Siamo abituati a misurare la precarietà in euro e in mesi: la retribuzione che non basta, il contratto che scade, il rinnovo che arriva sempre all’ultimo, il mutuo che non si può accendere. Una questione materiale, insomma, da risolvere con più soldi e più stabilità, ma soprattutto una questione generazionale, che si risolve intorno ai 30-35 anni per i più, triste eccezione per gli altri. Ecco, questo è un quadro limitato.
Al netto della trasversalità del fenomeno – gli studi ci dicono che la precarietà non è una fase della vita, non è la famosa gavetta – quello che la ricerca degli ultimi anni ha scoperto è parecchio più scomodo ed evade dal recinto della materialità: la precarietà lavora anche sul cervello di chi la vive, lo occupa stabilmente e gli sottrae risorse, come un programma che gira in sottofondo e rallenta tutto il resto. Un handicap cognitivo in piena regola, con la differenza che questo non dà diritto ad alcuna tutela perché nessuno lo vede, a partire da chi lo porta addosso.
Cosa succede alla mente se vince la precarietà
Sendhil Mullainathan ed Eldar Shafir, un economista e uno psicologo, hanno passato anni a studiare cosa succede a una mente che vive in condizioni di scarsità. Per loro l’incertezza materiale divora letteralmente le facoltà cognitive. Quando l’attenzione è inchiodata alla scadenza del contratto, alla rata che parte il 27 o al preventivo del dentista rimandato per la terza volta, la mente entra in quello che i due chiamano tunnel cognitivo: vede benissimo l’emergenza che ha davanti e perde tutto ciò che sta ai lati, dalla formazione che servirebbe a uscire dal precariato fino ai rapporti con le persone care. Per questo chi vive a rinnovi trimestrali agisce in modo che da fuori spesso sembra “stupido”, poco votato al lungo termine. Lo fa per un motivo perfettamente razionale dentro il tunnel: il futuro è un territorio che non si può permettere di frequentare.
I due ricercatori hanno anche messo un numero su questo fenomeno. Hanno testato i coltivatori di canna da zucchero in India prima del raccolto, quando i soldi scarseggiano – e quindi sono soggetti a precarietà economica – e dopo, quando arrivano tutti insieme: la stessa identica persona, a poche settimane di distanza, perde fino a tredici punti di QI nella fase di ristrettezza, ovvero l’equivalente di una notte intera passata in bianco. Gli economisti la chiamano bandwidth tax, imposta sulla larghezza di banda mentale. L’incertezza occupa la memoria di lavoro come un inquilino moroso che non se ne va e si paga in attenzione, in autocontrollo, in capacità di pianificare. Ed è di certo l’unica imposta perfettamente regressiva del nostro ordinamento: più la tua vita è precaria, più la paghi.
Una storia raccontata al contrario
Da fuori questa storia viene raccontata al contrario. Chi resta incastrato nel precariato, si dice, avrà pure sbagliato qualcosa: doveva farsi valere al momento del rinnovo, scegliere una laurea più spendibile, gestire meglio i propri risparmi. È una lettura che assolve tutti e che scambia la conseguenza per la causa, perché gli errori del precario arrivano quasi sempre dopo la precarietà come suo prodotto. Chi cresce in un contesto dove si discute di progetti eredita quello che definirei un vocabolario del futuro, fatto di parole come “tra cinque anni”, “investimento”, “percorso”; chi vive a scadenza sviluppa un linguaggio compresso sul presente e, alla lunga, quella differenza lessicale diventa cognitiva. Provate a chiedere a chi lavora con contratti a tre mesi dove si vede tra cinque anni: la domanda stessa suona come una presa in giro.
Fin qui, si potrebbe obiettare, siamo nel territorio della psicologia, materiale da convegno di economia comportamentale. Il danno è documentato, certo, ma sembra un effetto collaterale del sistema, una conseguenza sfortunata che nessuno ha progettato. Va detto, è anche la lettura più riposante per chi la subisce: pensare che dietro non ci sia un disegno fa meno male.
Eppure, basta osservare cosa produce politicamente una mente tassata per accorgersi che il quadro è un altro. Una persona che vive con l’orizzonte a novanta giorni difficilmente trova la sera l’energia per un’assemblea sindacale o la concentrazione per leggersi una riforma del lavoro e senza quel tempo e quella lucidità il conflitto sociale semplicemente non parte: il senso critico è una funzione cognitiva come le altre e la tassa sulla mente colpisce anche lui. Dal punto di vista di chi comanda è una situazione comoda al limite dell’ideale, perché un cittadino impegnato a sopravvivere fino al prossimo rinnovo resta fuori dai luoghi dove i rapporti di forza si ribaltano, ed è fuori per esaurimento, senza bisogno di alcun divieto. Non serve censurare chi non ha la testa per pensare.
Il neoliberismo ha vinto?
C’è una frase che questo disegno lo dichiara senza pudore, pronunciata nel 1987 da Margaret Thatcher, madrina politica del neoliberismo: “There is no such thing as society”, la società non esiste, esistono solo individui e famiglie. Più che una descrizione era un programma, un moderno divide et impera travestito da realismo, perché il capitale sapeva bene, allora come oggi, che le persone unite ribaltano i rapporti di forza e arrivano persino a prendersi il potere. La precarizzazione del lavoro è stata lo strumento perfetto di quel programma: oltre a comprimere salari e diritti, occupa la mente di milioni di persone e le mette in gara tra loro per un rinnovo o per un affitto, fino al risultato che abbiamo sotto gli occhi, il trionfo compiuto del sogno neoliberista. Monadi in competizione, non connesse: troppo stanche per incontrarsi, troppo occupate per pensare insieme. Lo voleva la Thatcher, lo ha ottenuto. E quarant’anni dopo continuiamo a chiamarlo lo stato naturale delle cose.
