Si pubblica qui un estratto delle elaborazioni realizzate dall’Istituto di ricerca Carlo Cattaneo per la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli nell’ambito del progetto “Le conseguenze del futuro”

 

Da metà degli anni Ottanta del Novecento l’economia mondiale ha visto l’affermarsi della cosiddetta knowledge economy, l’economia della conoscenza. Dall’anno 2000 (la datazione è tuttavia soggetta a fluttuazioni) stiamo assistendo alla cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” ovvero quella della digitalizzazione e della robotizzazione, in cui sempre più rilevante è lo scambio di dati e di conoscenze. Tale rivoluzione – con le sue implicazioni sul tessuto economico e sociale – è stata trainata da processi di globalizzazione, caratterizzandosi per un aumento del contenuto tecnologico e di conoscenza nella produzione e nello scambio di beni e servizi mai osservato prima. L’estensivo dislocamento dei lavoratori nelle fasi della produzione, la richiesta sempre maggiore e sempre più specialistica di capitale umano, una sempre maggiore compenetrazione e scambio di tecnologia e lavoratori tra paesi, l’esplosiva domanda di alcune rare materie prime stanno fortemente mettendo sotto pressione non solo i mercati del lavoro e dei beni ma l’intero assetto economico e formativo delle moderne nazioni. Sono venuti meno i blocchi sociali di riferimento del secondo dopo guerra – l’articolazione in classi secondo divisioni del lavoro date e suddivisioni tradizionali tra lavori “manuali” e lavori “concettuali” – e con essi, in tutte le democrazie capitalistiche avanzate, si è registrata una forte crisi del sistema elettivo rappresentativo così come era venuto determinandosi accanto ad una ridefinizione del sistema di formazione e di selezione della “manodopera” e del lavoro.

I vincitori e i vinti di questa fase dell’economia mondiale non sono più determinati dalla sola dimensione (in termini di superficie e popolazione) delle nazioni o dall’accesso a risorse chiave ma dalla capacità di produrre e attrarre conoscenza e, conseguentemente, tecnologia. Sono quindi cambiate le necessità di conoscenza e formazione nella popolazione e con esse avrebbe dovuto cambiare il sistema educativo non più finalizzato solo a conseguire l’obbiettivo di trasformare una popolazione analfabeta in alfabetizzata ma nel portare quella popolazione sempre più verso la formazione terziaria, innalzando la qualità della formazione già fornita.

L’Italia è rimasta gravemente attardata sotto questo punto di vista. Da un lato, un sistema formativo strutturato secondo i limiti descritti in precedenza e che solo nel 2010 ha introdotto un sistema valutativo delle competenze raggiunte dagli alunni; dall’altro, uno scarso interesse da parte della popolazione rispetto al tema educazione che certo non ha creato un incentivo per il policy maker ad investire risorse e consenso politico nella ristrutturazione radicale dello stesso.

Come evidenziato, tra gli altri, in uno studio dell’Associazione Treellle (2010)[1], vi sono tre gruppi di costi sociali legati ai bassi livelli di istruzione. In primo luogo, una bassa scolarizzazione determina costi a livello individuale: esclusione sociale, insicurezza, mancanza di autonomia, precarietà. In secondo luogo, i costi sociali propriamente definiti: scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggior spesa per la salute. Infine, i costi economici: livello di sviluppo limitato, bassa propensione all’innovazione, scarsa produttività.

La Figura 8 mostra i dati prodotti dall’OCSE in merito ai livelli educativi. In Italia, circa il 28% degli individui tra i 25 e i 64 anni ha conseguito al massimo la licenza media inferiore; circa il 45% detiene un titolo di scuola secondaria superiore e solamente il 27% circa ha conseguito un titolo universitario. Confrontando questi valori con quelli medi OCSE ed EU22, tra loro quasi identici, si evince come i livelli educativi della popolazione italiana in età lavorativa siano mediamente bassi e che in Europa facciano peggio solo Spagna e Portogallo.

Figura 8: Titoli di studio della popolazione 25-64 anni nei paesi OECD. Valori percentuali, 2016.
Fonte: OECD (2017), Education at a Glance 2017: OECD Indicators, OECD Publishing, Paris.
https://www.oecd-ilibrary.org/education/education-at-a-glance-2017_eag-2017-en;jsessionid=B_809274JJOELlvWePWaDYUG.ip-10-240-5-87, accesso 3 gennaio 2019

 

Ancora più allarmante il quadro fornito da Istat. La Figura 9 riporta in maniera chiara ed inequivocabile come gli adulti con titolo di studio superiore in Italia siano nettamente meno della media Europea e il numero di laureati sia in totale sulla popolazione sia nella fascia 25-34 sia il più basso in Europa.

Figura 9: Fonte: Istat, Rapporto sulla conoscenza 2018, p. 45.
https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/conoscenza2018/Rapportoconoscenza2018.pdf, accesso il 3 gennaio 2018.

Sebbene con differenze regionali importanti questo quadro non muta particolarmente scomponendo il paese nelle sue regioni. Il numero di laureati in particolare nella fascia 25-34 anni risulta infatti anche nelle regioni più virtuose inferiore al 30%, nettamente al di sotto di quindi del valore medio europeo e di fatto inferiore a tutti i paesi dell’area UE esclusa la Romania (Figura 10).

Figura 10: Fonte: Istat, Rapporto sulla conoscenza 2018, p. 45

Questo dato allarmante è inoltre accompagnato da una ulteriore nota negativa: l’alto livello di abbandono precoce degli studi (da non confondere con l’abbandono scolastico nell’età dell’obbligo che richiederebbe una analisi specifica e che ha ancora valori consistenti nel nostro Paese). Come si evince dalla Figura 11, sebbene migliorato, negli ultimi dieci anni continua a rasentare il 15% della popolazione con in particolare i maschi che abbandonano gli studi precocemente.

Figura 11: Fonte: Istat, Rapporto sulla conoscenza 2018, p. 45

La ripartizione geografica dell’interruzione prematura degli studi evidenzia nuovamente come il Sud Italia presenti tassi di abbandono più che doppi rispetto a buona parte del Nord del Paese. Inoltre, la Figura 12 permette di cogliere chiaramente come anche le regioni più virtuose del Paese presentino un abbandono prematuro ben superiore anche a quello di Paesi come la Grecia e la Polonia.

 

Figura 12: Fonte: OECD Skill Strategy Diagnostic Report (2017) Italy, p. 54

 

Figura 13: livello e variazione percentuale della popolazione adulta con bassi livelli educativi UE28 2005-2015.
Fonte: Eurostat – Investing in skills pays off: the economic and social cost of low-skilled adults in the EU (7/2017), p. 31. http://www.cedefop.europa.eu/en/publications-and-resources/publications/5560, accesso 3 gennaio 2019

Il sistema scolastico italiano, vuoi per limiti strutturali, vuoi per un disinteresse del modello-Paese all’istruzione, si sta dimostrando quindi fortemente deficitario rispetto ai principali competitor internazionali.

 

 

[1] Il lifelong learning e l’educazione degli adulti in Italia e in Europa. Dati, confronti e proposte, Quaderno n.9, dicembre 2010, Associazione Treellle.

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