Cosa e perché
Il 4 luglio 1776, nella Pennsylvania State House di Filadelfia, cinquantasei delegati delle tredici colonie britanniche approvano la Dichiarazione d’Indipendenza, dando avvio alla nascita degli Stati Uniti e segnando una svolta decisiva nella guerra contro l’Impero britannico. Ma la portata di quel giorno va oltre l’atto politico: nelle parole della Dichiarazione prende forma un’idea nuova di potere e di diritti. Il governo non deriva più dal privilegio dinastico o dalla volontà divina, ma dal consenso dei governati; e ogni individuo è titolare di diritti naturali e inalienabili, come la vita, la libertà e la ricerca della felicità. È un linguaggio che attinge all’Illuminismo europeo e al pensiero di John Locke, e che inaugura una stagione politica destinata a influenzare profondamente la modernità.
Eppure, fin dall’inizio, questi principi convivono con un paradosso evidente: l’uguaglianza proclamata riguarda solo una parte della popolazione. Ne sono escluse le donne, le popolazioni native e centinaia di migliaia di persone ridotte in schiavitù. La Dichiarazione non descrive ciò che gli Stati Uniti sono nel 1776, ma ciò che dichiarano di voler diventare. Proprio questa distanza tra ideali e realtà renderà il documento un riferimento per generazioni di movimenti che, nei decenni successivi, useranno le sue stesse parole per chiedere diritti negati: dagli abolizionisti alle suffragiste, fino al movimento per i diritti civili del Novecento.
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La Dichiarazione d’Indipendenza e la guerra
La Dichiarazione d’Indipendenza non segna l’inizio della Rivoluzione americana, ma rappresenta il momento in cui una ribellione già in corso acquisisce una legittimazione politica e filosofica. Quando il Secondo Congresso Continentale approva il testo, il 4 luglio 1776, le Tredici colonie combattono già da oltre un anno contro la Gran Bretagna. Gli scontri di Lexington e Concord, nell’aprile 1775, hanno infatti aperto un conflitto, figlio di un deterioramento dei rapporti tra Londra e le colonie di lungo corso: tra i motivi del dissidio, nuove imposte introdotte senza rappresentanza parlamentare, restrizioni commerciali, crescente centralizzazione del potere imperiale e la convinzione, sempre più diffusa tra i coloni, che i loro diritti di cittadini britannici fossero stati violati.
La Dichiarazione viene concepita in questo contesto non tanto per proclamare una separazione già di fatto avvenuta, quanto per legittimarla e spiegarne le ragioni. Il documento, redatto principalmente da Thomas Jefferson, costruisce una giustificazione della rivoluzione fondata sul pensiero illuminista e giusnaturalista che aveva preso piede nei decenni precedenti in Europa. Se tutti gli uomini possiedono diritti naturali inalienabili e il potere deriva dal consenso dei governati, allora un governo che viola sistematicamente quei diritti perde la propria legittimità. La ribellione non viene quindi presentata come un atto di forza, ma come la conseguenza necessaria della tirannia esercitata da Giorgio III. Solo nell’ultima parte del testo questi principi si traducono in una decisione politica concreta: le colonie dichiarano di essere «Stati liberi e indipendenti». La guerra, tuttavia, è ancora lontana dall’essere conclusa. Per ottenere il riconoscimento della propria indipendenza gli Stati Uniti dovranno combattere fino al 1783, quando il Trattato di Parigi sancirà la fine del conflitto. Il 4 luglio segna dunque la nascita di un’idea prima ancora che la nascita effettiva di uno Stato.
Una promessa incompiuta
A rendere la Dichiarazione uno dei testi più influenti della storia moderna non è soltanto l’indipendenza delle colonie, ma il linguaggio universale con cui essa viene giustificata. «Tutti gli uomini sono creati uguali» e possiedono diritti inalienabili come la vita, la libertà e la ricerca della felicità: sono affermazioni che rompono con il principio del diritto divino dei sovrani e pongono al centro l’individuo come titolare di diritti naturali. È difficile sopravvalutare la portata di queste idee, che diventeranno uno dei fondamenti della politica contemporanea.
Eppure, fin dalla sua nascita, questo universalismo convive con un’evidente contraddizione. Gli uomini di cui parla la Dichiarazione sono, nella pratica, una minoranza della popolazione delle colonie. Le donne sono escluse dalla cittadinanza politica, centinaia di migliaia di afroamericani vivono in schiavitù e le popolazioni native vengono rappresentate nel testo come nemici da respingere, descritte come «crudeli selvaggi indiani». Persino Thomas Jefferson, proprietario di schiavi, inserisce nella prima bozza una dura condanna della tratta schiavista, che verrà però eliminata durante la discussione al Congresso per preservare l’unità delle colonie.
Questa tensione tra principi e realtà attraversa fin dall’inizio la storia degli Stati Uniti. Per questo la Dichiarazione va letta meno come una fotografia del paese nel 1776 che come una dichiarazione di intenti. Non descrive ciò che gli Stati Uniti sono, ma ciò che affermano di voler diventare. La sua forza storica risiede proprio in questo scarto: nell’aver formulato un ideale tanto ambizioso da rendere immediatamente visibili le contraddizioni della società che lo aveva prodotto.
Dei principi ancora condivisi?
Proprio perché formulati in termini universali, quei principi non rimasero patrimonio esclusivo dei Padri fondatori. Al contrario, furono continuamente ripresi da coloro che ne erano stati esclusi. Già nel 1829 il nazionalista nero David Walker invitava gli americani a rileggere la propria Dichiarazione, ricordando che essa proclamava l’uguaglianza di «tutti gli uomini». Nel 1848, alla Convention di Seneca Falls, le prime attiviste per i diritti delle donne riscrissero il testo del 1776 sostituendo alla celebre formula «tutti gli uomini sono creati uguali» l’affermazione che «tutti gli uomini e le donne sono creati uguali». Pochi anni dopo, nel celebre discorso What to the Slave Is the Fourth of July?, Frederick Douglass definì il 4 luglio una festa che, per uno schiavo, non rappresentava la libertà ma il ricordo quotidiano dell’ipocrisia americana.
Questi esempi mostrano un elemento decisivo della storia statunitense. Per oltre due secoli, i grandi movimenti di emancipazione non hanno combattuto contro la Dichiarazione d’Indipendenza, ma hanno combattuto attraverso di essa. Hanno chiesto agli Stati Uniti di essere coerenti con le proprie parole fondative, trasformando quel documento nell’orizzonte morale a cui misurare le conquiste e i fallimenti della democrazia americana.
Oggi, a 250 anni dalla sua approvazione, sembra però emergere una questione diversa. Per gran parte della storia degli Stati Uniti il problema è stato estendere quei diritti a chi ne era escluso. Nel dibattito contemporaneo, invece, appare sempre più in discussione la stessa centralità di quei principi. In una società attraversata da una profonda polarizzazione politica e culturale, idee come uguaglianza, pluralismo e universalismo sembrano aver perso parte della loro capacità di costituire un linguaggio condiviso.
La domanda che il 4 luglio 1776 continua a porci non è soltanto se gli Stati Uniti siano mai stati all’altezza della loro Dichiarazione, ma se continuino ancora a considerarla il proprio orizzonte comune.
25 giugno 2026 – Gli Stati Uniti celebrano il 250º anniversario dalla Dichiarazione d’Indipendenza
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Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump
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Storia degli Stati Uniti d’America. La “libertà americana” dalle origini a oggi
Eric Foner, Donzelli, Roma, 2017

Il Federalista
Halexander Hamilton, John Jay, James Madison (prefazione di Gianfranco Pasquino), Società Aperta, Milano, 2025

Storia degli Stati Uniti. La democrazia americana dalla fondazione all’era globale
Giovanni Borgognone, Feltrinelli, Milano, 2021


