I Campionati mondiali di calcio maschile del 2026 sono stati un manifesto dell’esclusione; tra arbitri e tifosi respinti alle frontiere, l’Iran costretto all’esilio forzato in Messico, i prezzi esorbitanti dei biglietti e le milizie parafasciste dell’Ice che hanno allontanato i tifosi dagli stadi, sostituendoli con spettatori dal più alto potere d’acquisto.
E lo sono stati per la volontà del presidente della Fifa Gianni Infantino di sottomettersi alle politiche suprematiste del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, una farsa resa palese dalla revoca della squalifica del centravanti della squadra di casa, a seguito di telefonata presidenziale, e proseguita con l’immagine finale in cui, sovvertendo ogni protocollo della diplomazia sportiva, lo stesso Trump consegna il trofeo alla squadra vincitrice e rimane nell’inquadratura dei festeggiamenti.
L’ultima di una serie di istantanee che raccontano gli strettissimi rapporti tra la Fifa, l’istituzione che controlla il calcio globale, e il leader dell’estrema destra mondiale: dal giorno dell’incoronazione di Trump alla Casa Bianca, cui assiste Infantino, alla consegna del Premio per la Pace Fifa, inventato apposta per il king.
Dalla presenza di Infantino al Board of Peace, dove partecipa alla speculazione edilizia sulle macerie di Gaza, fino ai viaggi nei Paesi del Golfo in cui Trump è accompagnato sempre da Infantino, tanto da far scrivere a The Guardian che «il presidente della Fifa sembra oramai fare parte dell’entourage diplomatico del presidente degli Stati Uniti».
Ma sarebbe un errore pensare che le relazioni pericolose tra la Fifa e l’estrema destra nascano con l’elezione alla presidenza del caudillo Infantino nel 2016. Questo è solo il culmine di un lungo processo storico.
Disciplina, capitalismo, dittature
Il calcio moderno nasce infatti all’interno delle scuole dell’élite britannica a metà del XIX secolo, in piena Seconda rivoluzione industriale, per esercitare una forma di disciplina e di controllo sui corpi e sulle menti delle giovani generazioni.
E poi si diffonde tra la classe lavoratrice delle nascenti realtà urbane, tanto in Europa quanto nelle colonie attraverso i commerci marittimi delle navi imperiali, proprio per conformare ai nuovi tempi e alle nuove necessità della produzione industriale il tempo libero del proletariato, classe sociale che si affaccia alla storia.
Merce dell’industria culturale, grazie a quel valore mistico in grado di produrre egemonia che Gramsci e la Scuola di Francoforte individuano come la più potente arma nelle mani del capitale nella lotta contro il lavoro, fin da subito il calcio moderno si configura quindi come una macchina mitologica: un dispositivo linguistico in grado di produrre quelle idee senza parole che sono alla base della cultura di destra: patria, confini, ordine, gerarchia e disciplina.
E così, quando all’alba del secolo breve la Fifa comprende che il calcio è il più potente dispositivo disciplinare in circolazione, subito stringe alleanze politiche ed economiche con i peggiori regimi e le più feroci dittature.
Basti pensare che la codificazione del calcio moderno avviene durante la Coppa del Mondo del 1934, utilizzata dal sanguinario regime fascista per costruire stadi e infrastrutture, emanare leggi restrittive al suo interno e presentarsi come potenza al resto del mondo.
Uno schema che si ripeterà nel dopoguerra, dove il futbol si mette al servizio delle dittature militari; la contestata vittoria delle Germania Ovest nel 1954 tenta di ripulire l’immagine dell’Europa dall’orrore nazifascista; e quella dell’Inghilterra nel 1966 prova a ripristinare il dominio imperiale negli anni delle lotte anticoloniali, tanto che le squadre africane boicottano la competizione.
Una grande fabbrica di soldi
Se l’apice dell’alleanza tra calcio e dittature viene solitamente indicato nei Mondiali della vergogna, la Coppa del Mondo del 1978 in Argentina, dove le urla di gioia degli spettatori non riescono a coprire le grida di dolore di migliaia di ragazze e ragazzi torturati, stuprati e poi uccisi nei locali dell’Esma, a pochi centinaia di metri dallo stadio di Buenos Aires, in realtà quel torneo segna la grande svolta economica del pallone.
È durante qui terribili giorni che società pubblicitarie statunitensi, insieme agli assassini della junta militare argentina, cominciano a vendere il calcio e la riproduzione delle sue immagini come un prodotto in grado di generare anche utili, oltre che egemonia; e stadi e infrastrutture diventano l’ariete per ridisegnare l’architettura sociale delle città attraverso violente speculazioni urbane private fatte con soldi pubblici.
Il calcio esce dalla dimensione industriale novecentesca della fabbrica ed entra nella modernità del tardo capitalismo.
Tra la fine del XX secolo e l’inizio del nuovo millennio, il vorticoso incrementare dei fatturati del calcio dovuto alla pubblicità, alla vendita dei diritti di riproduzione delle immagini, e alla privatizzazione degli stadi e delle aree circostanti, aprono la strada all’ingresso dei fondi; il mercato lascia spazio alla speculazione finanziaria.
Oggi, infatti, due terzi delle squadre europee sono in mano a fondi di investimento e società di gestione patrimoniale, controllati a loro volta da pochissimi fondi, i grandi player globali che investono in guerre e idrocarburi, accelerando la fine della specie; squadre e calciatori non sono più asset concreti, ma titoli azionari su cui scommettere, al rialzo come al ribasso.
Vincere non serve a niente, anzi è noioso e non si capisce come i tifosi possano ancora crederci, come ha spiegato Gerry Cardinale, gestore del fondo di private equity RedBird che controlla il Milan.
E così, dopo essere stato il più feroce dispositivo al servizio del capitale nella lotta contro il lavoro, aver sostenuto i più feroci regimi e le peggiori dittature, la macchina mitologica del calcio si mette al servizio del neoliberismo; e lo fa attraverso il simulacra dell’esclusione: la parola d’ordine del tecnofacismo contemporaneo.
Se per un secolo e mezzo il capitale ha infatti avuto la necessità di raccontarsi come inclusivo, attraverso il welfare la mitologia dell’ascesa sociale, nell’epoca della guerra permanente e dell’apocalisse climatica il capitale non ha più remore a dichiararsi suprematista, e quindi escludente; gli sviluppi tecnologici necessari alla sopravvivenza, tra bunker sotterranei e viaggi spaziali, sono riservati a una minoranza, come ben raccontato dal manifesto di Alex Karp, fondatore di Palantir Technologies e ideologo della Silicon Valley.
Per questo oggi la macchina mitologica della Fifa di Gianni Infantino, dalla Coppa del Mondo degli oligarchi in Russia nel 2018 a quella del re pazzo Trump nel 2026, passando per la tragedia umana delle migliaia di lavoratori migranti morti per la costruzione degli stadi e delle infrastrutture necessarie alla sua gloria per il torneo nel deserto di Qatar 2022, non fa che ribadire la nuova parola d’ordine dell’esclusione: il calcio non è più per tutti, se lo è mai stato, così come non è più per tutti la vita umana sul pianeta Terra.
