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Cultura, conflitti e rinascita


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Il patrimonio culturale: l’altra vittima della guerra

“Dal 7 ottobre 2023 a oggi, sono 22 i luoghi di interesse culturale che sono stati distrutti nel conflitto tra Israele e Palestina. Si tratta di 5 siti religiosi, 10 edifici di interesse storico e/o artistico, 2 depositi di oggetti e beni di carattere culturale, 1 monumento, 1 museo e 3 siti archeologici”.

È questo quanto si legge nell’ultimo comunicato stampa rilasciato dall’UNESCO, il 21 febbraio scorso. In seguito all’indagine condotta dall’agenzia ONU sulle condizioni dei beni e siti di interesse culturale presenti nelle zone della Striscia di Gaza colpite dal conflitto, le cui circostanze si aggravano sempre di più.

Costanza Rizzetto esplorerà in questo approfondimento il legame tra cultura e rinascita dei popoli feriti dai conflitti e dalla repressione.

Quella della salvaguardia dei beni di interesse storico, artistico e religioso messi a rischio dagli scontri tra Israele e Palestina è solo l’ultima di una serie di sfide che, negli ultimi anni, hanno messo a repentaglio, in diverse aree del mondo, numerosi elementi del patrimonio culturale mondiale. Era il 2016 quando Karima Bennoune lanciava, nel suo Report sulla distruzione intenzionale del patrimonio culturale come violazione dei diritti umani, l’allarme sulle crescenti minacce che, in più aree del mondo, interessavano un numero sempre maggiore di beni e luoghi di interesse storico, artistico e religioso. Da allora, lo scenario relativo alla tutela del patrimonio culturale mondiale andava via via peggiorando.

Il diritto di distruggere

Gli attacchi al patrimonio culturale di Gaza, la distruzione dei siti e dei luoghi di interesse storico e religioso in Ucraina, la chiusura dei musei e dei luoghi di aggregazione culturale ordinata dai talebani tornati al potere in Afghanistan. Ma anche l’abbattimento sistematico delle statue dei Confederati portato avanti in numerose città degli Stati Uniti e del mondo dai manifestanti di Black Lives Matter, e la (ri)nascita e diffusione del fenomeno della così detta “cancel culture” – degenerata in alcune circostanze nella progressiva affermazione di un vero e proprio “right to destroy”. Queste sono solo alcune delle circostanze nelle quali, in tempi recenti, il patrimonio culturale di popoli e nazioni è stato messo a serio rischio – quando non, addirittura, completamente distrutto.

Tutto ciò, davanti agli occhi della comunità internazionale che, se non sempre è stata in grado di intervenire prontamente, è stata chiamata a interrogarsi sulla ricerca di nuove forme e strategie per tutelare questo patrimonio così importante per l’umanità, eppure, così fragile nel mondo di oggi, in nome del suo ruolo chiave nei processi di realizzazione dei diritti umani e degli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Quale futuro per i beni di Gaza e Ucraina?

Quanto alla distruzione del patrimonio culturale che si verifica, nei conflitti armati in corso: il quadro è drammatico. Se le condizioni dei beni culturali di Gaza si aggravano sempre di più (secondo Al Jazeera, quasi 200 beni sarebbero andati perduti nel conflitto israelo-palestinese, mentre l’UNESCO riporta che circa il 40% degli edifici adibiti all’istruzione presenti sul territorio, gestiti in prevalenza da insegnanti e personale UNRWA, è stato distrutto), attualmente sono 343 i beni che, dal febbraio 2022, sono stati danneggiati o distrutti durante il conflitto in Ucraina – precisamente 127 edifici religiosi, 151 palazzi di interesse storico e/o artistico, 31 musei, 19 monumenti, 14 biblioteche e 1 archivio – e lista è in costante aggiornamento.

Riguardo a ciò che maggiormente colpisce di questi attacchi, come richiamato anche dal Parlamento Europeo nella risoluzione del 20 ottobre 2022,

il tentativo di sradicare, attraverso la distruzione di siti, luoghi e opere culturali, la cultura e l’identità di un intero popolo sovrano, inteso come insieme di generazioni passate, presenti e future ”.

 

Tutto ciò, ricordano le autorità europee, in pieno contrasto non solo con quanto previsto dalla Convenzione UNESCO del 1954, che tutela il patrimonio culturale a rischio conflitti armati (della quale sia Russia che Ucraina sono Stati firmatari), ma anche con l’intero ordinamento in vigore in materia di diritti umani ai sensi del quale, come sancito dall’art. 15 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la comunità internazionale è chiamata a intervenire per la tutela di ogni elemento del patrimonio culturale dell’umanità messo a rischio da conflitti armati o altri fattori, in nome della necessità di proteggere, in pace come in guerra, la piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei popoli – e, in particolare, dei diritti culturali.

 

Non solo conflitti: i nuovi rischi per il patrimonio culturale tra fondamentalismo e “cancel culture”

Allo stesso modo, i delegati UNESCO hanno richiamato alla necessità di rispettare i diritti culturali a fronte dell’ascesa dei Talebani di nuovo al potere in Afghanistan dall’agosto 2021. I delegati registravano come, dall’insediamento del nuovo governo di vocazione fondamentalista, un numero significativo di musei, centri artistici e luoghi di aggregazione culturale fosse stato chiuso dalle autorità talebane in ragione della contrarietà di certe espressioni e manifestazioni artistiche e culturali con il messaggio della sha’ria. A vent’anni dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan, il popolo afghano si trovava – e tuttora si trova – cosìnuovamente leso nei suoi diritti culturali, mentre la comunità internazionale invoca, senza successo, il rispetto della Convenzione UNESCO sulla promozione e protezione della diversità culturale del 2005 (anche qui, firmata dall’Afghanistan nel 2009).

L’importanza di tutelare diversità delle espressioni culturali, multiculturalismo e pluralismo è stata spesso richiamata, in tutt’altro contesto, anche dagli oppositori della progressiva affermazione del così detto “right to destroy”, diritto a distruggere, rivendicato a più riprese dai sostenitori di “Black Lives Matter”.

Era il 25 maggio 2020 quando, a seguito della morte del cittadino afroamericano George Floyd per mano di un agente della polizia statunitense, migliaia di manifestanti scendevano in piazza invocando la liberazione della società da ogni retaggio della ormai rinnegata “American white supremacy”.

Così, in nome della necessità di sradicare ogni testimonianza di tali trascorsi, venivano abbattuti nelle strade di numerose città americane, europee e del mondo monumenti raffiguranti i soldati Confederati, così come figure quali Churchill, Roosevelt e Cristoforo Colombo – ritenuti simbolo di un passato da dimenticare.

Tutto ciò, come dimostra la recente decisione della Corte Suprema della Virginia a proposito della rimozione della statua del generale Lee, spesso con l’avallo o l’autorizzazione delle autorità locali, che a più riprese si sono dichiarate favorevoli allo sradicamento di tali opere “discusse” dal proprio territorio. Questo, però, come ricordava il Gruppo di Esperti dell’International Coalition of Sites of Conscience nominato dall’UNESCO nel rapporto sulle forme di conservazione dei “Luoghi della Memoria”, a scapito del diritto delle generazioni future ad avere accesso al patrimonio storico e artistico di riferimento, inteso come elemento di identità e memoria collettiva.

A fronte della diffusione di sempre più episodi di “cancel culture”, richiamava infatti l’organizzazione, è quantomai importante insistere, al contrario, nella ricerca di nuove forme di valorizzazione e ricontestualizzazione dei diversi elementi del patrimonio culturale mondiale, anche quando questi sono evocativi di circostanze non più condivise dalla maggioranza – dal momento che, tuttavia, essi rimangono parte della storia dei popoli.

L’importanza di conservare il patrimonio culturale per le generazioni future, tra diritti umani e sostenibilità 

Tutto ciò, richiamava l’UNESCO, soprattutto in nome dell’importanza del patrimonio culturale, inteso come chiave di realizzazione di diritti umani e dignità, per le generazioni future. Mai come in questi anni infatti, a fronte dei sempre maggiori rischi che in ogni parte del mondo minacciano popoli e culture, abbiamo assistito a una presa di coscienza collettiva a proposito della necessità di proteggere le risorse mondiali per trasmetterle intatte alle generazioni future, che non devono essere lese nei loro diritti fondamentali – sempre più riconosciuti dalle corti di tutto il mondo.

Ed è proprio in questo contesto che, in nome della loro capacità di tramandare la storia e la tradizione di un popolo, i beni culturali assumono importanza fondamentale: riconosciuti dall’Agenda 2030 sullo Sviluppo Sostenibile ONU come parte integrante del processo di realizzazione dello sviluppo sostenibile (Goal 11.4), i beni culturali sono sempre più al centro di programmi dedicati alla loro valorizzazione e trasmissione alle generazioni future, e le istituzioni insistono sempre di più affinché la tutela di questi beni, considerati di vitale importanza per la sopravvivenza di popoli e comunità, sia inclusa da Governi e Stati nelle proprie politiche di sviluppo.

I beni culturali comunicano simboli, pensieri e valori che rappresentano il multiculturalismo e il pluralismo umano attraverso la loro espressione storica, artistica e letteraria, sottolineando il loro valore intergenerazionale.

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