“Il Mediterraneo – spiega Pedrag Matvejevic nel suo Breviario Mediterraneo – non è solo storia”. E finiamo per tradirlo, prosegue, se ci accostiamo “a esso da punti di vista eurocentrici, che lo considerano esclusivamente come creazione latina, romana o romanza, osservandolo da un punto di vista panellenico, pan-arabo o pan-sionistico, giudicandolo dalla posizione di qualsivoglia particolarismo, etnico, religioso o politico. Il Mediterraneo non è mai stato solo Europa”.

E dunque come si può descrivere il Mediterraneo?

Forse una via è partire dalla civiltà materiale, dagli oggetti che lo connotano. Oggetti che, nella loro trasformazione, testimoniamo anche di pratiche, usi, comportamenti. Oggetti che spesso costruiscono e definiscono una lingua comune. La rete da pesca, la lampara, il corallo, il pane, sono alcuni dei 20 oggetti che Amedeo Faniello e Alessandro Vanoli hanno messo insieme in Storia del Mediterraneo in 20 oggetti per descrivere il Mediterraneo indicando un insieme di oggetti, funzioni e, dunque, anche azioni, propensioni, condivise. Una sorta di lingua comune di gesti, intenzioni, abitudini, consuetudini, che nessuno volontariamente riconoscerebbe oggi, tesi come siamo a scartare ciò che nel Mediterraneo ci accomuna e ci unisce, da ciò che invece ci distingue, ci allontana, ci rende reciprocamente estranei, indifferenti, nemici.

Oggi intorno al Mediterraneo, prima degli uomini e delle donne che vi si sfidano, sta la questione di che cosa intendiamo, immaginiamo, pensiamo, proiettiamo nel nostro immaginario, ma anche nella quotidianità allorché diciamo questa parola.

In un qualche modo contigue, complementari e per certi aspetti anche contrapposte, sono due le immagini che si confrontano allorché diciamo Mediterraneo nel corso del lungo Secondo dopoguerra. Quelle due immagini son state definite essenzialmente da due libri. Il primo – scritto settanta anni fa, nel 1949 – è il grande affresco proposto da Fernand Braudel con il suo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II. Poi, più recentemente David Abulafia, con il suo Il grande mare.

Quando nel 1949 Fernand Braudel pubblica Civiltà e imperi del Mediterraneo, il Mediterraneo come attore politico, fa parte del discorso pubblico da tempo, ma non ha avuto fino a quel momento la dignità di essere pensato come un attore storico.

Quella monografia, soprattutto nelle prime cinquecento pagine, quando Braudel si sforzava di definire i quadri ambientali (ovvero golfi, insenature,  porti, sistemi di comunicazione, ma soprattutto le isole, quel sistema frastagliato e “lungo” in cui non valgono più i singoli luoghi , ma i sistemi di ambienti), segnava un’epoca anche nella mentalità di chi stava costruendo l’Europa come attore politico e doveva ripensare il suo spazio in una fase in cui nuovi attori politici e culturali, con il processo di decolonizzazione iniziavano ad affermarsi dall’altra parte costringendo a rivedere una visione tradizionale e consolidata di quello spazio. Da allora e a cinquant’anni dall’edizione definitiva di Civiltà e imperi del Mediterraneo (1966) quel libro, a chi si è sforzato di interrogarlo per trovarvi delle suggestioni, non è mai rimasto deluso: è il Mediterraneo una singolarità o è un modello: quanti Mediterranei ci sono: il mar Caraibico o l’Oceano indiano sono un “Mediterraneo”? Che cos’è ciò che oggi chiamiamo Mediterraneo? In quante aree si divide? Com’è cambiato il Mediterraneo? Quali sono le sue regioni economiche, sociali, culturali? Che cos’è oggi la “piazza mediterranea”? Quale la sua funzione di lago-mondo?

Ma anche: cosa ha significato muoversi in quel grande spazio? Perché a lungo, appunto, muoversi non ha significato percorrerlo nella sua estensione, ma spostarsi di poco, appoggiandosi a quella lunga striscia di terra e mare rappresentata agli arcipelaghi, dalle isole.

Le isole in questo senso costituiscono, a loro volta, mondi, talvolta in relazione, non di rado in conflitto. Spesso il confine, l’attraversamento del confine, voleva dire andare da un’isola all’altra, dalla terraferma all’isola e poi provare ad andare dall’altra parte dello specchio di mare.

Quello spazio dunque rappresentato dal sistema pulviscolare delle isole e degli arcipelaghi non è solo appendice, più spesso ha rappresentato il luogo vero dove si è consumata la storia, dove si sono prodotti sistemi, reti di scambio e di scontro. Anche per questo, forse, non è improprio, come ha proposto Ruggiero Romano in Europa e altri saggi di storia, parlare di un modello mediterraneo anche lontano dal Mediterraneo (per esempio nel sistema insulare e nei sottosistemi tra isole e penisole dell’Oceano Indiano; o del complesso sistema caraibico con i molti luoghi di polarizzazione a cui ciascuna isola di quel sistema rimanda).

Più recentemente, anche sulla scorta della trasformazione del Mediterraneo da “lago salato” diviso tra imperi a spazio conteso tra molti attori, David Abulafia ha affrontato una nuova immersione in quello spazio proponendo una diversa visione degli ambienti, dei comportamenti, ma anche dei diversi immaginari degli attori che su quel “lago salato si specchiamo, si guardano e ‘si misurano’”

Mercanti, corsari, militari, avventurieri. In gran parte maschi. Sono la maggioranza di chi ha messo i piedi nel Mediterraneo lungo la sua storia millenaria. “Quanto è maschile il mediterraneo?”, si chiede Abulafia.

Domanda non impertinente e conseguente a un occhio che scava con pazienza, con sagacia e soprattutto con finezza un grande attore collettivo dall’antichità a oggi, che ha molti nomi: “Mar nostro” per i romani; “Mare bianco” per i turchi; “Grande mare” per gli ebrei”; “mare di mezzo” per i tedeschi”, “Grande verde” per gli antichi egizi. Nomi che indicano non solo esperienze ma raffigurazioni che a loro volta individuano fasi ed epoche distinte.

Il Mediterraneo dunque come grande specchio della storia nel tempo lungo che Abulafia propone di riconsiderare, sfidando quel vero monumento storiografico che è Civiltà e imperi del Mediterraneo di Fernand Braudel.

Se per Braudel Mediterraneo è tutto ciò che è influenzato da e ha relazione con ciò che avviene in quel grande lago salato indipendentemente dallo specchiarsi o no sulle sue acque (per Braudel: Vienna, Berlino, Mosca, come le zone aride dell’Africa sono Mediterraneo); per Abulafia significa ricostruire le vicende di coloro che vi hanno immerso i piedi e che, talvolta, sono finiti nei suoi abissi.

Storia che non è sempre stata uguale a se stessa tanto da definire epoche distinte. Abulafia ne propone cinque tra l’antichità e oggi.

La prima epoca è compresa tra paleolitico e 1000 a.C., quando gli insediamenti sono sparsi e la partita mediterranea si gioca soprattutto a Est, tra Egitto e Anatolia. La seconda arriva fino al 600 d.C. e vede giocare l’intero bacino mediterraneo (l’espansione fenicia, la Grecia delle città-stato e del conflitto tra Sparta e Atene; l’impero persiano e poi Alessandro Magno; Cartagine, ascesa di Roma e poi la sua caduta fino alla nascita dell’Impero d’Oriente). La terza vede il grande conflitto nord–sud tra espansione araba e sistema imperiale carolingio, le crociate, il fiorire dei Comuni italiani, le repubbliche marinare, l’ascesa di Venezia fino alla redistribuzione, demografica, ma anche economica, indotta dalla peste nera di metà Trecento. Una quarta epoca vede il delinearsi del confronto Est/ovest dei grandi sistemi imperiali (Spagna e Turchia), ma soprattutto vede il centro del mondo spostarsi verso l’Atlantico. Una quinta, infine, vede a fasi alterne prima la marginalità del Mediterraneo poi la sua centralità ma soprattutto vede rompere la dimensione lacustre del Mediterraneo con l’apertura del Canale di Suez.

In questa lunga storia, sono i porti e i sistemi del traffico su cui si consumano alleanze, confronti, scambi, conflitti a fare la storia delle fortune e dei rovesci. I porti che Abulafia illustra, in una serie di cartine che accompagnano ciascun paragrafo, permettono di seguire una storia in movimento, in cui le fortune economiche vanno lette con i flussi migratori. Le città cambiano spesso fisionomia sociale e culturale a seconda che aprano all’accoglienza o abbiano svolte xenofobe nazionalistiche (è la storia della Spagna del XV secolo, ma poi di Smirne, Salonicco, Alessandria d’Egitto, Marsiglia, Algeri, Creta, Ragusa (oggi Dubrovnik), Cipro, Livorno, Trieste.

Città, in altri casi, in cui si è obbligati a scegliere l’apertura come strategia economica. Per interesse più che per convinzione. Rimanere accoglienti costituisce una possibilità di ripresa economica ed è la sfida che oggi il Mediterraneo ha e che spesso deve praticare per avere un futuro. Una sfida che talvolta obbliga a rinchiudersi nella propria caricatura (Napoli è davvero la pizza? Venezia è solo le gondole?) e talaltra a venire a patti con le proprie convinzioni. È la storia del bikini, poi delle spiagge per naturalisti. Simboli e luoghi a lungo osteggiati nelle spiagge del mediterraneo cattolico, ma infine vincitori (altro segno della crisi del cattolicesimo) perché volano economico della civiltà della spiaggia, dove la notte si fa giorno. La spiaggia, e tutta la filiera a essa collegata, per un mare non più industriale, diviene ora, l’ultima risorsa su cui costruire un’economia di scala capace di consentire la ripresa.

Ma anche questo, sostiene Abulafia, non è una certezza.

Il Mediterraneo oggi è un mare segnato dalle fratture, non solo dalla xenofobia interna dell’Europa, ma anche dal muro che sorge in mezzo al mare e su cui vanno a sbattere le molte barche della disperazione, tutti coloro che si mettono in viaggio per darsi un futuro. Un mare “sarcofago”. Condizione che esprime il vissuto delle nuove paure collettive più che un desiderio di frontiera. Il “Grande mare”, oggi, soffre di un vuoto di progetto.

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