Quando lavorare non basta


Articolo tratto dal N. 89 di Non arrivare alla fine del mese Immagine copertina della newsletter

La filmografia italiana, soprattutto quella neorealista, ha rappresentato al meglio la povertà, compresa quella che Ermanno Gorrieri ha definito “la povertà del ragioniere”.

Quest’ultima è stata messa in scena in film come Umberto D. di Vittorio De Sica del 1952 o in Pranzo di Ferragostodiretto nel 2008 da Gianni Di Gregorio, nel quale il tentativo della madre di mantenere l’antico decoro borghese (i francesismi, l’argenteria di famiglia) si scontrava con la situazione debitoria e di povertà del figlio.

Insomma, l’impoverimento della classe media non è certamente un fenomeno di cui non si è mai fatta esperienza nel nostro paese, benché sia prevalsa a lungo la povertà contadina e del proletariato marginale urbano, a carattere per lo più intergenerazionale.

Ciò che davvero costituisce un elemento di novità è il fatto che il confine tra l’area della vulnerabilità sociale – in cui ricadono gli strati più bassi della classe media (quelli che gli anglosassoni definiscono lower middle class) – e quella della povertà diventa sempre più permeabile, generando paura risentimento da parte di chi si percepisce su un piano inclinato e teme di essere accomunato a chi fa la fila sui marciapiedi per un pacco alimentare, fruga negli scarti dei mercatini e compra nei discount merce di seconda qualità.

Una classe dai confini sempre più incerti

È ampiamente riconosciuto che i confini della classe media sono difficili da definire sia che si guardi all’occupazione – e ai vantaggi o svantaggi materiali e simbolici che ne derivano – sia che si consideri la possibilità di ricadere nell’intervallo di reddito compreso tra il 75% e il 200% del reddito mediano. E ancora più difficile è passare da una percezione diffusa di impoverimento della classe media a una valutazione attendibile della portata del fenomeno e della quota di persone interessate.

Le ragioni sono diverse. Sotto il profilo dell’occupazione, il livello di sicurezza economica, prestigio e protezione sociale, associato ai profili professionali tradizionalmente considerati tipici della classe media, risulta sempre più incoerente: ne sono d’esempio gli insegnanti che non riescono a sostenere il costo dell’affitto a Milano o nelle città turistiche, i creativi e i ricercatori precari che passano da un contratto all’altro, o ancora i lavoratori autonomi provenienti dal variegato universo del lavoro a partita Iva, fino ai traduttori che stanno per essere soppiantati dall’intelligenza artificiale.

Sul piano del reddito, va notato che la classe media sta vivendo un processo di rapida erosione del potere dacquisto a seguito dell’inflazione e dell’aumento dei beni di prima necessità, a cominciare da quelli energetici, dovuto alle guerre e all’incertezza geopolitica in corso.

A ciò si aggiungano difficoltà di ordine più squisitamente metodologico, connesse al fatto che la misura di povertà adottata dall’Istat è su base familiare e non individuale (e più di frequente un soggetto di classe media può contare su un coniuge che ha una casa di proprietà o un buon reddito rispetto a un soggetto di classe operaia o proveniente dal proletariato marginale).

L’area grigia delle politiche

Questa indeterminatezza si trasferisce anche al piano delle politiche, dove le famiglie di classe media sono confinate in un’area grigia che le esclude, per fare alcuni esempi, dalle forme di edilizia residenziale pubblica – benché non riescano a sostenere i costi del mercato privato – oppure dalla soglia per accedere all’ADI (l’Assegno d’inclusione) o ad altre forme di sostegno al reddito per i poveri, ma senza che traggano un effettivo vantaggio dalle politiche di esenzione fiscale nell’accesso a servizi essenziali (si pensi alle rette degli asili nido comunali, alla sanità o all’università) o, ancora, dalla riduzione dell’aliquota Irpef che, secondo le previsioni basate sull’esperienza del 2025, tenderà a privilegiare le classi di reddito superiori a 50 mila euro annui.

Verso una caduta rovinosa per tutti?

In realtà, non è sull’impoverimento della classe media che va riportata l’attenzione, ma sui processi più ampi che generano povertà e che sono uguali per tutti.

I meccanismi che stanno aggravando la povertà in Italia – le disuguaglianze sociali, la concentrazione della ricchezza nell’1% più ricco della popolazione, un sistema di tassazione iniquo, i ritardi nel governare la transizione digitale, i tagli alla spesa sociale – non agiscono solo per gli “ultimi” che non riescono a soddisfare bisogni essenziali, ma anche per i “penultimi” che stanno sperimentando una perdita di status.

Ci troviamo in una congiuntura in cui le persone sono costrette a determinarsi rispetto agli interessi con i quali si confrontano. E chi è un po’ più alto sul piano inclinato dovrebbe tendere la mano a chi è più in basso, rivendicando prospettive di vita migliori per tutti, piuttosto che assestargli un bel calcio per vederlo precipitare: la caduta potrebbe essere rovinosa per tutti.

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