di Marco Morganti
Amministratore Delegato di Banca Prossima

 

Si propone qui, in forma di anticipazione, un estratto del testo di Leonardo Becchetti tratto dal volume Strade giuste. Economia e società nel segno del bene comune di Giuliano Amato e Marco Morganti. Il volume, edito da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, sarà presto disponibile online e nelle librerie Feltrinelli.

 


Sappiamo bene che dall’economia sociale derivano vantaggi vitali per la collettività sotto mille profili: lavoro, servizi, partecipazione, coesione sociale. In certi casi si tratta di un contributo decisivo per il progresso e per l’equità del Paese, per esempio in materia di perequazione Nord-Sud. Questo è uno dei grandi temi di civiltà per noi italiani e uno dei fronti sui quali l’iniziativa del Codice del Terzo Settore doveva essere portata energicamente per andare oltre il pur importante sforzo classificatorio. Comunque sia, a valle del Codice servono vigorose politiche di incentivazione e sviluppo.

 

Nel caso del divario Nord-Sud il tasso spontaneo di crescita dell’economia sociale non basta da solo a coprire bisogni enormi. Una delle cose che più colpiscono chiunque abbia girato tanto nell’economia sociale come è successo a me negli ultimi dieci anni, è che al Nord esiste un welfare sussidiario che può andare perfino “oltre la necessità”, mentre al Sud si allarga un deserto di servizi. Sembra così di affermare che al Nord c’è del lavoro inutile fatto dal Terzo Settore. Niente affatto, ma sicuramente ci sono opportunità che vanno ad aggiungersi a un piatto piuttosto vario e abbondante di servizi di welfare: di mano pubblica e di mano nonprofit. E, poiché al Nord c’è tutto, non mancano neanche gli interventi operati da soggetti forprofit, per esempio nei servizi residenziali per la terza età. Via via che si scende di parallelo il mix cambia finché al Sud il Terzo Settore è rarefatto come un gas nobile.

Per veder cambiare un panorama che è tutto sbagliato, perché semplicemente inverso al bisogno, bisognerebbe che l’Italia lanciasse, anzi ri-lanciasse quel Progetto fertilità che negli anni Novanta incoraggiò le cooperative del Nord ad andare al Sud e a impiantarvi attività, tornando poi a casa e lasciando dietro di sé capacità sviluppate e sostenibili, con la stessa logica della migliore cooperazione internazionale. La dote garantita alle neocooperative non era il denaro a fondo perduto che nel nostro Meridione ha fatto tanto danno, ma capacity building, ossia opportunità, avviamento, know-how, tutela morale e visibilità. Se si coltivano piccoli frutti nella Sila, questo si deve a Fertilità, a monsignor Bregantini e alla cooperazione trentina, oltre che a bravi neocoperatori locali. C’è una ragione per considerare finita e irripetibile quell’esperienza?

[…]

Il nonprofit deve estendere la sua copertura territoriale ma anche la gamma dei settori in cui opera. L’allargamento da 11 a 22 campi di attività contenuto nel Codice del Terzo Settore è un buon segnale, ma non ho mai capito perché l’economia sociale non possa semplicemente operare in qualunque settore, comprese le partite più grandi, come quelle legate alla gestione dei commons. È il caso di acqua, elettricità e gas, ma anche del common Beni culturali. Per fare un esempio dolente, penso che lo Stato a Pompei le abbia provate tutte – compresa l’assegnazione della responsabilità alle cure di un generale dei Carabinieri – tranne l’idea di far presidiare l’area di Pompei dall’Esercito (se questo è inevitabile ai fini della sicurezza) per farla però gestire dalla cooperazione sociale con le capacità giuste, che al Sud esiste, come l’esperienza delle Catacombe di San Gennaro ha dimostrato pochi chilometri più in là. A Napoli, un quartiere difficile, un bene culturale non più disponibile, un sacerdote irriducibile e pochi ragazzi volontari sono il punto di partenza per un progetto che in otto anni ha portato al pieno recupero archeologico del sito, visitato da 104.000 persone nel 2017, e a un’impresa sociale con 23 dipendenti a tempo indeterminato e 40 collaboratori. Allo stesso modo mi piacerebbe vedere la cooperazione sociale cimentarsi con la gestione di un acquedotto, perché possiede i principi universalistici che nei commons sono fondamentali. Portare l’acqua a tutti e farla pagare il meno possibile non è l’operazione simpatia “a margine” di un’attività lucrativa che piace agli investitori.

Ogni volta che verrà innalzata di un po’ la barriera d’accesso all’acqua per soddisfare il mercato dei capitali si sarà semplicemente tradito quel principio di civiltà, realizzando uno scambio letale tra profitto e allargamento del gap. Stessa cosa direi delle rinnovabili, con esperienze (per tutte Fortore Energia) in cui una collaborazione pubblico-privata ha portato in aree marginali generazione elettrica e rigenerazione sociale sotto forma di connettività e viabilità, interpretando un common come un’opportunità da valorizzare nelle due dimensioni capitalistica e comunitaria. L’economia sociale si candida ancora troppo poco a queste grandi partite industriali. Ha la debolezza del piccolo e bello, quel piacere del cameo isolato, senza lo scaling up che è la prospettiva naturale di qualunque attività imprenditoriale riuscita.

Se un imprenditore forprofit ha un’idea brillante pensa subito come espanderla e serializzarla e (perfino in questo Paese!) può capitargli di incontrare capitale di rischio e di debito. Cosa che non accade nell’economia sociale, che preferisce realizzare su misura e in piccolo, magari protetta dal territorio e quindi prigioniera del suo abbraccio soffocante. Bisogna fare in modo tale che questi ostacoli, anche culturali, vengano rimossi, perché conviene e perché ci sono le condizioni per farlo.

La Fondazione ti consiglia
pagina 53440\