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Ungheria e diritti al tempo di Orbán


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Dal ritorno di Viktor Orbán al potere nel 2010, si è sollevato il problema della violazione dello Stato di diritto in Ungheria.

Di seguito, con le parole del politologo Massimo Congiu, proviamo a capire insieme qualcosa in più sulla repressione politica nello stato danubiano.

Regola n.1: far tacere i dissidenti

Si accusa il sistema, attualmente al potere nel Paese, di non rispettare diritti fondamentali. Uno dei punti dolenti è quello della libertà di stampa. Sappiamo che tale sistema si è impegnato, con successo, a addomesticare il settore dell’informazione, a silenziare i media non compiacenti o a farli addirittura sparire. Come nel caso del quotidiano Népszabadság, scomparso dalle edicole e dalla rete nell’autunno del 2016.

Quindi, una delle realizzazioni del regime guidato da Orbán è stata quella di creare un’informazione asservita al potere. Un’informazione ridotta al rango di puro strumento di propaganda nelle mani del premier.

Le forme di resistenza a questo stato di cose sono rappresentate dalla stampa online che, forse oggi in Ungheria, è l’unico baluardo a difesa di un’informazione critica e lontana dalle insidie del potere. In particolare nelle zone rurali, però, dove vi è una minore circolazione di idee, la fa da padrona la propaganda di governo sempre molto attiva in termini di lavaggio del cervello.

In pratica, Orbán e i suoi hanno voluto privare la popolazione di uno strumento essenziale al funzionamento della democrazia. Si sono dati da fare per cancellare ogni traccia di stampa libera, ossia non condizionata dal potere governativo, attraverso provvedimenti entrati in vigore all’inizio del 2012 al fine, secondo la tesi ufficiale, di riportare l’ordine nel caos creato da liberali e socialisti precedentemente al potere. Da allora le valutazioni dei soggetti che monitorano la situazione della stampa nei vari paesi sono fortemente critiche nei confronti dell’Ungheria. Più precisamente, nei confronti di un governo che ha in questo modo voluto far tacere le voci dissenzienti e affossare lo spirito critico all’interno della popolazione. Il recente report di Human Rights Watch non fa che confermare questa triste realtà.

Sotto assedio: la battaglia dei giornalisti ungheresi

L’inchiesta ha posto l’accento sul sistematico controllo esercitato dalla politica sull’apparato mediatico, con istruzioni ben precise riguardo alla terminologia da usare in diversi campi. Ad esempio l’adozione dei termini “migrante” e “migrante illegale” al posto di “rifugiato”.

A questo vanno aggiunte le campagne diffamatorie, quando non gli attacchi ai siti indipendenti. Come, ad esempio, Telex e Átlátszó che vengono accusati di diffamare un governo “patriottico”, come quello guidato dal leader del Fidesz, di “mettere in pericolo le vite delle minoranze ungheresi nei paesi confinanti”. E addirittura di essere delle piattaforme per il riciclaggio di denaro. Secondo le forze governative questi siti non sono altro che soggetti al soldo di George Soros, come le ONG con le quali l’esecutivo non ha un buon rapporto.

Ma non è tutto. Una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo e un’indagine condotta da Amnesty International hanno verificato il ricorso del governo danubiano allo spyware Pegasus per controllare il lavoro dei giornalisti. Questi, specie quelli lontani dal sistema di potere, hanno sempre più difficoltà ad accedere a fonti e informazioni. Questo dimostra il fatto che in Ungheria è diventato molto difficile svolgere questa professione come servizio alla cittadinanza. Un servizio svolto al fine di offrire al pubblico un’informazione corretta e onesta, con modalità estranee alla routine di testate che figurano né più né meno come megafoni di regime.

La politica colpevole dell’esecutivo tende, in questo campo, a disinformare la popolazione, addormentare le coscienze e scoraggiare il pensiero critico. Non ha nessun interesse a che vengano alimentati dibattiti su questioni pur di fondamentale importanza.

Una di esse è quella dei diritti dei detenuti nel paese, finita sotto i riflettori internazionali a causa della vicenda Salis. Ilaria Salis è detenuta a Budapest da ormai un anno, in un assurdo regime di custodia cautelare a fronte di accuse che al momento non sono confortate da alcuna evidenza.

Stando a quanto riferisce la giornalista Júlia Vásárhelyi, in un’ intervista uscita lo scorso 14 febbraio, il tema dei diritti dei detenuti è qualcosa di poco noto o addirittura sconosciuto al grosso della popolazione. Secondo l’intervistata “la tesi ufficiale è che in Ungheria le forze dell’ordine sono cosi efficaci che catturano tutti i criminali per la nostra sicurezza e che chi ha commesso un delitto va punito, in pratica soprattutto quando si tratta di Rom e di stranieri”.

Liste nere e proscrizioni: e l’Europa?

Stando a quanto riferisce la giornalista Júlia Vásárhelyi sentita dal Manifesto in un’ intervista uscita lo scorso 14 febbraio, il tema dei diritti dei detenuti è praticamente qualcosa di poco noto o addirittura sconosciuto al grosso della popolazione.

Secondo l’intervistata “la tesi ufficiale è che in Ungheria le forze dell’ordine sono cosi efficaci che catturano tutti i criminali per la nostra sicurezza e che chi ha commesso un delitto va punito, in pratica soprattutto quando si tratta di Rom e di stranieri”.

Da considerare che, la Vásárhelyi, nei primi anni 2000, era stata indicata come “traditrice”, insieme alla sua famiglia. Traditrice della patria, per intenderci. Di quel primo governo guidato dall’”uomo forte d’Ungheria” si ricorda una lista nera nella quale trovavano posto i nomi di nemici del Paese. Tra essi giornalisti ungheresi, come, appunto, la Vásárhelyi e corrispondenti stranieri colpevoli di dare un’immagine negativa dello Stato danubiano all’estero.

Poco prima delle elezioni del 2018, Orbán aveva minacciato di fare piazza pulita dei critici della sua politica. Dopo il voto sono comparse liste di proscrizione con i nomi di personaggi, giornalisti, studiosi, politici e attivisti per i diritti civili, e di organizzazioni additate al pubblico come vere minacce per la patria. Tutto ciò ha fatto da premessa a un nuovo repulisti.

C’è un’opposizione che è tuttora in grande difficoltà e c’è anche una società civile che dà segni di vita. Insieme denunciano queste e altre storture dovute al sistema. Quanto al report di HRW e ai suoi riferimenti alla libertà di stampa e di informazione, in esso si legge che:

“istituzioni Ue dovrebbero esigere che l’Ungheria renda conto della propria interferenza nella libertà mediatica, parte del più vasto attacco in corso nel paese contro lo stato di diritto”.

Parole pesanti per una situazione sempre più pesante.

 

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