Direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Oggi, a ormai da più di dieci anni dalla Grande recessione del 2008, i dati confermano ciò che non si vorrebbe vedere confermato. Il rapporto ISTAT del 2019 ha posto l’attenzione, tra le altre cose, sull’elevata frammentazione che caratterizza la società italiana, su cui grava l’impatto delle crisi che hanno portato a uno sgretolamento del tessuto sociale, del sistema delle relazioni e delle forme orizzontali di aggregazione.

Non è un caso che il World Economic Forum, nel suo Global Risk Report 2019, ha inserito la questione della «sostenibilità umana» tra i principali rischi a cui sono esposte le società contemporanee. Ansia, stress, depressione, rabbia, solitudine. Nell’ambito di una ricerca condotta in Gran Bretagna nel 2018 il 22% della popolazione dichiarava di soffrirne. Un dato che ha fatto così scalpore da spingere il governo di Theresa May a istituire un “Minister for Loneliness”.



Copyright: Michael Wolf


La solitudine appare nella vicenda britannica per quello che è: non solo un vissuto personale o al più un problema di salute pubblica, ma anche una questione politica, che ha a che vedere con il modo di intendere le relazioni, lo scambio, l’infrastruttura sociale – dalla prossimità territoriale ai servizi di aggregazione – che consente l’interazione con gli altri e il supporto reciproco.

Come si costruisce futuro in una società in cui si perde il senso del legame sociale? Come ritrovare slancio progettuale oltre diffidenza e isolamento? E se domani, dalle relazioni affettive più minute e quotidiane fino alle grandi matrici di appartenenza della storia contemporanea, ci ritrovassimo senza reti, soli, sprovvisti di sponde e fonti di riconoscimento?

È tempo di rovesciare la prospettiva: smettere di pensarci come monadi isolate e dare spazio alla relazione che precede, forza e soppianta il paradigma individualista.

Il percorso di E se domani nasce con questo spirito: immergerci negli scenari più inquieti del cambiamento per trovare gli anticorpi in grado di vincere sfiducia e sospetto. Un viaggio in cinque tappe per provare a costruire un’alternativa di sviluppo e di progresso in cui, alle dinamiche più disgreganti che attraversano la nostra quotidianità, possano rispondere in modo efficace e inclusivo legami d’affetto e relazioni di cura, intese come nuclei di prossimità e mutuo-aiuto; in cui scuola ed educazione possano tornare a giocare un ruolo propulsivo nella responsabilizzazione dei singoli, nella formazione di cittadini consapevoli, capaci di riflettere e agire nelle complessità che segnano le nostre società; in cui città e territori possano tradurre in positivo i conflitti che le pervadono per costituire un palinsesto di incontro e di opportunità; in cui l’ambiente raffiguri, nella consapevolezza di tutti, un bene comune da cui partire per tracciare strategie di sostenibilità e nuovi equilibri; in cui, inoltre, il Mediterraneo – come spazio fisico, simbolico e (inter)culturale – possa diventare baricentro di scambio: luogo di recupero di un’idea di Europa come spazio di frontiera e costruzione polifonica.

E dunque, come invertire il trend e provare a tessere i fili di una dimensione contemporanea di comunità?

Se anche i paesaggi emotivi sono in movimento, posiamo guardare all’evolvere delle famiglie (al plurale) e delle relazioni di prossimità. Nei Paesi europei, la percentuale di famiglie costituite da una sola persona è raddoppiata negli ultimi 50 anni. L’Annuario 2019 dell’ISTAT ha evidenziato la diminuzione delle coppie con figli (ad oggi il 33,2% delle famiglie italiane) e l’aumento dei single (il 33%). Muta la struttura sociale e relazionale e siamo in cerca di nuovi modi per alimentare le forme di sostegno e reciprocità. Lo facciamo a partire da Milano, città-laboratorio con una percentuale di nuclei costituiti da una sola persona che tocca il 40%. Una realtà urbana segnata da profonde trasformazioni, fra deindustrializzazione e nuove economie dei servizi, nella quale i processi di frammentazione hanno trovato un contraltare in pratiche di sussidiarietà, formule di co-housing, interventi associativi dal basso, a vocazione sociale o anche improntati al mercato.

Laboratori di socialità che ancora oggi hanno nella scuola la palestra primaria. Il rapporto sul benessere equo e sostenibile 2018, curato dall’ISTAT, ha evidenziato che in media in Campania il 19% degli iscritti a scuola lascia prematuramente gli studi. Nello specifico, significa il 22% a Napoli, il 18% a Caserta, il 15% a Salerno, ma significa anche che solo il 52% arriva al diploma contro una media nazionale del 60%. Un incontro sarà così dedicato all’educazione come vettore di inclusione e mobilità sociale, con un focus particolare su Napoli e sul contesto locale. Secondo quanto mostra l’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children, le povertà educative sono la somma di povertà materiali, territoriali, emotive: prenderle in carico significa ridare orizzonte progettuali ai ragazzi, ma anche speranze di rigenerazione a un Paese che aspira a crescere.


Scampia


Un processo di costruzione e maturazione che parte dai contesti di vita e dalla città quali matrici di convivenza che plasmano le nostre vite, offrendoci opportunità o mettendoci al contrario in condizione di svantaggio. Sono luoghi di promessa, ma anche di emarginazione. Lo sono ancora di più quei contesti urbani, come nel caso di una città complessa e contradditoria come Roma, in cui le potenzialità di innalzamento della qualità della vita si scontrano con criticità che possono essere d’inciampo per i percorsi di sviluppo individuali e collettivi.

Nessun orizzonte di sviluppo è tuttavia possibile se non teniamo conto dell’urgenza della questione ecologica. Come ci dicono i ragazzi dei Fridays for future, non abbiamo un pianeta B e occuparci dell’ambiente significa darci la possibilità di assicurarci un futuro degno di essere vissuto. La Liguria si rivela un territorio particolarmente fragile, ma anche ricco di risorse naturali: Genova è pertanto un contesto sensibile a cui dar voce, una città vulnerabile ma anche espressione di un capitale umano e ambientale in grado di suggerire un approccio alternativo alla sostenibilità.

Se qualunque “nuovo corso” non può che essere “verde”, come i principi del Green new deal indicano, quali dinamiche virtuose di crescita economica e costruzione di comunità consentono di valorizzare le risorse umane e materiali del territorio? Taranto raffigura, da questo punto di vista, il simbolo di una possibilità di sviluppo ancora non raccolta: la rappresentazione plastica della necessità di ripensare le politiche industriali e di coniugarle con il benessere dei cittadini. Una città affacciata sul Mediterraneo che vuole restare agganciata a un’idea vasta e plurale d’Europa.


Nave Mediterranea in soccorso ai migranti


Un’oscillazione tra il sé, il noi, la società che siamo e saremo in grado di essere: un percorso che prova a far luce sugli elementi costruttivi e propositivi presenti nella sfaccettata realtà italiana, E se domani intende restituire al presente speranza e slancio progettuale, costruirlo, ciascuno secondo le proprie abilità e competenze.

E’ tuttavia un percorso che non si può condurre in laboratorio: serve andare sui territori, mettersi in ascolto di bisogni e sensibilità locali, comprendere i tratti distintivi di realtà uniche e difformi, constatare ritardi e difficoltà strutturali, ma anche osservare strategie di resilienza, vedere all’opera modelli innovativi, apprendere dai saperi e dai talenti espressi dalla cittadinanza.

E’ un percorso di indagine e di ascolto che vuole offrire un’alternativa al disfattismo e all’illusione che il ritiro autarchico, l’affidamento a poteri forti, la chiusura impaurita o anche solo un’offerta profilata di risposte tecnocratiche possano rappresentare una soluzione efficace alla crisi di fiducia e di prospettiva che attraversa le nostre società.

Le coordinate di questo viaggio sono la centralità dei contesti, l’ascolto della cittadinanza, la proposta di un confronto tra persone, esperienze, diversi punti di vista capaci di determinare ipotesi di soluzioni affinché la conoscenza torni a essere un bene collettivo. Recuperare il presente nella sua dimensione di complessità e contraddizione, nella sua profondità storica e progettuale, nella domanda urgente di giustizia sociale e riconoscimento che esprime, significa cominciare assieme a salvare oggi quello che ci consente di restare una società anche domani. Auspicabilmente migliore.

 

La Fondazione ti consiglia
pagina 75203\