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Rivoluzione o riformismo? La via cilena di Allende


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La via cilena al socialismo di Salvador Allende: l’intervista del filosofo francese Régis Debray al “compagno presidente”

Régis Debray: «Compagno presidente, secondo lei un uomo cambia quando è al potere?»
Salvador Allende: «Senti Régis, mi hanno sempre chiamato il compagno Allende, ora mi chiamano il compagno presidente. Evidentemente io sento la responsabilità che questo comporta».

Con questa domanda, apparentemente ingenua, il filosofo francese Régis Debray inizia la sua intervista a Salvador Allende, neopresidente del Cile, condotta a inizio gennaio 1971. I due, almeno per fama, si conoscono già: Salvador Allende si è speso nella campagna internazionale per la liberazione di Régis Debray dalle carceri boliviane, dove, nel 1967, era stato condannato a trent’anni di reclusione per aver preso parte alla guerriglia contro la dittatura militare di Barrientos, al seguito di Che Guevara. Il momento in cui avviene l’incontro tra i due, nel gennaio 1971, è un momento particolare, di transizione per entrambi: Allende si è insediato come presidente del Cile, a capo della coalizione di Unidad Popular, da appena due mesi (3 novembre 1970) e per Debray sono trascorsi solo una decina di giorni dalla sua liberazione, dopo tre anni e otto mesi di reclusione in Bolivia.

È un momento carico di attesa e aspettative non solo per il popolo cileno, ma per tutti i movimenti socialisti e rivoluzionari dell’America latina, dei paesi non allineati e dei partiti socialisti e comunisti dell’occidente: è possibile una rivoluzione pacifica?

Come si supera lo stato borghese “senza fucili”? Arrivare al governo vuol dire avere il potere?
L’occasione dell’incontro è un’intervista al primo presidente di governo socialista eletto tramite elezioni democratiche in America Latina. L’intenzione di Debray, convinto sostenitore della guerriglia fino al punto da prendervi parte personalmente, è capire se l’alternativa “pacifica” per l’instaurazione di un governo del popolo sia realistica e attuabile, oppure se sia destinata a fallire o a scadere in un riformismo imbrigliato nelle strutture della democrazia borghese.
L’intervistatore non fa giri di parole, le domande sono dirette e inquisitorie, quasi a voler certificare la genuinità marxista del presidente e le intenzioni rivoluzionarie del suo governo.

Dialogo tra Debray e Allende

Debray passa da domande sul percorso personale di Allende, come «Una domanda concreta: lei ha letto Stato e rivoluzione di Lenin?» oppure «Dopo essere passato per tante istituzioni borghesi, tra le più rappresentative del sistema, come è possibile che sia riuscito a diventare un leader delle masse, principale responsabile di un processo che tende alla rivoluzione?», a domande sulle intenzioni programmatiche del governo: «Rivoluzione significa distruzione dell’apparato dello stato borghese e la sua sostituzione con un altro, e qui non è successo niente di tutto questo. Allora a che punto ci troviamo?».

1973. Salvador Allende tiene un comizio di fronte ai lavoratori

 

 

 

All’incalzante interrogatorio di Debray, Allende risponde pazientemente e con toni meno rigidi del suo intervistatore (che chiama direttamente per nome “Régis”), raccontando quella che è stata la lotta del socialismo cileno e spiegando quanto il governo intende fare per “sorpassare lo stato borghese” e realizzare la rivoluzione socialista: si inizia con la nazionalizzazione dei principali settori produttivi a sfruttamento imperialista (rame, ferro e agricoltura) e si cominciano a cambiare le strutture rappresentative borghesi a suon di plebisciti: “Cosa abbiamo detto nella campagna elettorale? (…) abbiamo detto che avremmo approfittato di alcuni aspetti della attuale costituzione per aprire la strada alla nuova costituzione, alla costituzione del popolo”. L’intervista procede scandagliando i problemi legati al programma di governo e alla sua difesa contro le forze reazionarie e l’ingerenza imperialista degli Stati Uniti. Ciò che ne esce è la mappa di quella che, all’epoca, venne battezzata “la via cilena al socialismo”.

La via cilena

Ed è, infatti, con il titolo La via cilena, che nel marzo 1971, appena due mesi dopo l’incontro di Debray e Allende, viene pubblicato il testo integrale dell’intervista nella collana “Attualità” di Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Il testo è preceduto da una prefazione dello stesso Debray scritta dopo l’intervista, ed è seguito da un documento “inedito” del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR): Il risultato elettorale e le sue implicazioni per la sinistra rivoluzionaria, datato 24 settembre 1970.

La casa editrice italiana possiede i diritti internazionali sul testo e riceve numerose richieste di traduzione da tutto il mondo: Giappone (Shobo), Ungheria (Kossuth e Gondolat Kiadó), Francia (Maspero), Inghilterra (New Left Books), USA (New York Vintage Books, Pantheon Books, Grove Press), Portogallo (Ulmeiro), Svezia (Norstedt, Bonnier), Danimarca (Gyldendal), Messico (Siglo XXI), Catalogna (Nova Terra) e altri ancora. Non è il primo libro che Debray pubblica con Feltrinelli, già nel 1967 era uscito Rivoluzione nella rivoluzione per le “Edizioni della libreria” nella serie “Documenti della rivoluzione nell’America Latina”. Edizioni fortemente volute e seguite dallo stesso Giangiacomo Feltrinelli che, in una circolare ai dipendenti delle librerie, definisce come “(…) una necessaria integrazione della pubblicistica di partito su alcuni temi particolarmente urgenti. Si tratta di documenti e testi necessari per la formazione politica dei militanti”. Nei tre anni successivi, durante la prigionia boliviana di Debray, vengono stampati, sempre nella stessa serie, il libello Autodifesa davanti al tribunale militare di Camiri (1968) e Note sulla situazione boliviana (1970).

L’azione di Giangiacomo Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli e Régis Debray si conoscono, sono amici e condividono la stessa convinzione che la guerriglia sia l’unica strada nella lotta all’imperialismo e al capitalismo, ci si coinvolgono personalmente: Debray al seguito del Che e Feltrinelli dapprima tramite la sua inarrestabile attività di editore e finanziatore, e successivamente con la scelta di agire in prima persona.

 

Feltrinelli, come ricostruisce il figlio Carlo nel libro Senior Service, si mobilitò subito alla notizia della cattura di Debray e nel 1967 volò in Bolivia dove, a sua volta, venne arrestato ed espulso dopo pochi giorni. Nel gennaio 1971, però, mentre Debray e Allende si incontrano per anatomizzare la “via cilena”, è già un anno che Giangiacomo Feltrinelli è passato alla clandestinità. Ma a Santiago del Cile, quando Debray arriva dopo la scarcerazione, c’è Inge Schoenthal Feltrinelli e sembra che l’idea dell’intervista e del libro venga proprio da lei. In una lettera del 3 febbraio 1971, Inge Schoenthal raccomanda a Debray che la sua prefazione “sia più lunga possibile” e gli ricorda che: “è molto importante che il libro non esca troppo tardi – meglio in concomitanza con il film”. Infatti, il libro viene pubblicato, in “prima edizione mondiale”, già nel marzo 1971 e, a maggio, esce anche il film girato da Miguel Littin con le riprese dell’intervista e con titolo: Compañero presidente (Chile Films, maggio 1971).

Movimiento de Izquierda Revolucionaria

L’intervista viene definita “golpe periodistico internacional” dal giornale Punto Final che ne acquista i diritti per il Cile, ed è pubblicata quasi simultaneamente in Cile (Punto Final), Italia (Feltrinelli) e Francia (Maspero).
L’edizione italiana, diversamente dalle altre, aggiunge in coda all’intervista la pubblicazione del documento del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) che riporta la sintesi della discussione del comitato centrale del MIR (“Ampliado Nacional”) avvenuta in seguito alla vittoria dell’Unidad Popular alle elezioni del settembre 1970. Il MIR, difensore della strategia della lotta armata per la conquista del potere, non partecipò alle elezioni e non faceva parte della coalizione di Unidad Popular: perché allora aggiungere questo documento all’intervista? Quale voleva essere il significato di questa scelta editoriale?

Il documento fornisce la “base” della discussione politica del MIR sulla propria posizione rispetto alla via cilena guidata da Allende: “(…) ha fatto fallire la strategia della lotta armata in Cile? I rivoluzionari debbono aggregarsi al governo dell’UP [Unidad Popular] e sostenerlo incondizionatamente? (…) Dobbiamo trascurare le operazioni militari come forme di azione politica?”. Il MIR è certo della necessità ed inevitabilità dello scontro armato per la distruzione dello stato capitalista, ma riconosce che la vittoria dell’Unidad Popular costituisca “un progresso immenso nella lotta del popolo per la conquista del potere, e che obbiettivamente favorisca lo sviluppo di una via rivoluzionaria in Cile, e quindi anche della sinistra rivoluzionaria”.

L’inserimento di questo documento, che inizia come una specie di auto-interrogatorio, sembra quasi fare da controparte all’intervista inquisitoria di Debray ad Allende: qual è il ruolo della sinistra rivoluzionaria nella nuova situazione politica cilena? Allo stesso tempo, però, l’aggiunta del documento sembra fare da promemoria alle responsabilità del governo di Allende nella strada per l’instaurazione del socialismo: rivoluzione o riformismo? Anche la scelta grafica della copertina è significativa: una foto ritrae Allende mentre stringe la mano ad alcuni militanti della Brigada Ramona Parra che dipingono un murales con il volto di Che Guevara. Lo stesso Che Guevara che, come ricorda Allende nell’intervista con Debray, scrive nella dedica ad una copia del suo libro: “A Salvador Allende, che per altre vie cerca di raggiungere la stessa cosa”.

Le questioni restano aperte, ma Debray, in chiusura alla prefazione del libro, sembra essersi convinto della percorribilità della via cilena e, davanti ai rischi di uno sviamento nel riformismo o di un colpo di stato reazionario, conclude: “(…) il compagno Allende non manifesta nessuna predisposizione né per impantanarsi nelle mezze misure né per porgere la gola ai lunghi coltelli del nemico. Rimane la prima soluzione: resistere. Si dirà che è ancora una sfida. Nulla vieta di sperare che la si vincerà”.

L’11 settembre 1973, due anni e mezzo dopo la pubblicazione del libro, il golpe militare di Pinochet porta alla morte di Allende e all’interruzione del progetto socialista cileno.

Nel frattempo, è morto anche Giangiacomo Feltrinelli; lui e Debray sono riusciti a vedersi ancora una volta nel maggio 1971 a Villadeati, grazie, di nuovo, all’iniziativa di Inge Schoenthal Feltrinelli. La “rivoluzione senza fucili” in Cile non si è compiuta, ma non tutti cedono alla facile conclusione che, infine, fosse irrealizzabile, e tra questi c’è ancora Giangiacomo Feltrinelli Editore, che ripubblica il libro (non senza interesse commerciale) nell’ottobre 1973 nella collana Universale Economica.

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