa, o coraggioso, non trova la forza di raccontare il suo vissuto. Casi che sembrano isolati finché qualcuno non mette insieme i dati.

Secondo l’ultimo studio IPSAD®, un’indagine realizzata dal CNR ogni tre anni per osservare stili di vita e dipendenze nella popolazione italiana, nel 2022 quasi una persona su due tra i 18 e gli 84 anni ha affermato di aver vissuto episodi di violenza nella propria vita.

Le donne restano le più colpite, con il 50,9% che ne ha subito almeno un episodio, fisico o psicologico, ma gli abusi toccano in misura significativa anche gli uomini (il 47% degli intervistati). Poche vittime hanno denunciato: solo il 4,4,% degli uomini e il 4,8% delle donne. Nel 44% dei casi la violenza è stata esercitata da familiari conviventi, seguiti da ex partner (21%), compagni di scuola o sport (20%), conoscenti e amici (14%).

Nei casi di violenza fisica si osservano le maggiori differenze di genere: tra le donne gli atti perpetrati dagli ex partner sono il 36%, contro appena il 2,8% tra gli uomini. Viceversa, il 40% degli uomini però ha identificato gli autori nell’ambito scolastico e sportivo, contro meno del 5% tra le donne. Ecco che per gli uomini, gli ambienti fra pari come scuola, università e sport pesano quanto l’ambiente familiare convivente come principale fonte di violenza fisica: rispettivamente 39,6% e 39,3%. Sono le due categorie più alte in assoluto.

Per le donne succede l’opposto: la violenza è quasi tutta domestica e relazionale.

A livello federale, i numeri delle segnalazioni formali raccontano un fenomeno che fatica a emergere. Nel 2025, la Commissione Safeguarding della FIGC, istituita per contrastare ogni forma di abuso e violenza nella federazione, ha gestito 173 segnalazioni, segnalandone 79 alla Procura Federale e adottando 49 provvedimenti, di cui 15 raccomandazioni ad hoc alle società.

È un dato in crescita, ma la maggior parte delle vittime non arriva mai a una segnalazione formale. Solo il 23% delle atlete dichiara che si rivolgerebbe a un “safeguarding officer” e le ragioni sono il timore di ripercussioni sulla carriera (40%) e la percezione di una limitata affidabilità di questa figura (34%). Tra chi ha subito violenza, il 62,3% delle donne dichiara di non aver chiesto né ricevuto alcun supporto.

Cosa succede, quindi, in quegli ambienti fra pari? 

La fotografia più completa di cui disponiamo in Italia arriva dalla prima ricerca quantitativa e qualitativa mai realizzata sugli abusi nello sport, l’Athlete Culture & Climate Survey. È un’indagine condotta da Nielsen per l’associazione ChangeTheGame, con il supporto del Dipartimento per lo sport, su un campione di 1400 giovani tra i 18 e i 30 anni che hannopraticato sport da minorenni.

La ricerca ha scoperto che gli uomini superano le donne in tutte le categorie di violenza subita, fisica, sessuale o psicologica, 40,1% contro 37,1% per almeno una forma, con un divario che si apre in modo particolare sulla violenza fisica (22,1% contro 15%) e sulla violenza sessuale (15,2% contro 12,2%). Sono i maschi a essere colpiti aggressivamente quasi il doppio delle femmine (11,5% contro 6,5%), a subire contatti genitali non consensuali quasi il doppio (5,9% contro 3%), a essere costretti a sesso orale quasi il triplo (4,9% contro 1,8%).  

Gli autori? Per lo più altri ragazzi: compagni di squadra nel 62,4% dei casi, mentre allenatori e allenatrici sono coinvolti nel 27% degli abusi subiti. Sono dinamiche che si verificano spesso in contesti come gli spogliatoi o le aree doccia, dove si concentra circa il 25,8% degli episodi complessivi. 

 Se “la chat del calcetto” è il luogo dove si condivide una particolare forma di violenza contro le donne, nei campi sportivi un certo tipo di mascolinità trova la sua forma di espressione più radicale. Nel report si parla di culture fortemente maschiliste all’interno dello sport maschile che attribuiscono particolare valore alla capacità di infliggere e subire violenza.

Purtroppo, il 56% degli atleti e delle atlete non chiede aiuto. Tra le motivazioni, la normalizzazione dell’abuso è uno dei motivi principali: per il 47% viene percepito come qualcosa di “accettabile” o come parte integrante della durezza della disciplina sportiva. Poi c’è la paura di sembrare deboli, indicata dal 30% degli intervistati. Quella stessa idea di mascolinità per cui un atleta dovrebbe essere in grado di sopportare ogni sofferenza fisica o psicologica senza lamentarsi. E infine il timore delle ripercussioni sulla propria carriera sportiva, indicato dal 17%. 

Gli effetti della locker-room culture al potere 

Ed è qui che torniamo alla domanda da cui siamo partiti: quando guardiamo alla violenza, dobbiamo chiederci dov’è il potere. 

Secondo i dati di Sport e Salute, in Italia gli organismi sportivi hanno complessivamente 110 cariche di presidenza e le donne sono solo cinque. Cioè il 4,5%. Di queste cinque, solamente due sono davvero alla guida di una federazione sportiva vera e propria: cricket e danza sportiva. Se allarghiamo lo sguardo ai club dei principali campionati calcio, volley, basket, rugby, pallanuoto –, le donne nei ruoli manageriali sono il 7,3%. Se guardiamo agli allenatori, sono il 20%. Ai dirigenti di società, il 15%.  

Quella cultura che esclude le donne dai vertici è la stessa che produce violenza negli spogliatoi: la “locker-room culture”, per come è definita in letteratura, è fatta di «umore maschile, pregiudizio, battute sessiste, razziste e omofobe». E come si cambiano, allora, questi luoghi di incontro tra pari permeati di cultura maschilista, se i rapporti di potere continuano a essere così sbilanciati? 

«Quando le donne sono presenti nelle stanze decisionali, la conversazione cambia. Diventa più equilibrata, più sostenibile, più orientata al futuro», sostiene Caterina Vacchi, vicepresidente della Federazione Italiana Triathlon e membro dell’Executive Board di World Triathlon. Una risposta, tra quelle possibili, è qui. 

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