Speciali e longform

Mostar, 9 novembre 1993:
quando i ponti diventano muri


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Perchè parlare del ponte di Mostar oggi?

Mostar, autunno 1993. Nel pieno della guerra in Bosnia ed Erzegovina, l’esercito croato bombarda lo Stari Most, il ponte sulla Neretva che divide in due la città: la metà a ovest in mano alle forze croato-bosniache, a est i musulmani bosniaci.

Sotto i colpi di cannone, il 9 novembreil ponte crolla nel fiume, ma a venire giù, più che un’architettura, è un simbolo di relazione tra Oriente e Occidente, un progetto di dialogo e convivenza millenaria tra gruppi umani.

Perché il ponte di Mostar, aggraziata infrastruttura di epoca ottomana, era soprattutto questo: una grande opera collettiva. Il prodotto della collaborazione di più mani e più menti, quelle di un gruppo di tagliapietre bosniaci che, su incarico di Solimano il Magnifico, guidati dall’architetto turco Hajruddin, lavorarono insieme sul campo, revisionando il progetto in corso d’opera, mescolando tecniche orientali e occidentali, venete e ottomane.

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a cura di David Bidussa, storico sociale delle idee

 

Dalla guerra in Bosnia alle tensioni in Kosovo

Leggi lo speciale editoriale
con i testi di
Daniele Lamberti, Serena Rubinelli,  Elvira Mujcic,
Paolo Rumiz, Gianfranco Bettin,
Matteo Bonomi, David Bidussa, Gabriele Santoro.

Le origini del conflitto

di Daniele Lamberti, Storico

La storia della guerra nei Balcani ha radici dal 1974 e si protrae fino al 1995. Il conflitto racconta la voglia e il riscatto dei singoli Paesi che, dopo la morte di Tito (4 marzo 1980), cercano una loro indipendenza.

È così che inizia la disgregazione della Jugoslavia, una confederazione di Stati che, pian piano, dalla Slovenia alla Croazia (1991), passando poi per la Bosnia ed Erzegovinadiventano autonome, dotandosi di un loro apparato statale.

La guerra colpisce i cittadini e i simboli delle città più importanti, un esempio è la distruzione dello Stari Most, il ponte della città di Mostar, simbolo della stessa, nel 1993.

Gli accordi di Dayton prima, dal 1° al 21 novembre 1995 e la definitiva pace di Parigi il 14 dicembre 1995, mettono fine a quella che poi è sembrata non solo una guerra fra nazioni ma anche fra gruppi etnici

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Respingere un’idea di mondo possibile

«Tutto nacque dal cantiere e nel cantiere, espresso dalla collettività locale» racconta Paolo Rumiz in un testo scritto a dieci anni dalla caduta del ponte e ripubblicato qui oggi, che ci consegna le sfumature di una terra cerniera tra luoghi, «porta di un mondo altro, dove il tempo entrava in dimensioni carovaniere».

Demolire lo Stari Most significava allora respingere un’idea di mondo possibile, percorso dalle diversità, capace di dialogo: «Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interessa strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare».

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a cura di Paolo Rumiz, storico e giornalista

Le conseguenze della guerra,
trent’anni dopo

Eppure, mentre le granate cadevano nel cuore dell’Erzegovina, sfigurando la piccola città in cui minareti e moschee si confondevano con l’architettura medievale europea, il resto del mondo faticava a comprendere cosa stesse accadendo. «Qui è peggio che a Sarajevo» scriveva Gianfranco Bettin, che pochi giorni prima del crollo del ponte era a Mostar con un convoglio di aiuti umanitari e per incontrare, in qualità di deputato, autorità locali e poi riferire al Parlamento.

«L’Italia, l’Europa – ricorda oggi – non si scomodarono troppo, in quel frangente storico che segnava una frattura. Non lo capirono. Sottovalutarono, elusero. Cinicamente, spesso, a volte vigliaccamente. Meglio si comportarono associazioni e movimenti che costruirono dal basso, inventando ex novo la solidarietà internazionale,
forme di cooperazione, di primo soccorso alle popolazioni assediate,
bombardate, affamate, ferite, e di documentazione sul campo di quanto accadeva».

Trent’anni dopo, mentre nel mondo si alzano muri e si ripristinano barriere, le guerre jugoslave e la distruzione del ponte Mostar ci danno l’occasione di riflettere sulla natura dei luoghi di confine, sulla geografia dell’incontro tra diversi, sul bisogno di ricostruire un senso di comunità globale.

Ma soprattutto – con la guerra in Ucraina che da un anno e mezzo a questa parte si è ripresa la scena, smentendo ancora l’idea di un’Europa pacificata, immune ai conflitti – vuol dire recuperare dal passato recente la storia di un pezzo di mondo che ha bruciato e che abbiamo senza motivo dimenticato. E chiedersi se non stiamo per caso precipitando dentro una nuova guerra nel centro dei Balcani.

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a cura di Gianfranco Bettin, saggista e narratore

Questione Kosovo

Perché intanto, tra il 23 e il 24 settembre di quest’anno, in Kosovo – arrivato all’indipendenza nel 2008 dopo il conflitto del 1998-99 con la Serbia, di cui faceva parte, ma non riconosciuto da molti Paesi – un gruppo armato di serbi ha bloccato un ponte nei pressi del villaggio di Banjska e ha fatto fuoco sulla polizia kosovara, rivelando l’instabilità di una piccola regione da sempre sull’orlo del conflitto.

Ce ne parla Matteo Bonomi, osservando come la nuova preoccupazione per la sicurezza dell’Europa abbia rinverdito l’impegno diplomatico occidentale nel normalizzare i rapporti tra Pristina e Belgrado:

La guerra in corso in Ucraina sembra aver contribuito all’internazionalizzazione della disputa tra Kosovo e Serbia, che fino a poco tempo fa era vista principalmente come un problema bilaterale localizzato. Gli interessi della Russia a mantenere una forte influenza nella regione, in particolare tramite i suoi legami con la Serbia, hanno aumentato l’urgenza di trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti.

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a cura di Matteo Bonomi, Istituto Affari Internazionali

Testimonianze e fonti

L’importanza di documentare, raccogliere fonti durante i conflitti
e di conservarle nel tempo:
crimini di guerra e violazioni dei diritti di ieri e di oggi.

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a cura di Serena Rubinelli, Storica e archivista

Un’inversione di rotta

Come evitare un nuovo incendio? In che modo trovare una lingua comune?

Prova a rispondere la scrittrice Elvira Mujčić, mentre è evidente come, in un mondo messo a ferro e fuoco, il Kosovo sia «solo un tassello della scena internazionale in cui l’ossessione identitaria e la paura dell’altro sono spinte al limite estremo, laddove per esistere è necessario che non esista l’altro e dunque l’unica speranza di salvezza è un’inversione di rotta, una politica di apertura che, visti i tempi, è quanto di più rivoluzionario possiamo auspicare».

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a cura di Elvira Mujčić, scrittrice e traduttrice

Come ricostruire oggi?

A Mostar, oggi, il ponte sulla Neretva è di nuovo in piedi.

Lo hanno ricostruito vent’anni fa tagliapietre turchi seguendo il disegno dell’originale, ma la città bosniaca, resta profondamente frammentata dal punto di vista etnico e religioso.

Forse allora, come suggerisce David Bidussa nell’editoriale di questo Speciale di calendario civile, per ricucire le fratture occorre intervenire non sulla linea di confine, ma su ciò che fa sì che quella sia ancora percepita come linea di confine.

E per farlo serve mettere in pratica “azioni”, ovvero «gesti, atti concreti, spesso cose minime, che dimostrano che una condizione data per oggettiva si può modificare».

 

Voci e storie

a cura di Gabriele Santoro, Giornalista e autore

Superare il trauma, in questa prospettiva, vuol dire trovare molti modi, sperimentare molte tecniche con cui dare forma all’aspirazione di uscire dalla propria condizione di ferita.

Un corpo complesso di atti, di gesti, di segni in cui entrano in gioco tutti i linguaggi: quelli della parola parlata, della fotografia, e della letteratura, comunque tutti codici dove fondamentale è la parola, il suo uso o dove è richiesta un’operazione di esternazione della sofferenza.

Ve ne proponiamo alcuni con le interviste di Gabriele Santoro alle donne e agli uomini di Mostar; storie attraverso cui percepire il vuoto del ponte che, sebbene sia di nuovo percorribile, non unisce più.

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