Le città contemporanee sono il luogo dove si gioca la grande partita delle trasformazioni economiche, sociali, ambientali; sono al tempo stesso motore e terreno di sperimentazione, ma pure zona di frattura e disuguaglianza. Come possiamo governare questa trasformazione? Come possiamo farlo in modo giusto, democratico, partecipato, senza lasciare indietro nessuno?
Da Roma a Milano, come in molte altre capitali europee e nordamericane, le città cambiano attraverso processi di apprendimento collettivo, spesso disordinati, in cui istituzioni, comunità, movimenti e attori economici ridefiniscono nel tempo ruoli, priorità e strumenti. In questa prospettiva, la città appare come un ecosistema relazionale, capace di produrre sia disuguaglianze che risposte inedite, sia frammentazione che nuove forme di cooperazione. Ed è in questo spazio che le politiche pubbliche possono esprimere più chiaramente i propri effetti e i propri limiti, rendendo le città luoghi in cui si sperimentano, spesso in forma imperfetta e conflittuale, risposte inedite ai temi della coesione sociale, della sostenibilità e della democrazia locale.
Le discussioni che hanno attraversato “About a City: Roma in Comune” si inseriscono in questo orizzonte. I contributi dei tavoli di lavoro e dei panel che hanno costellato le due giornate di analisi e riflessione condivisa (About a City: Roma in Comune 2025, il programma) hanno messo in evidenza come la trasformazione urbana possa diventare generativa quando parte dai bisogni reali dei territori e dalle aspirazioni di chi li abita.
In questo senso, il diritto alla città è emerso come una chiave interpretativa centrale, non solo come rivendicazione di accesso a beni e servizi, ma come possibilità concreta di partecipare alla definizione delle scelte collettive e di incidere sulla direzione del cambiamento.

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#1. La città come spazio di giustizia e comunità: abitare, diritti, potere
Il confronto ha preso avvio dall’urgenza di un governo per le trasformazioni della città che sia democratico e capace di produrre effetti duraturi. Le discussioni hanno messo in luce come l’aumento di spazi, strumenti e dispositivi partecipativi non sia di per sé sufficiente, se questi non vengono realmente abitati, riconosciuti e messi in relazione con le pratiche quotidiane. La partecipazione, è stato più volte sottolineato, perde efficacia quando resta confinata a momenti episodici o consultivi, mentre diventa generativa quando assume una forma strutturale, capace di incidere sulle decisioni pubbliche e di ridisegnare i rapporti tra gli attori di una città.
In questo senso, molti interventi hanno richiamato la necessità di leggere la città come un campo di forze in cui si muovono attori eterogenei che occorre innanzitutto riconoscere nella pluralità.
Tavolo 1 – Democrazia e partecipazione
Roma è attraversata da una profonda tensione tra una crescente frammentazione della fiducia pubblica e una vitalità civica diffusa, spesso invisibile alle istituzioni. Da un lato emergono nuove forme di partecipazione, fluide e informali; dall’altro, i modelli di governance urbana faticano a riconoscerle e integrarle in modo strutturale. La sfida centrale è valorizzare questa pluralità di pratiche e trasformarla in un sistema stabile capace di redistribuire potere decisionale, generare fiducia e rafforzare il tessuto democratico della città.
Il lavoro del Tavolo ha restituito un’immagine di Roma come città attraversata da una partecipazione diffusa, talvolta discontinua, capace di attivarsi in modo puntuale su questioni specifiche, alternando capacità di mobilitazione di lungo periodo a esperienze più fugaci e circoscritte nel tempo.
Molte pratiche civiche rimangono vive e si sviluppano in territori periferici o in aree interstiziali della città, lontane dagli spazi della della decisione pubblica. In questo contesto, la questione degli spazi “intermedi” e delle forme di mediazione assume un ruolo centrale.

Voci da About a city Roma
Silvia Fazio Pellacchio, Meltingpro, risponde alla domanda:
“Quali strumenti o pratiche partecipative consideri più efficaci per includere anche chi solitamente resta ai margini dei processi decisionali?”
In alcuni contesti specifici, le pratiche di partecipazione e aggregazione si concentrano attorno alla tutela di spazi, servizi o diritti considerati a rischio, come riportato da Maria Letizia, Guido del Comitato Civico per la Tutela dell’Area degli Ex Mercati Generali. In questo quadro, comitati civici e mobilitazioni territoriali diventano luoghi di confronto, di produzione di competenze, di conoscenze tecniche e capacità di interlocuzione politica con il territorio.
Maria Letizia Guido, Comitato Civico per la Tutela dell’Area degli Ex Mercati Generali risponde alla domanda “Quali strumenti o pratiche partecipative consideri più efficaci per includere anche chi solitamente resta ai margini dei processi decisionali?” e legge il comunicato degli Ex Mercati
Pratiche civiche
Le esperienze che si sono confrontate al tavolo hanno messo in evidenza un nodo che va oltre il contesto romano.
La difficoltà di riconoscere le pratiche civiche, di trasformare il conflitto in risorsa politica e di costruire strumenti partecipativi stabili non è una specificità esclusiva di Roma, ma una questione centrale nelle città europee contemporanee, soprattutto in quelle caratterizzate da forte pressione simbolica, complessità amministrativa e disuguaglianze territoriali persistenti.
Su questo tema, Ada Colau, ospite della prima giornata, ha preso ad esempio la propria esperienza da sindaca di Barcellona per raccontare come i movimenti cittadini possano trasformare la città, sfidando ritardi e inerzie delle istituzioni e portando soluzioni inedite. Attraverso partecipazione concreta e strategie pragmatiche, si ottengono piccoli successi che generano grandi cambiamenti.
Ada Colau – Movimenti cittadini e municipalismo
Sono stata attivista sociale per tutta la vita e ho imparato moltissimo da questa esperienza. Ho sperimentato direttamente il potere che le persone hanno quando si uniscono per trasformare la propria realtà. Alcuni lo fanno attraverso l’attivismo sociale, altri nella cultura, altri nelle istituzioni. L’attivismo consiste nel collaborare con gli altri per migliorare la realtà comune: questa è, secondo me, la politica nella sua forma più bella.

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#2. La città come spazio di lotta e comunità
Il confronto sulle economie urbane ha spostato lo sguardo dal piano dei valori a quello dei meccanismi. Non perché l’economia sia “un tema tra gli altri”, ma perché spesso è lì che si decide, in modo silenzioso, chi resta e chi viene spinto ai margini, quali attività sopravvivono, quali legami di quartiere reggono.
Le economie di prossimità, il lavoro territoriale, le reti di competenze, sono emerse come risorse decisive che possono, ridurre dipendenze e costruire capacità locali.
Nelle città europee, e in particolare nelle capitali attraversate da forti pressioni di mercato, è ricorrente una traiettoria: la crescita si appoggia alla rendita e a settori ad alta rotazione, mentre i costi, dall’abitare alla qualità del lavoro, si scaricano in modo diffuso e diseguale.
Roma entra in questa famiglia di casi come contesto in cui la frizione tra attrattività, rendita e accesso alla vita urbana si rende particolarmente visibile. È da qui che prende avvio il Tavolo dedicato alle nuove economie urbane, interrogando la transizione romana non come slogan, ma come problema di governo.
Tavolo 2 – Nuove Economie Urbane
La città di Roma sta attraversando una profonda trasformazione del proprio modello economico. Negli ultimi anni la città ha conosciuto una crescita trainata prevalentemente dalla rendita turistica e immobiliare, che ha migliorato la sua attrattività internazionale, ma al prezzo di un crescente squilibrio territoriale e sociale.

La rigenerazione, se non è guidata, tende a produrre selezione. Migliora alcuni indicatori, ma spesso restringe il diritto di restare. In questo quadro, parlare di “nuove economie” significa evitare scorciatoie moralistiche e tornare a una domanda materiale, immediata: quali attività possono dare reddito, dignità e traiettorie di futuro in territori che sono stati lasciati ai margini delle catene del valore urbano?
Nel solco di questa domanda, si innesta la voce di Pietro Vicari. Nel suo intervento il Quarticciolo diventa un caso-limite utile a chiarire un punto che nel dibattito urbano rischia di essere eluso: quando un territorio perde economie accessibili, continuità di servizi e presìdi ordinari, ciò che cresce non è semplicemente il “degrado”, ma un ordine economico alternativo che occupa spazi, tempi e competenze.
La questione, allora, non è indulgere in un racconto emergenziale, ma riconoscere che l’assenza di un modello di sviluppo sostitutivo produce inevitabilmente effetti sociali e urbani che ricadono sull’intera città.
È importante, quindi, immaginare e rifondare un quartiere collettivamente, sostituendo una logica monoculturale con filiere produttive concrete, dall’industria alimentare alla manifattura, dal digitale all’artigianato, usando la cultura come leva di lavoro e apprendimento.
Pietro Vicari – Un elefante nella stanza
C’è la necessità di affinare uno sguardo sinottico, che vede contemporaneamente più scale per pensare allo sviluppo di quartieri lasciati indietro. Uno sguardo, insomma, che parta da chi sta pagando il prezzo più alto, dalle capacità che ha e che il mercato non può valorizzare. Serve quindi immaginare forme e pratiche che qui e ora sfidino quello che sembra un destino ineluttabile e lo faccia pensando a come funzionano le specializzazioni produttive e il mercato del lavoro, la capacità di innovazione delle imprese e le politiche pubbliche.
Se è vero che l’assenza di alternative economiche produce sistemi chiusi e difficili da scardinare, è altrettanto vero che la costruzione di nuove filiere richiede condizioni che una regia pubblica può rendere possibili. In questo quadro, il ruolo della pubblica amministrazione diventa capacità di indirizzo.
Creare opportunità nei quartieri marginali significa rendere praticabili forme di impresa che producono valore collettivo, redistribuiscono benefici e restano radicate nei contesti locali. Cooperative di comunità, imprese sociali e modelli ibridi emergono come dispositivi in grado di tenere insieme lavoro, servizi e relazioni, a condizione di essere riconosciuti, accompagnati e sostenuti nel tempo.
Voci da About a City Roma
Alberto Campailla, Nonna Roma, risponde alla domanda “Come possono le città sostenere economie più eque, resilienti e orientate al benessere collettivo?”
Se le economie urbane determinano chi può restare e a quali condizioni, la cultura incide su un’altra dimensione decisiva: chi può prendere parola e in quali spazi.
A Roma questo nodo è particolarmente evidente. La città concentra una quantità straordinaria di patrimonio culturale, eventi e produzione simbolica, ma questa abbondanza non si traduce automaticamente in accesso diffuso.
Al contrario, la fruizione culturale tende a concentrarsi in aree centrali e circuiti già attrezzati, mentre ampie porzioni della città restano lontane dall’offerta ordinaria, per distanza fisica, barriere simboliche o semplice assenza di infrastrutture di prossimità.
In questo quadro, la cultura si rivela un fattore ambivalente. Può rafforzare dinamiche estrattive, contribuendo alla valorizzazione immobiliare e alla selezione sociale, oppure può funzionare come infrastruttura civica, capace di generare relazioni, competenze e senso di appartenenza.
La differenza non sta nei contenuti culturali in sé, ma nelle condizioni materiali che ne rendono possibile l’uso: spazi accessibili, continuità di presidio, personale formato, connessione con i servizi urbani e con la vita quotidiana dei quartieri. Senza questi elementi, anche l’investimento culturale più ambizioso rischia di produrre effetti limitati o regressivi.
A Roma questa tensione è accentuata dalla distanza tra la città dei flussi e quella dei residenti. Il turismo e la valorizzazione simbolica tendono a sottrarre tempo, luoghi e attenzione alla vita ordinaria, riducendo la cultura a consumo e il cittadino a spettatore.
In assenza di una strategia che redistribuisca l’offerta e riconosca la cultura come diritto di accesso e di partecipazione, la produzione culturale può finire per non sedimentare, restando episodica e scollegata dai bisogni reali dei territori.
Tavolo 3 – Cultura come bene comune
Nel processo di trasformazione urbana il rischio è sempre lo stesso: la produzione culturale viene usata come motore di riattivazione dei quartieri ma finisce, quasi automaticamente, per alimentare processi di gentrification. Vale allora la pena interrogarsi su quali correttivi siano possibili e su quale ruolo possano avere cittadini e operatori culturali nel costruire una relazione più equilibrata tra dinamiche locali e forze globali. In gioco c’è la qualità delle città e la sua accessibilità reale.
La cultura va intesa come diritto di parola e bene comune, investendo in spazi diffusi, infrastrutture immateriali, competenze e welfare culturale, per rafforzare socialità, partecipazione e accessibilità reale nei territori. Dove la cultura è condivisa, la trasformazione urbana diventa un processo collettivo.
Da qui emerge con chiarezza il ruolo delle infrastrutture immateriali. Gli edifici credono il passo alle reti di persone, agli eventi si avvicendano processi reali; non programmazioni occasionali, ma dispositivi capaci di garantire continuità. Dove questi elementi mancano, anche di fronte ad una disponibilità di risorse economiche si genera un impatto ridotto. Dove invece sono presenti, la cultura può svolgere una funzione di stabilizzazione sociale, attivando competenze, rafforzando legami e costruendo forme di continuità nel tempo. La questione non è aumentare l’offerta culturale, ma modificare radicalmente il modo in cui essa viene progettata, governata e valutata.

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Voci da About a City Roma
Questo spostamento di prospettiva conduce a interrogare il rapporto tra cultura e potere. Se l’accesso resta mediato prevalentemente da logiche di mercato o da criteri di visibilità, la cultura finisce per riprodurre disuguaglianze esistenti.
Se invece viene riconosciuta come bene comune, allora richiede forme di responsabilità condivisa e di co-gestione, in cui il ruolo pubblico non è quello di produrre consenso, ma di abilitare condizioni. Biblioteche, spazi civici e luoghi di prossimità mostrano come questa impostazione sia praticabile: restano spesso gli unici spazi realmente gratuiti, attraversati da pubblici eterogenei, capaci di tenere insieme servizio, socialità e produzione simbolica.
Ludovica Michelin, Flumi, risponde alle domande “cosa rende uno spazio culturale davvero aperto e accessibile a tutte e tutti?” e “quali politiche o pratiche culturali rendono possibile considerare la cultura un bene comune e non solo un servizio o un prodotto?”
Economia e cultura, lette congiuntamente, rinviano a una questione più profonda: la capacità delle città di costruire comunità dotate di potere reale. In assenza di una base comunitaria solida, le economie di prossimità restano fragili e la cultura rischia di ridursi a superficie.
Senza potere diffuso, la partecipazione si appiattisce sulla consultazione e la rigenerazione si limita alla gestione del conflitto. La domanda che si apre riguarda dunque la forma stessa della politica urbana: chi decide, a partire da quali spazi, con quali strumenti di continuità e di responsabilizzazione.
Per Debbie Bookchin, ospite della seconda giornata di About a City Roma, giornalista e co-fondatrice di Communalism-Network.org, la risposta può essere quella del comunalismo. Riprendendo il pensiero di suo padre, il teorico sociale Murray Bookchin, sottolinea che «non vi può essere politica senza comunità.
E per comunità intendo una libera associazione di cittadini su base municipale, rinforzata nella propria autonoma capacità economica dai propri organismi di base e dal sostegno confederativo di altre comunità, organizzate in reti territoriali»
L’idea che la città possa essere governata a partire da assemblee di base, reti confederate e controllo locale delle risorse che propone non Debbie Bookchin parte da una una constatazione contemporanea: le forme tradizionali di rappresentanza faticano a intercettare bisogni complessi, mentre il desiderio di appartenenza e di capacità di incidere rimane forte e diffuso.
Pensare la città come spazio di piena espressione del potenziale umano significa, in ultima istanza, spostare il baricentro del discorso urbano: dalla sola abitabilità alla possibilità di agire, dal consumo di servizi alla co-produzione di beni comuni, dalla delega alla responsabilità condivisa.
Debbie Bookchin – È tempo di provare qualcosa di nuovo: un progetto di comunalismo
Quando sono stata intervistata dal quotidiano il manifesto, la prima domanda che mi è stata posta riguardava l’attualità dell’espressione medievale «l’aria della città rende liberi». Risposi che sì, essa è ancora attuale, perché storicamente le città sono state liberatorie in una molteplicità di modi, anche se oggi, per molte persone, esse sono divenute profondamente oppressive.
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#3. La città per chi la vive
Le nuove generazioni abitano la città in modo intenso e continuo, ma raramente partecipano in misura equivalente ai processi che ne orientano le trasformazioni.
In Europa, secondo dati Eurostat, oltre il 40% delle persone tra i 18 e i 34 anni vive in condizioni di precarietà abitativa o di dipendenza prolungata dal reddito familiare; in Italia, la quota di giovani che lasciano la casa dei genitori supera mediamente i 30 anni.
Allo stesso tempo, sono proprio le generazioni più giovani a possedere competenze diffuse nei campi della cooperazione digitale, della produzione culturale, dell’organizzazione informale e della mobilitazione civica.
In questo quadro, il rinnovamento delle politiche urbane appare inseparabile dal rinnovamento dei linguaggi, delle responsabilità e delle forme di partecipazione.
Le città continuano a evocare i giovani come destinatari privilegiati delle trasformazioni, ma spesso li includono solo sul piano simbolico, senza riconoscerli come soggetti legittimi di decisione.
Il risultato è una frattura crescente tra chi vive quotidianamente gli effetti delle politiche urbane e chi ne orienta gli esiti, una frattura che contribuisce ad alimentare distanza, disaffezione e conflitto.
Il Tavolo dedicato all’attivazione giovanile ha lavorato a partire dalle mobilitazioni più urgenti che innervano la città metropolitana e che contribuiscono all’emersione di fenomeni ormai ricorrenti in molte città sottoposte alla pressione dei capitali finanziari, in particolare quelle trasformazioni urbane promosse in nome dell’innovazione sociale che finiscono per escludere proprio i giovani, soltanto evocati nei discorsi pubblici, senza un effettivo trasferimento di potere.
Le nuove generazioni risultano così doppiamente esposte. Da un lato, sono le più colpite dalla precarietà lavorativa e abitativa; dall’altro, si trovano a dover affrontare le conseguenze di scelte sistemiche – dalla crisi climatica alla finanziarizzazione dello spazio urbano – senza aver avuto reali possibilità di incidere sui processi decisionali che le hanno prodotte. La distanza dalla politica istituzionale non emerge quindi come disinteresse, ma come effetto di una mancanza di canali credibili di intervento.
Tavolo 4 – Attivazione giovanile e nuove economie urbane
Nella cornice di About a City si è potuto discutere di fenomeno che investe moltissime città sottoposte alla pressione della finanziarizzazione dell’economia: il proliferare di modelli di trasformazione urbana che utilizzano la retorica giovanile per produrre attrattività e valore, salvo poi escludere proprio i soggetti evocati dagli esiti materiali delle trasformazioni realizzate in loro nome. Una forma sempre più evidente di “youth washing”, in cui i giovani vengono evocati nei discorsi pubblici, ma raramente riconosciuti come interlocutori politici.
All’interno di questo scenario, molte esperienze giovanili hanno scelto di agire nel presente, piuttosto che attendere un futuro percepito come già compromesso. Occupazioni, spazi autogestiti, pratiche mutualistiche, forme di welfare informale e produzione culturale diffusa emergono come tentativi concreti di riappropriazione dello spazio politico e urbano. Da qui emerge la centralità degli spazi terzi, tra i quali si annoverano anche quelli della scuola, in continua ridefinizione, capaci di favorire incontro, sperimentazione e contaminazione dei saperi.
L’intervista a Flavia Sorichetti si inserisce in questo punto del discorso, approfondendo il nesso tra attivazione giovanile, infrastrutture educative e responsabilità pubblica nella costruzione di spazi di possibilità.
Voci da About a City Roma
Flavia Sorichetti, Scomodo, risponde alla domanda “quali sono gli ostacoli principali che impediscono ai giovani di essere più coinvolti?”
Politiche urbane e nuove generazioni
Il confronto ha restituito una richiesta chiara: se le politiche urbane chiamano in causa le nuove generazioni, devono assumere il rischio della partecipazione reale.
Non basta convocare tavoli o raccogliere istanze; occorre condividere responsabilità, riconoscere il valore delle pratiche informali già esistenti e accettare che la sperimentazione trasformi anche le istituzioni che la promuovono.
Il passaggio richiesto è quello dalla consultazione alla corresponsabilità.
Ripensare le politiche giovanili significa, in definitiva, ripensare la città nel suo insieme.
Spostare lo sguardo dai giovani come categoria demografica ai giovani come relazione viva con lo spazio urbano; accettare che il futuro non si pianifica per delega, ma si costruisce nel presente attraverso processi condivisi.
In questo senso, una città che non riconosce le nuove generazioni come soggetti politici non rinvia semplicemente il cambiamento: contribuisce a renderlo più diseguale e più conflittuale.

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#4. Per la città del futuro
Pensare “la città del futuro” richiede una cautela preliminare: il futuro urbano non è un oggetto che si progetta, ma un campo di forze che si governa.
Le città cambiano sotto spinte molteplici: accumulo di decisioni minute, per inerzia istituzionale, per shock esterni, per mutamenti tecnologici e per pressioni economiche che spesso operano fuori dal perimetro della deliberazione democratica.
La pianificazione, in questo senso, non è la regia onnipotente che ordina la realtà, ma un dispositivo che prova a tenere insieme tempi diversi: la velocità dei mercati e dei flussi, la lentezza delle trasformazioni materiali, l’asimmetria tra chi decide e chi subisce le conseguenze.
In una capitale come Roma questa complessità assume un valore particolare.
La scala metropolitana, la pluralità dei territori, la ricchezza di esperienze civiche e istituzionali rendono la città un laboratorio esteso, in cui convivono tensioni ma anche competenze diffuse, capacità di innovazione e spazi di sperimentazione.
Le distanze tra centro e margini, tra amministrazione e vita quotidiana, tra linguaggi tecnici e bisogni ordinari sono campi di lavoro in cui si gioca la possibilità di costruire nuove forme di governo urbano più inclusive e consapevoli.
Parlare di futuro, in questo quadro, significa interrogarsi su come queste energie possano essere messe in relazione e rese operative.
In questo passaggio, come visto nel capitolo precedente, le nuove generazioni diventano una lente privilegiata di lettura.
Non perché rappresentino semplicemente “il domani”, ma perché vivono in modo diretto e anticipato le trasformazioni in atto, sperimentandone potenzialità e limiti.
Voci da About a City Roma
Stefano Laffi, Codici, risponde alla domanda “quali sono gli ostacoli principali che impediscono ai giovani di essere più coinvolti?”
Quando si sposta lo sguardo sulle tecnologie, la tentazione è la scorciatoia: pensare che strumenti digitali possano compensare, quasi automaticamente, i limiti della partecipazione tradizionale.
L’evidenza va nella direzione opposta. Le tecnologie non sono neutrali, e soprattutto non sono inclusive per default: dipendono da competenze, accesso, mediazioni. Un dato elementare, ma spesso rimosso, è che in Italia meno della metà della popolazione ha competenze digitali almeno di base (45,8%), ben sotto la media UE.
Nell’epoca della smart city e delle piattaforme digitali, la tecnologia è quindi un nodo critico con cui è fondamentale confrontarsi con consapevolezza.
La tecnologia, da sola, non garantisce equità né partecipazione: può anzi rafforzare disuguaglianze se progettata senza attenzione ai diritti e all’accessibilità.
Eppure gli strumenti digitali, se messi al servizio della democrazia urbana e integrati nei processi decisionali, possono contribuire enormemente ad ampliare – senza mai pensare di sostituire – la partecipazione, rafforzando trasparenza e collaborazione tra cittadini e istituzioni.
Ma perché succeda devono essere progettate con principi democratici, governance condivisa e visione politica, superando limiti amministrativi e digital divide, per rendere Roma più inclusiva e capace di decisioni partecipate.
La città va pensata come infrastruttura civica prima ancora che tecnica.
Tavolo 5 – Tecnologie democratiche
Le tecnologie civiche rappresentano strumenti digitali – piattaforme, dati, algoritmi e infrastrutture – progettati per supportare processi democratici e deliberativi, ampliando partecipazione e collaborazione nello spazio pubblico. La loro efficacia dipende dalla progettazione e dalla governance secondo principi di apertura, inclusione, partecipazione e accountability: non sono democratiche per natura, ma possono diventarlo se integrate in processi decisionali coerenti.
Voci da About a City Roma
Nel momento in cui la partecipazione viene affidata a strumenti digitali, il problema non è più soltanto quante persone riescano a essere coinvolte, ma che cosa accade a ciò che viene raccolto.
La città produce continuamente parole, proposte, segnalazioni, contributi; ciò che spesso manca è la capacità di imprese, cittadini ed istituzioni di trasformare questa materia grezza in decisione leggibile.
Quando il nesso tra contributo e scelta si indebolisce, la partecipazione perde consistenza e diventa rumore di fondo. È qui che il tema della progettazione dei dispositivi torna centrale: non come questione tecnica, ma come problema di responsabilità pubblica, di tracciabilità delle decisioni, di fiducia nel processo.
Anita Pirovano, Collettivo Nina, risponde alla domanda “In che modo le tecnologie possono ampliare la partecipazione e migliorare la qualità della democrazia nelle città?”
Voci da About a City Roma
Gli strumenti digitali non operano mai nel vuoto. Funzionano, o falliscono, in relazione a luoghi, competenze, presìdi umani, possibilità di accompagnamento. Quando restano confinati a interfacce e piattaforme, tendono a intercettare sempre gli stessi profili sociali; quando invece si innestano su spazi riconoscibili e su bisogni ordinari, possono diventare parte dell’infrastruttura quotidiana della cittadinanza.
Emanuela Totaro, Fondazione Kainon, risponde alla domanda “In che modo le tecnologie possono ampliare la partecipazione e migliorare la qualità della democrazia nelle città?”
Se le tecnologie civiche vengono assunte come infrastrutture della democrazia urbana, il loro impatto non dipende dalla sofisticazione degli strumenti, ma dal modo in cui sono innestate nei processi decisionali. Le esperienze richiamate mostrano che piattaforme, dati e algoritmi possono ampliare l’accesso, rendere comprensibili questioni tecniche e facilitare il coinvolgimento di pubblici altrimenti esclusi.
Allo stesso tempo, la tecnologia, in assenza di regole, tempi e responsabilità esplicite, può moltiplicare le occasioni di interazione senza rafforzare la capacità di incidere. Il risultato è un paradosso: aumentano i canali di ascolto, ma resta opaca la trasformazione di quell’ascolto in scelte pubbliche verificabili. È in questo spazio che si gioca la differenza tra strumenti che abilitano fiducia e strumenti che, involontariamente, la consumano.
Da qui emerge una questione che non riguarda più l’innovazione, ma la maturità dei processi democratici. Se la partecipazione digitale diventa parte ordinaria del governo urbano, non può essere trattata come sperimentazione permanente. Richiede lo stesso livello di rigore che si pretende da qualsiasi altra funzione pubblica: progettazione accurata, competenze dedicate, risorse stabili e un quadro normativo che ne definisca ruolo e limiti.
È su questo terreno che si colloca la riflessione di Yves Dejaeghere, executive director della Federation for Innovation in Democracy Europe, che sposta il discorso dal se partecipare al come rendere la partecipazione una componente affidabile della decisione pubblica, mettendo in guardia dai rischi di una partecipazione mal gestita, che può minare fiducia e legittimità.
Il tempo
Un elemento ricorrente nelle esperienze più solide riguarda il tempo. Processi deliberativi che si sviluppano lungo settimane o mesi, accompagnati da momenti di restituzione e apprendimento reciproco, mostrano una capacità significativamente maggiore di produrre fiducia istituzionale rispetto a consultazioni rapide o episodiche.
Da qui discende un secondo nodo, cruciale per una città come Roma: la partecipazione ha un costo. Economico, organizzativo e politico. Richiede personale formato, strumenti di mediazione e un quadro normativo che garantisca continuità oltre i cicli politici. Dove questi elementi mancano, la partecipazione resta esposta all’arbitrarietà e alla discontinuità. Dove invece vengono istituzionalizzati, diventa una competenza ordinaria dell’amministrazione.
Guardando alla città che vorremmo, alla “città del futuro”, appunto, il co-direttore di Humanity’s Urban Future Simon Goldhill si è chiesto che aspetto debbano avere le “virtù” urbane: tendiamo a pensare prima di tutto all’efficienza, senza considerare il rischio che troppa efficienza possa accentuare le disuguaglianze e trascurare la socialità. Ripensare l’efficienza come generosità, cura e cooperazione può offrire una prospettiva più equa e sostenibile per le città.
Un patto per la città
Se le giornate di lavoro About a City Roma possono dirsi concretamente concluse, non si può dire lo stesso delle riflessioni che sono scaturite e dell’orizzonte di idee e di pratiche che è stato elaborato e condiviso. Come ha più volte sottolineato il direttore di Fondazione Feltrinelli Massimiliano Tarantino, l’obiettivo auspicabile per il futuro governo delle città in transizione è quello di un nuovo patto:
«non intendo la stesura dell’ennesimo documento, ma la condivisione di un orizzonte. Un patto che restituisca alle nostre comunità il coraggio di guardare in avanti, di tenere insieme il tempo lungo delle trasformazioni e il tempo breve delle scelte quotidiane. Perché questo patto sia solido, però, è necessario uno scarto di qualità degli attori che lo compongono: istituzioni, corpi intermedi, cittadinanza attiva, imprese responsabili. Ognuno deve riconoscersi in una responsabilità nuova. È una scommessa, ma è proprio nelle sfide che si manifesta la cifra della città che vogliamo diventare: che accetta la complessità come terreno di lavoro, che sceglie la collaborazione come infrastruttura portante del cambiamento»
La città del futuro non chiede di essere subita, ma costruita insieme. La sinergia tra istituzioni culturali, amministrazioni locali, attori economici e soprattutto la società civile nelle sue articolazioni può ancora fare la differenza, se esiste un disegno politico.
Dinanzi a un sistema sempre più escludente, che opera per aumentare le disuguaglianze, le energie che innervano le città del futuro possono contribuire a inversioni di rotta reali, contribuendo a politiche di redistribuzione di ricchezza e potere, a spazi di emancipazione e decisione, a reti ed ecosistemi di cura.










