Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il lavoro dell’operatore culturale è, oggi, ancora caratterizzato da una densa nebulosa di accezioni e significati molto diversi tra loro che, sempre di più, hanno a che fare con un mix eterogeneo di competenze culturali e creative e di aspetti come l’autoimprenditorialità, la capacità relazionale e legata al ‘fare rete’.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un impressionante incremento del numero di soggetti in grado di esercitare forme di produzione e diffusione di prodotti culturali, i quali vivono una condizione professionale e occupazionale che, troppo spesso, si configura come l’esito di un processo di continua ridefinizione, tra opportunità e rischi, ma soprattutto tra precarietà e flessibilità.

Centro culturale Macao, Milano
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Tali soggetti si muovono nell’ambito della loro professione e vivono la loro condizione lavorativa in modo totalizzante, fino a trasformare il lavoro in una parte centrale della loro intera vita. Le modalità con cui essi si dedicano al progetto culturale cui prendono parte sono esemplificative di una certa sovrapposizione tra vita privata e vita professionale, totalmente indipendente dal percorso di formazione precedente o dalle condizioni di reddito cui accedono. In questo senso i confini tra tempi di vita e tempi di lavoro si fanno sempre meno netti, esattamente così come si rendono più fluidi quelli tra luoghi di vita e luoghi di lavoro. Due dimensioni che si dilatano, si intensificano, si sovrappongono in un’incessante e continua produzione e ridefinizione di contenuti, attività e relazioni.

I lavoratori della produzione culturale, infatti, non hanno più esclusivamente a che fare con quei profili che, per natura, prevedono una formazione prettamente culturale o creativa – ad esempio artisti, musicisti, attori o ballerini – ma sempre di più si estendono a profili come architetti, formatori, facilitatori ma anche come imprenditori o consulenti aziendali. In questo senso parlare di lavoratori della produzione culturale oggi vuol dire, soprattutto, superare i confini del lavoro culturale-creativo in senso stretto e andare invece ad attingere a una molteplicità di settori cui conseguentemente si riferisce la molteplicità di offerte, attività e servizi che si articolano all’interno di quei luoghi, più recenti e meno tradizionali, della produzione e diffusione culturale.

Si tratta in egual misura di uomini e di donne, di giovani, spesso di autodidatti, che vivono una condizione di flessibilità costante e che fanno della loro versatilità, della loro capacità di reimpiegarsi e delle loro diverse identità professionali dei punti di forza, seppure questo spesso si traduca in condizioni lavorative e contrattuali che hanno a che vedere con rapporti di lavoro occasionali e instabili. Nel troppo spesso lungo e articolato percorso che li porta a raggiungere una condizione lavorativa stabile, che consenta loro di trasformare le passioni in opportunità lavorative, gli operatori culturali si trovano così a fare ampiamente ricorso all’utilizzo e alla valorizzazione delle diverse forme di capitale che hanno a disposizione, da quello sociale a quello culturale, da quello simbolico a quello economico.

L’operatore culturale è oggi un soggetto che, più di altri, devo aggiornarsi, aggiornare il proprio curriculum vitae, essere a conoscenza di tutto quello che attorno a lui gravita in termini di produzione culturale. Più di altri deve sviluppare capacità di personal branding, di costruzione di una reputazione. Deve partecipare alla vita urbana nel senso più ampio del termine e, alla luce dello scenario che lo circonda, deve formare il proprio io professionale e deve costantemente aggiornarlo per inserirlo in una rete di relazioni locali, ma anche nazionali, che consentano di far evolvere il proprio progetto culturale, di creare sinergie e progettualità.

Al lavoratore culturale viene, dunque, richiesto di essere consapevole del contesto attuale, di conoscerne la retorica, i limiti e le potenzialità, di sottostare ai meccanismi di funzionamento di questo stesso presente ma allo stesso tempo di avere sempre uno sguardo verso il futuro, verso quello che potenzialmente questo scenario potrebbe diventare, per tentare di fornire delle risposte concrete all’ormai ampiamente dibattuto paradigma dell’innovazione culturale.

La vocazione personale e il desiderio di autorealizzazione e di riuscire a portare a compimento il proprio progetto culturale spingono i lavoratori delle organizzazioni culturali a ibridare senza soluzione di continuità confini, passioni, aspettative e relazioni. Questo aspetto inevitabilmente contribuisce a un abbassamento delle soglie di accesso al mercato e, dunque, alla creazione di un contesto in chiunque può provare a ritagliarsi uno spazio per produrre contenuti artistici o culturali, tentando di contribuire a un’offerta culturale più ampia.

 

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