La precarietà esistenziale dei trentenni
“Volevo fare questo lavoro da sempre, lo romanticizzavo, non mi aspettavo di trovarmi in una situazione di precarietà esistenziale come quella che sto vivendo”. “Per due anni ho scritto articoli pagati 2 o 3 euro l’uno. Adesso per essere pagata devo sollecitare costantemente le testate”. “Ho scoperto di avere una malattia e problemi fisici e psicologici legati alla precarietà. Li vedo in tanti colleghi e colleghe: non è solo lo stipendio e i contratti di mese in mese, ma c’è un’instabilità di fondo difficile da sostenere”.
Chi ha trent’anni – ma anche meno, ma anche di più – vive giorno dopo giorno una precarietà esistenziale che accompagna molte persone almeno dall’ingresso nel mondo del lavoro. Un’incertezza frammentata tra contratti a scadenza, collaborazioni, lavoro svalutato, partite Iva, vere o finte. E un punto in comune: la difficoltà di arrivare a fine mese in un Paese in cui, mentre i costi di vita aumentano costantemente, tra casa, beni di prima necessità, bollette, il lavoro non basta più. E non basta né con quello che era uno stipendio “dignitoso” fino a qualche anno fa, né, tantomeno, con un lavoro precario.
A raccontarlo sono storie che attraversano ogni città, quelle più grandi ma non solo, e tanti lavori diversi. Giornaliste e giornalisti, ingegneri e ingegnere, dottorande e dottorandi, ma l’elenco potrebbe andare avanti a lungo. Le loro vite raccontano di rinunce, di difficoltà costanti, di paure nel costruire o anche solo immaginare un futuro accettabile, di ansia e depressione, di case da abitare ma che – quando ci sono – non si sa per quanto potranno essere ancora rifugio.
Due lauree, un dottorato e ancora contratti di mese in mese
Da ecologa, voleva diventare ricercatrice e ha pensato che il modo migliore fosse passare per un dottorato: così, senza conoscenze e contatti, dopo decine e decine di mail senza risposta, Elena, che oggi ha 29 anni, è riuscita a iniziare un dottorato in Ingegneria elettrica e dell’informazione in università. Ma l’ha vinto inizialmente senza borsa di studio: vuol dire lavorare senza essere pagati, dover fare altri lavori, nel suo caso una collaborazione sempre all’interno dell’università, fino a che, grazie a uno scorrimento di graduatoria, è riuscita a essere pagata per fare ricerca, studiare, approfondire: “Quando ho saputo del dottorato senza borsa avrei voluto rinunciare, ma ho deciso di provarci comunque. È stato difficilissimo all’inizio, anche perché dopo pochi mesi ho scoperto di avere una malattia autoimmune”.
Finito il dottorato, a gennaio 2026, ha scelto di provare a continuare il percorso accademico: “Prima di decidere di continuare in università, ho fatto un colloquio con un’azienda, perché dopo il dottorato inizia il vero precariato: quando va bene si lavora con contratti da un anno all’altro, quando va male con consorzi interuniversitari in cui il professore riesce a bandire dei contratti di collaborazione continuata che possono durare uno, due o sei mesi. Il mio contratto attuale è di sei mesi, ma mi hanno già detto chiaramente che le prospettive di diventare professori e di essere quindi stabilizzati non ci sono”.
Con un’incertezza costante: “Tuttora quando mi trovo davanti a uno stipendio misero, al fatto che ho bisogno di determinati farmaci e che ho il domicilio sanitario vincolato al contratto: non so come fare se questo finisce e non viene rinnovato; sento un’instabilità a tutto tondo difficile da gestire”. Anche perché quello che viene richiesto è sempre di più: “Ti verrà chiesto di pubblicare, andare a conferenze a spese tue: è un ricatto continuo. Ogni tanto penso di andare all’estero, ma dopo che mi sono sentita nomade per tutta la vita, dove sono ora mi trovo bene, vorrei rimanerci. E l’estero non è la panacea di tutti i mali”.
Elena, nella sua breve pausa pranzo dal lavoro, racconta di un mondo, quello dei ricercatori, non sindacalizzato, senza strutture che possano tutelare, con un ricatto di potere ed economico: condizioni che causano una grande difficoltà nel portare avanti mobilitazioni e istanze collettive: “Ci sono stati dei cambiamenti grazie ai dottorandi che hanno iniziato a pretendere i propri diritti, ma una volta diventati ricercatori si torna in un mondo molto individualistico, con un livello di competizione alto tra tutti i colleghi, perché quando, tra anni, bandiranno quell’unica posizione che tutti stiamo aspettando, saremo soli”.
Una profonda faglia generazionale
Nel delineare la situazione del paese, il rapporto annuale Istat del 2026 fotografa un’Italia strutturalmente segnata da una profonda faglia generazionale che confina i giovani in un orizzonte di costante vulnerabilità. Anche se il mercato del lavoro evidenzia una traiettoria di espansione che ha permesso di consolidare i massimi storici occupazionali del post–pandemia, i motori di questa crescita rimangono asimmetrici: a trainare l’aumento dell’occupazione sono, infatti, quasi esclusivamente le fasce più grandi della popolazione (gli over 50 rappresentano oggi il 42% del totale degli occupati), mentre i giovani continuano a scontare difficoltà di ingresso e stabilizzazione.
Il paradosso di quella che l’Istat definisce “valorizzazione mancata” emerge con chiarezza nell’analisi dei trentenni. Tra i 15 e i 34 anni il tasso di occupazione crolla al 43,9% (contro il 66,5% dei 50-64enni), posizionando l’Italia in coda all’Unione europea. Perfino i segmenti teoricamente più protetti, come i giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, si trovano inseriti in dinamiche svalutative: il loro tasso di occupazione (74%) sconta un divario significativo rispetto ai coetanei europei, circa 14 punti percentuali in meno rispetto alla Germania e 10 rispetto alla Spagna. A questo deficit di inserimento si somma l’endemico fenomeno della “sovraistruzione”: il 23,7% dei giovani laureati è intrappolato in professioni a media o bassa qualifica, un disallineamento tra competenze e mercato che colpisce in misura ancora più marcata la componente femminile (25,3%).
Lavoratrici a cottimo: l’incertezza di giornaliste e giornalisti
“Volevo fare questo lavoro da sempre. Mio nonno era giornalista, aveva il suo stipendio che non era alto ma ci campava. Così sono cresciuta con questa idea da favola del giornalismo, lo romanticizzavo molto. Poi mi sono resa conto che era molto più difficile”.
Bianca è una giornalista, anche lei ha 29 anni. Per riuscire a vivere, mentre faceva la scuola di giornalismo a Roma lavorava in un centro antiviolenza con due turni di notte. Smontava e andava a scuola. Ha lasciato il lavoro per iniziare uno stage non retribuito ma la precarietà è andata avanti anche dopo: “Quello è stato il primo bagno di realtà. Quando ho iniziato a collaborare con vari giornali ho iniziato una vita con pagamenti di tre mesi in tre mesi, senza la possibilità di programmare o anticipare niente. Il problema è il sistema: il dover essere sempre reperibile, disponibile e non poter mai dire di no. Ho scritto il 2 giugno mentre ero fuori città, in ferie, perché c’è sempre un tema economico. Dire ‘no’ a quei 60 euro pesa perché pesa nell’economia generale ma anche nei rapporti con le testate: se non sei disponibile come prima, magari la volta successiva chiameranno un’altra persona. È un cortocircuito”.
Ed è un cortocircuito che va avanti giorno dopo giorno: “È come se lavorassi a tempo pieno ma non so mai per chi lavorerò, quanto tempo, dove andrò: è una precarietà non solo da un punto di vista economico ma anche esistenziale. Siamo un po’ i ‘braccianti’ dell’informazione, molto spesso siamo lavoratrici a cottimo”.
C’è anche una questione di genere: “È un mestiere faticoso perché è precario, perché in molti siamo freelance, ma è doppiamente faticoso da freelance precaria e donna: è un lavoro ancora molto maschile, dove gli ambienti non sempre sono alla pari e sani”. Racconta Bianca, che ha deciso di rimanere a Roma, dopo essersi trasferita dalla Sicilia per studiare, senza poter avere molte altre possibilità di farlo altrove e dovendo comunque, spesso, arrotondare con altri lavori e fare rinunce: “Avrei voluto tornare in Libano quest’anno, visto che mi occupo di quell’area del mondo, ma i prezzi dei voli sono altissimi e non è stato possibile, e questo mi ha penalizzato anche dal punto di vista lavorativo. Ma le rinunce sono anche altre: sono in cura da un dentista per un problema di salute e pur di pagare 2.000 euro in meno e poter rateizzare – non potendo detrarre le spese con partita Iva forfettaria e non potendo anticipare tutto – sto pagando tutto in nero. E poi ci sono tutte quelle situazioni di viaggi, svago, ferie che non possiamo permetterci”.
Non sapere quando e come si lavorerà, quando si verrà pagati, non poter staccare anche se ce ne sarebbe bisogno, per motivi di salute e salute mentale. Situazioni che, nel giornalismo, non sono isolate: anche Chiara, che ha quasi trent’anni, vive una condizione simile. “Dopo uno stage non pagato di sei mesi in una casa editrice, con la promessa di un’assunzione che ovviamente non è arrivata, mi sono spostata sul giornalismo. Ho un part-time in una realtà in cui mi occupo principalmente di comunicazione, tengo corsi di scrittura più volte a settimana e nel resto del tempo sono giornalista freelance”.
È un equilibrio difficile e instabile, a cui è arrivata dopo mesi di articoli pagati 2 euro l’uno o retribuiti in base alle visualizzazioni dei pezzi: “L’anno scorso ho passato un periodo di depressione e non avevo la testa di mettermi a mandare altre proposte; non riuscivo neanche a sollecitare i pagamenti. Ho fatto un percorso psico terapeutico in cui mi è stata diagnosticata l’ansia generalizzata: se avessi entrate mensili maggiori e mi pagassero tutti regolarmente forse l’ansia non ce l’avrei; se vivessi in un mondo diverso – tra guerre, cambiamento climatico, precarietà – forse sarei più tranquilla. Quello che mi salva è fare rete, perché anche nel momento in cui sei al massimo delle tue forze, quando c’è un imprevisto, un problema di salute, una mancanza di lavoro in determinati mesi, l’orizzonte diventa difficile da affrontare da soli”.
Le possibilità mancate del Pnrr
Questo vicolo cieco in cui si muovono professioniste e professionisti non è un incidente di percorso, ma il risultato di precise scelte politiche. In un contesto complesso, frammentato e precario come quello italiano, il Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si sta rivelando, alla prova dei fatti, un’occasione perduta proprio per le giovani generazioni. I dati del report Il divario generazionale, curato dalla Fondazione per la ricerca economica e sociale Ets con l’Università Luiss, svelano – come riporta La Stampa – che ai giovani è stato destinato appena il 2,54% delle risorse totali del Piano, circa 4,9 miliardi di euro. Una quota marginale rispetto alle scelte sistemiche di altri Paesi come la Spagna, che ha investito sui giovani l’11,7% dei propri fondi, la Germania (9,5%) o la Grecia (6,4%).
Gli under 35 non sono stati evidentemente considerati un’opportunità di investimento in capitale umano, ma un problema settoriale da gestire attraverso incentivi frammentati e privi di coordinamento. Anche le clausole di condizionalità occupazionale previste dall’articolo 47 del decreto semplificazioni bis – nato per vincolare le assunzioni di giovani e donne negli appalti pubblici – sono state sistematicamente aggirate: i dati dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) chiariscono che sette volte su dieci la norma è andata in deroga, e nella maggior parte dei casi senza alcuna motivazione.
Nessun lavoro è immune
La condizione occupazionale precaria non riguarda solo quei settori e quei mondi che ormai sono riconosciuti come instabili e frammentati. Lorenzo è un ingegnere informatico e dopo aver studiato a Milano ha deciso di trasferirsi a Torino: “Spesso si pensa che con una laurea in ingegneria il lavoro si trovi. Ed è vero, magari si trova, ma non sempre dignitoso o in linea con quello che si vorrebbe, che abbia anche un impatto e uno scopo affine al proprio”.
Lorenzo, anche lui quasi trent’anni, ora lavora in una piccola start-up, ha un contratto, ma un’incertezza di fondo: “Per la dinamica delle start-up hai dei periodi in cui devi capire se quello che stai facendo è sostenibile e può andare avanti. Dal punto di vista della precarietà, hai sempre e comunque la preoccupazione di capire se l’impresa andrà bene e riuscirà ad andare avanti”. Lorenzo ha anche un’altra idea di futuro professionale, messa da parte, quella di fare il dottorato: “Sentivo molte persone che lo avevano fatto e che erano scettiche; mi dicevano che ‘tanto se rimani in Italia non hai futuro’ o che ‘a livello di retribuzione, nel mondo accademico non reggi’. Io vorrei lavorare nella robotica sociale ma non ci sono finanziamenti per questo tipo di ricerca e le condizioni di lavoro non sono sicuramente un incentivo”.
Almeno una casa, almeno un rifugio
E c’è poi il tema casa. Che significa avere un posto dove dormire, ma anche un posto da costruire, da rendere proprio, che sia rifugio in un mondo già abbastanza incerto.
“Salgono i prezzi degli affitti, ma non salgono gli stipendi. Avere una casa non condivisa in città è difficile, se si è da soli e non in coppia ancora di più, e senza un lavoro che ti permetta di avere tutte le garanzie del caso”. Racconta Chiara, che ha da poco lasciato un piccolo monolocale a Torino con un affitto da 500 euro, subito dopo aumentato a 610 euro dalla proprietaria, a causa dell’aumento dei costi di vita.
Ma non sempre avere un buon lavoro basta per poter avere un posto che sia casa: Mamadou ha 29 anni, lavora in una grande fabbrica alle porte di Bologna che produce polvere da sparo per cacciatori e per lo sport. Ha un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio alto, eppure vive in una struttura che la Caritas ha messo a disposizione proprio per quelle persone che lavorano ma non trovano una stanza o una casa. Mamadou viene dal Gambia, da dove ha deciso di andare via quando aveva 14 anni. Dopo aver attraversato il deserto, essere rimasto bloccato nelle carceri libiche e aver attraversato il Mediterraneo, è arrivato in Italia quando di anni ne aveva 17: ha lavorato come cameriere e come bracciante in Sicilia e dopo diversi altri lavori ha scelto di andare a vivere a Bologna, ma senza riuscire a trovare una casa a lungo termine:
“Le agenzie non ti danno la casa, a volte ti dicono che ti chiameranno e non lo fanno mai, puoi aspettare anche un anno. E questa è una cosa brutta: lavoriamo anche 12 ore al giorno, paghiamo le tasse, dobbiamo avere almeno un po‘ di dignità”.
E la casa è dignità, è certezza di avere almeno un posto dove dormire, un posto che sia un punto fermo in mezzo alle tante difficoltà.
La precarietà come orizzonte permanente
Il problema è che non si tratta di una transizione temporanea, ma di una precarietà che si fa orizzonte permanente e che colonizza le scelte esistenziali. Sempre l’Istat, nel suo ultimo rapporto, rileva che per i giovani l’ingresso nell’occupazione avviene ormai quasi sistematicamente attraverso contratti non standard: nel biennio 2024-2025, ben il 67,8% dei nuovi occupati under 35 è entrato nel mercato con un lavoro a termine, configurando un limbo in cui il 73,4% di chi è vulnerabile rimane bloccato senza riuscire a transitare verso forme contrattuali stabili. L’impatto sul reddito è brutale: l’istituto di statistica evidenzia che la retribuzione annuale mediana dei lavoratori vulnerabili non raggiunge i 7.000 euro lordi, a causa di un’‘intensità lavorativa frammentata e di una media di giornate non coperte da contratto che sfiora il 45,5% dell’anno.
Questa debolezza economico-lavorativa si traduce immediatamente in una rinuncia forzata all’autonomia e al futuro. Nelle indagini sulle intenzioni riproduttive e sui progetti familiari, la sfera lavorativa emerge come il principale freno: oltre il 52% delle persone in età fertile stima che l’arrivo di un figlio comporterebbe un peggioramento insostenibile della propria situazione economica. Inoltre, per il 42% dei giovani che dichiarano di non volere o poter avere figli, la rinuncia è legata direttamente alla mancanza di certezze lavorative e alle barriere materiali. La precarietà descritta dal rapporto del 2026 smette così di essere un mero dato contrattuale per farsi fattore di esclusione sociale e trappola esistenziale, costringendo i trentenni a una svalutazione sistematica delle proprie aspettative professionali, abitative e di vita.
* I nomi riportati nell’articolo non sono quelli reali delle persone intervistate, che, ancora di più in una situazione di precarietà, preferiscono tutelarsi rimanendo anonime.
