Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Non è una novità affermare che i mezzi di comunicazione giocano un ruolo sempre più importante nelle decisioni politiche ed economiche statali e internazionali, costituiscono quel quarto potere che costruisce la realtà sociale attraverso la sua rappresentazione egemonica, legittimata e naturalizzata con il controllo della produzione e della circolazione delle informazioni. Le lotte simboliche che si giocano nel campo della comunicazione sono a tutti gli effetti battaglie politiche strettamente legate alle condizioni materiali delle società in cui si sviluppano.

Già a partire dagli anni Sessanta, i movimenti sociali si sono progressivamente imposti come attori collettivi che partecipano a tali lotte simboliche, decostruendo il senso comune, proponendo alternative al pensiero unico e aprendo il dibattito nell’opinione pubblica attorno a temi di rilevanza generale come la giustizia, i modelli di democrazia, la redistribuzione della ricchezza, lo sfruttamento ambientale, la libertà d’espressione, i diritti delle minoranze etniche, sessuali, religiose.

I media digitali legati al web si sono dimostrati un potente strumento per la convocazione e diffusione dell’azione collettiva, in particolare a partire dall’ultimo ciclo di mobilitazioni aperto nel 2011 con le cosiddette primavere arabe, Occupy Wall Street, il movimento spagnolo 15M e quello studentesco in Cile, passando per le oceaniche manifestazioni di Passe Livre in Brasile nel giugno 2013, e fino al movimento contro la violenza sulle donne NiUnaMenos esploso un anno fa nelle piazze di più di 150 città in tutto il mondo.

In un contesto di crisi di sovranità degli Stati nazionali e di impoverimento delle strutture rappresentative, democratizzare la comunicazione – definita diritto umano universale dall’UNESCO già nel lontano 1980 con il rapporto MacBride – diventa una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per accedere alla rivendicazione di altri diritti.

In America Latina l’urgenza di riappropriarsi della parola pubblica da parte di ampli strati della società civile è associata alla fine delle dittature che hanno insanguinato la regione durante gli anni Settanta; la necessità di ricostruire i legami sociali ed esercitare la libertà d’espressione ha contribuito in quel momento alla diffusione delle radio comunitarie e popolari, diretta espressione della voce dei quartieri, delle organizzazioni di base, degli strati sociali storicamente occultati e marginalizzati.

 

Che Guevara parla a Radio Rebelde durante la rivoluzione cubana

Assieme al ciclo di governi progressisti nella regione, negli anni Duemila si è aperta una breccia perché la comunicazione come diritto umano da proteggere e regolamentare trovasse posto nell’agenda delle istituzioni pubbliche, storicamente subordinate alla produzione mediatica privata commerciale, nelle mani di pochi gruppi imprenditoriali che hanno superato indenni gli ultimi cinquant’anni facendo accordi tanto con le giunte militari che con i governi neoliberisti che le hanno succedute.

È stata la spinta dal basso del settore mediatico socio-comunitario, che fino al 2004 si è sviluppato nell’illegalità, a promuovere la riforma giuridica dei sistemi delle comunicazioni in Venezuela (2004 e 2010), Uruguay (2007 e 2010), Argentina (2009), Bolivia (2011), Ecuador (2013) e infine México (2014). Le nuove leggi, seppur diverse tra loro, hanno in comune il riconoscimento dei media comunitari come prestatori di servizi di comunicazione audiovisuale senza fini di lucro e con caratteristiche proprie, che li distinguono sia dai media statali di servizio pubblico che dal privato commerciale, e in alcuni casi prevedono la riserva di una quota delle frequenze radiotelevisive nazionali e il sostegno economico attraverso finanziamento pubblico.

Radio Rebelde

I media comunitari, alternativi e popolari rappresentano oggi in tutta l’America Latina un movimento sociale diffuso e radicato nei territori, che mette i suoi microfoni e i suoi schermi al servizio delle lotte e delle rivendicazioni dei lavoratori, dei popoli indigeni, dei settori popolari e delle donne, ma che allo stesso tempo è promotore della campagna per un’informazione equa e democratica, che possa contendere l’egemonia culturale ai grandi proprietari mediatici contrapponendogli un modello partecipato, orizzontale, collaborativo e solidale del fare comunicazione.

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