Columbia University di New York

Immagine tratta da L’Espresso, edizione tedesca del 1968, corteo di giovani manifestanti

 


estratto da: Democrazia in diretta, di Giangiacomo Feltrinelli Editore

Le innovazioni che la democrazia sta mettendo in atto possono contribuire a estendere e arricchire il potere dei cittadini sui governanti e sul governo, ma possono anche compromettere il funzionamento delle istituzioni e lo stesso potere di con­trollo delle decisioni.

Hannah Arendt definì la politica come “natalità”, il dare vita a nuove forme di potere attraverso processi di comunica­zione che cittadini liberi e uguali mettono in atto con il giu­dizio e la parola nello spazio pubblico, alla ricerca di soluzio­ni ai problemi che possano esprimere meglio il valore della cittadinanza nel determinato contesto sociale nel quale sor­gono. Oggi abbiamo davanti ai nostri occhi un’esperienza squadernata di politica come natalità, forse meno poetica delle esperienze rivoluzionarie che avevano ispirato Arendt. Ma le innovazioni democratiche avvengono nel fango della prosa, della quotidianità piena di contraddizioni, di eventi e risvolti anche spiacevoli, mentre i giochi sono aperti e possono prendere opposte direzioni.

L’apertura al possibile è l’aspetto che dovremmo più ap­prezzare di questa fase di mutazione nella quale ci troviamo a vivere, nonostante le incognite e i rischi. Per farlo è oppor­tuno ricordare a grandi linee i fondamenti della democrazia come forma di politica e come forma di governo che naviga nell’incertezza e nell’emergenza di situazioni critiche. È op­portuno comprenderne la natura a un tempo idealistica e pragmatica, il suo ambizioso impegno a creare un mondo artificiale di norme e istituzioni grazie alle quali persone di­verse tra loro in moltissime cose e disuguali in altre si relazio­nano come se fossero uguali quando devono decidere sulle leggi alle quali obbedire.

Crisi sta insieme a democrazia e a politica, se è vero che questa è un sistema e una forma di agire insie­me costantemente aperti alla possibilità di revisione delle de­cisioni prese e di trasformazione istituzionale. Non esiste un governo migliore di questo per far fronte alla crisi permanen­te nella quale le collettività umane si trovano nel tentativo di risolvere i problemi di convivenza che invariabilmente crea­no in quanto persone autonome che non rinunciano all’auto­rità del loro giudizio e della loro volontà, e che per ottenere questo inventano procedure di decisione che assegnano a tut­ti le stesse opportunità di voce e di voto. Questo è il fonda­mento della democrazia dal quale occorre partire per valuta­re le sue periodiche metamorfosi, e in particolare quelle che stiamo sperimentando nelle nostre società.

Manifesto della controcultura americana
tratto dalla biblioteca di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

La collettività democratica si regge su un accordo-discor­dante perché è un’associazione tra persone che sono estranee e straniere l’una all’altra, persone che per caso sono nate in quel luogo, o hanno scelto di vivere in quella società. Ancora più della città democratica antica, dove le identità etniche e territoriali erano determinanti per l’appartenenza politica: nell’Atene di Pericle i cittadini, detti anche autoctoni o nati dalla terra, dovevano avere entrambi i genitori ateniesi per godere dei diritti politici, l’equivalente dello ius sanguinis che oggi critichiamo. La democrazia moderna è nata nel solco della tradizione giuridica romana che aveva una forte connotazione universalistica. E infine si è ispirata alle rivo­luzioni americana e francese che hanno scelto di fondare le loro Costituzioni politiche su dichiarazioni universali dei di­ritti, promesse di uguale trattamento goduto da tutti e quindi di affrancamento delle persone da forme di autorità centrate sulla vita del clan o della famiglia, oppure su tradizioni ance­strali che legavano consanguinei o identici in qualche cosa di non estensibile ad altri.

La democrazia costituzionale moderna ha sovvertito di­verse forme di autorità sociale. Al posto di queste figure gerarchiche, la democrazia ha creato istituzioni e norme im­personali di controllo e di monitoraggio delle decisioni. Ha, soprattutto, respinto la logica del dominio che opera nel campo dei bisogni economici, quando chi possiede ricchezze e mezzi di produzione pretende di esercitare autorità su chi lavora e non ha nulla se non la volontà e la determinazione a vivere.

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