Università della California

Di seguito un estratto del saggio di Ermanno Bencivenga La scomparsa del pensiero. Perché non possiamo rinunciare a ragionare con la nostra testa (Feltrinelli, 2017). Si ringrazia l’autore e l’editore per la gentile concessione.

Mai come oggi la quantità di dati disponibili ha cambiato le carte in tavola. Nell’esistenza spicciola dei comuni mortali, ogni informazione può essere recepita schiacciando qualche tasto; alle frontiere della scienza, i Big Data hanno prodotto una generazione di entusiasti che vagheggiano teorie emergenti direttamente dai contenuti informativi, un’intelligenza davvero artificiale che non abbia bisogno di mediazioni, che consegni agli esseri umani un mondo già diviso “seguendo le sue giunture” (per usare l’espressione platonica). Il tutto mentre la matematica stessa si va trasformando da magia inferenziale in disegni tracciati in modo quasi-empirico da fantastiliardi di operazioni computazionali.

Non intendo qui discutere tali trasformazioni matematiche e scientifiche; mi limiterò in proposito a far osservare una loro caratteristica che trasuda ironia e ha un peso per il discorso che intendo fare. Se mai sarà vero che i computer riusciranno ad accumulare abbastanza dati e a evincerne abbastanza regolarità da rendere superfluo il ragionamento umano, sarà perché (o, più cautamente, nella misura in cui) sono macchine logiche, nelle quali Turing ha incarnato le forme di ragionamento teorizzate e sistematizzate da Frege, Russell, Hilbert e altri padri fondatori della logica contemporanea. La scala è diversa; i princìpi sono i medesimi; per i risultati, staremo a vedere. Gli esseri umani insomma non hanno fatto che esternalizzare una loro funzione realizzando una macchina che la esegua, così come hanno esternalizzato la locomozione nelle automobili e la pulizia dei panni nelle lavatrici. Il senso in cui questo tema è pertinente per il mio discorso è che, quanto più gli esseri umani hanno progredito nell’esternalizzazione di funzioni, tanto più inetti sono divenuti ad assolverle loro.

[…]

Riassumendo, quel che vedo in azione contro il logos è un tremendo uno-due. Ascoltare le emozioni del logos richiede spazi di quiete e di silenzio: esige che si calmino le altre emozioni più violente e sfacciate che danno forza a pathos ed ethos (e tramite quella forza ci convincono ad accettare le tesi di chi sa suscitarle). In un mondo dominato dalla fretta e dal frastuono spazi del genere sono difficilmente accessibili. Ma ciò cui non si può accedere con facilità può essere creato dalla nostra azione consapevole, e lo sarà se ci rendiamo conto di averne bisogno. In un mondo dominato dalla disoccupazione chi ritiene di avere bisogno di un lavoro si darà da fare per stabilire contatti, acquisire competenze o aggiornare quelle che ha già, crearsi insomma opportunità che senza un suo sforzo non si materializzerebbero. Se dunque il logos, con tutta la sua evanescenza, fosse uno strumento del quale riconosciamo il bisogno, ci daremmo da fare per indurre le condizioni che sono idonee alla sua crescita: ci inventeremmo quiete e silenzio nel mezzo di fretta e frastuono come abbiamo saputo inventarci lezioni di yoga nel mezzo di una giornata densa di impegni per reimparare a respirare e a vivere il nostro corpo in modo sano. Ecco però che, dopo il gancio al mento, arriva l’uppercut: del logos oggi, è arduo riconoscere il bisogno, perché la carenza informativa  in cui ha prosperato non è più attuale, semmai siamo di fronte al fenomeno opposto – se prima dovevamo laboriosamente ricostruire un ambiente, una scena o un episodio a partire dalle poche informazioni che avevamo utilizzando le “piccole cellule grigie” decantate da Hercule Poirot, oggi siamo assaliti da un eccesso di informazioni e il vero problema sembra quello di proteggersene, di non rimanere vittime di uno stato confusionale.

[…] Il ricorso al logos sarebbe quanto mai necessario, per distinguere le informazioni attendibili dalle bufale, le fonti degne di fiducia da quelle sospette: in rete circolano innumerevoli fandonie e non a caso la parola inglese dell’anno 2016, per l’Oxford English Dictionary, è stata “post-truth”. Ma “necessità” non equivale, psicologicamente (cioè nei termini in cui stiamo parlando adesso), a “bisogno”: quel che ci è necessario per vivere meglio (e più a lungo) appare spesso irrilevante se non si presenta con l’urgenza, con la pena associate al bisogno. Oppure, si potrebbe dire, è difficile percepire una necessità, avvertirla come un bisogno,·quando alla carenza si sostituisce l’abbondanza: nel supermercato delle notizie vere e fasulle la tentazione di prendere quel che ci vien offerto – soprattutto se conferma i nostri pregiudizi – sconfigge regolarmente la coscienziosità del consumatore avveduto.

 

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