Calendario civile

L’elefante nella stanza europea: il Regno Unito e l’integrazione incompiuta


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Cosa e perché

Il 23 giugno di dieci anni fa, il Regno Unito votava per lasciare l’Unione Europea. Quel referendum, passato alla storia come Brexit, ha segnato una frattura profonda nel progetto di integrazione europea e ha ridefinito il ruolo della Gran Bretagna nel mondo. Vissuto dai contemporanei e raccontato dai media come un fulmine a ciel sereno, è stato in realtà il naturale esito di una relazione complessa e ambivalente tra Londra e Bruxelles.

Fin dal dopoguerra infatti, il Regno Unito ha vissuto l’integrazione europea come un’opportunità economica più che come un progetto politico condiviso. La Brexit è il risultato di decenni di tensioni, riserve e rivalità che hanno accompagnato la storia dell’Unione.

Raccontiamo questa data perché la Brexit non è solo un evento politico, ma una lente attraverso cui leggere settant’anni di storia europea: le trasformazioni del Regno Unito, le fragilità della CEE (poi UE), il difficile equilibrio tra sovranità nazionale e integrazione. Dieci anni dopo, capire quel voto significa capire anche il presente e il futuro dell’Europa.

Scopri la data

Il Regno Unito in cerca di un’identità internazionale  

Al termine della Seconda guerra mondiale, il Regno Unito si trova in una posizione ambivalente: è una potenza vincitrice, determinante nella sconfitta dell’Asse, ma al tempo stesso un Paese economicamente provato, con città bombardate, infrastrutture danneggiate e un debito significativo verso gli Stati Uniti. Il nuovo ordine internazionale che si consolida tra il 1945 e il 1949, caratterizzato dalla nascita dell’ONU, della NATO e dal progressivo affermarsi del bipolarismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, contribuisce a ridurre ulteriormente il margine di manovra delle potenze europee tradizionali.

È però la decolonizzazione a trasformare più profondamente la posizione internazionale britannica. In pochi anni l’Impero si dissolve: l’indipendenza dell’India nel 1947 e della Birmania nel 1948 segnano l’avvio del processo, seguito, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, da una rapida ondata di processi di indipendenza in Africa e in Asia. In meno di due decenni, il più vasto impero coloniale del mondo perde la gran parte dei suoi territori e della sua capacità di proiezione globale. Anche il Commonwealth, concepito come possibile erede dell’Impero, si rivela meno coeso e influente del previsto.

Il Regno Unito entra così tra gli anni Cinquanta e Sessanta in una fase di ridefinizione della propria identità internazionale: non è più una potenza imperiale, ma non è ancora una potenza pienamente continentale; mantiene una stretta relazione con gli Stati Uniti, pur cercando di non esserne del tutto subordinato, e rimane geograficamente parte dell’Europa senza partecipare ai primi progetti dell’integrazione politica sul continente.

Il declino imperiale e la trasformazione dell’ordine mondiale hanno lasciato Londra priva di un ruolo internazionale chiaramente definito. In questo contesto, il processo di integrazione europea inizia a essere considerato non più soltanto come un fenomeno esterno, ma come una possibile risposta al problema della collocazione internazionale del Regno Unito.

25 marzo 1957, Roma – Nasce ufficialmente la CEE

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25 marzo 1957, Campidoglio (Roma) – Nella Sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori, vengono firmati i Trattati di Roma, che danno vita alla Comunità Economica Europea (CEE) e alla Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom).

I veti di de Gaulle e l’ingresso del 1973

In questo contesto, nel corso degli anni Cinquanta il processo di integrazione europea si consolida e si istituzionalizza. Dopo la nascita della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) nel 1951, il Trattato di Roma del 1957 dà vita alla CEE (Comunità Economica Europea), un progetto che i sei Paesi fondatori (Francia, Italia, Germania Ovest e Benelux) concepiscono come un’unione capace di coniugare cooperazione economica e ambizioni politiche.

Il Regno Unito osserva questo percorso con interesse, ma senza condividerne pienamente la direzione politica: pur riconoscendo i vantaggi del mercato comune, Londra non aderisce alla spinta sovranazionale e alla prospettiva federalista che anima i Sei.
Quando presenta la sua prima domanda di adesione nel 1961, si scontra con l’opposizione della Francia guidata da Charles de Gaulle. Agli occhi del presidente francese, il Regno Unito è troppo legato agli Stati Uniti e ai Paesi del Commonwealth, oltre a prediligere una visione economica fondata sul commercio globale, distante dal modello continentale.
Il timore è che il suo ingresso trasformi la CEE in una proiezione dell’influenza americana, indebolendo sia l’autonomia politica dell’Europa sia il ruolo guida della Francia. Il veto del 1963 rappresenta dunque una scelta geopolitica più che un gesto ostile: la difesa di una precisa concezione dell’Europa.

Quando Londra ripresenta la candidatura nel 1967, la risposta resta invariata. Le differenze economiche continuano a essere significative, segnate da logiche commerciali divergenti e de Gaulle ritiene che l’ingresso britannico rischierebbe di modificare gli equilibri della Comunità, costruiti attorno all’asse franco-tedesco. Il secondo veto ribadisce quindi la convinzione francese che Londra non fosse ancora pronta a condividere pienamente il progetto europeo.

Solo dopo l’uscita di scena di de Gaulle, nel 1969, la situazione si sblocca. Le trattative riprendono e nel 1973 il Regno Unito entra finalmente nella CEE insieme a Irlanda e Danimarca. L’adesione,  però, assume i contorni di un compromesso geopolitico più che di una piena convergenza di visioni: Londra è interessata soprattutto ai benefici del mercato comune, mentre mantiene una posizione più prudente rispetto alle prospettive di integrazione politica.

L’ingresso del 1973 segna così l’inizio di una partecipazione caratterizzata da una costante ambivalenza: il Regno Unito entra nelle istituzioni europee senza aderire pienamente alla loro prospettiva di integrazione politica. In questo senso, i veti di De Gaulle avevano colto una distanza destinata a riemergere più volte nei decenni successivi.

Copertina della rivista britannica The Economist, del 30 dicembre 1972 – 5 gennaio 1973. Pubblicata alla vigilia dell’ingresso del Regno Unito nella Comunità Economica Europea, rappresenta attraverso una serie di segnali stradali le incertezze, le direzioni possibili e le tensioni politiche che accompagnano l’allargamento della CEE del 1973

L’equilibrio instabile tra Londra e Bruxelles 

Dal 1973 al 2016 il rapporto tra Regno Unito ed Europa appare segnato da una tensione costante, che nessun governo riesce a sciogliere. L’ingresso nella CEE risponde soprattutto a considerazioni economiche e geopolitiche: l’accesso al mercato comune e la necessità di rafforzare la posizione britannica in un contesto dominato dalla crescita del continente, più che una piena adesione al progetto di integrazione politica. Ne deriva una partecipazione caratterizzata fin dall’inizio da una serie di eccezioni, deroghe e negoziazioni.

Negli anni Ottanta, con il governo di Margaret Thatcher, queste tensioni emergono in modo più esplicito. La rivendicazione del contributo britannico al bilancio europeo sintetizzata nello slogan “I want my money back” diventa il simbolo di un rapporto sempre più incrinato. Nel corso dei decenni successivi, il Regno Unito mantiene una posizione peculiare: resta fuori dall’euro, non aderisce all’area Schengen e si mostra restio rispetto ai progetti di ulteriore integrazione politica e militare.

A partire dagli anni Duemila, l’allargamento dell’Unione a Est e le trasformazioni dei flussi migratori contribuiscono ad alimentare un crescente euroscetticismo, che si riflette nel dibattito politico e nell’opinione pubblica. In questo contesto, il governo di David Cameron tenta di gestire le pressioni interne attraverso la promessa di un referendum sulla permanenza nell’Unione, nella speranza di ricomporre le divisioni interne.

Il referendum del 23 giugno 2016, che chiama i cittadini a decidere se uscire o meno dall’Unione Europea, sancisce la vittoria del Leave con circa il 52% dei voti contro il 48% del Remain. La geografia del voto riflette un Paese profondamente diviso lungo linee politiche, sociali e territoriali: mentre le grandi aree urbane e più dinamiche economicamente tendono a sostenere la permanenza nell’Unione, le regioni periferiche e maggiormente deindustrializzate esprimono una forte volontà di uscire, a riprova che gli effetti della globalizzazione e dei potenziali vantaggi dell’integrazione europea vengono percepiti in modo differente a seconda dei contesti.

Il voto rappresenta il punto di arrivo di una lunga storia di tensioni più che una rottura improvvisa. La Brexit segna così la conclusione di un rapporto complesso e mai pienamente stabilizzato tra il Regno Unito e l’Unione Europea.

31 gennaio 2020, ore 23:00 – Il Regno Unito esce ufficialmente dall’Unione Europea

Guarda il video di Onlooker

Le immagini provenienti da BBC News mostrano la folla radunata a Parliament Square mentre celebra il momento simbolico della Brexit, tra bandiere, cori e il countdown che segna l’uscita del Regno Unito dall’UE.

L’importanza di ricordare il 23 giugno 2016

Riflettere oggi sul referendum che dieci anni fa ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea significa confrontarsi con i primi effetti di una scelta che ha segnato in profondità la politica britannica ed europea. A un decennio di distanza è possibile tracciare un primo bilancio delle conseguenze economiche, sociali e istituzionali della Brexit, nella consapevolezza che dieci anni sono ancora pochi per coglierne appieno la portata storica.

Nel 2016 molti interpretarono quel voto come l’inizio di una possibile disgregazione del progetto europeo. L’effetto domino allora temuto, però, non si è verificato: nessun altro Stato membro ha seguito la strada britannica e, per molti aspetti, l’Unione Europea ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese. Ricordare il 23 giugno 2016 significa quindi interrogarsi non solo sulle conseguenze della Brexit, ma anche sulla resilienza delle istituzioni europee e sulle trasformazioni che attendono il progetto di integrazione nei prossimi anni.

Le radici storiche

La gallery riunisce quattro contributi che permettono di leggere il referendum del 23 giugno 2016 come l’esito di una storia lunga, stratificata e tutt’altro che lineare nel rapporto tra Regno Unito ed Europa. I materiali coprono un arco di oltre mezzo secolo: dalla nascita della Comunità Economica Europea nel 1957, osservata attraverso le caute speranze e le profonde incertezze dei Sei, al dibattito internazionale che accompagnò l’ingresso britannico nella CEE nel 1973, quando l’allargamento venne interpretato come un passaggio decisivo per gli equilibri dell’Occidente nel pieno della Guerra fredda.
Accanto alle radici storiche, due studi più recenti mostrano come la Brexit sia maturata dentro trasformazioni politiche e sociali contemporanee: da un lato, l’impatto della rivoluzione digitale sulla partecipazione e sull’informazione pubblica nel Regno Unito; dall’altro, persino l’influenza di fattori contingenti come le condizioni meteorologiche del giorno del voto, in grado di incidere sull’affluenza e, di conseguenza, sugli esiti finali.

Le linee generali dei due trattati firmati dai sei

Pubblicato sul quotidiano l’Unità all’indomani della firma dei Trattati di Roma del 25 marzo 1957, l’articolo analizza le implicazioni politiche ed economiche della nascita della CEE e di Euratom, sottolineando come l’entusiasmo ufficiale dei “Sei” convivesse con timori profondi. La nuova cooperazione sovranazionale è presentata come un passo decisivo, ma tutt’altro che risolutivo, nel tentativo di ridefinire il ruolo dell’Europa nel mondo bipolare.

New Europe and old America 

Pubblicato il 30 dicembre 1972 sulla rivista britannica The Economist, l’articolo riflette sulle conseguenze politiche ed economiche dell’imminente allargamento della Comunità Economica Europea, che dal 1° gennaio 1973 avrebbe accolto Regno Unito, Irlanda e Danimarca. L’articolo analizza il nuovo ruolo dell’Europa nello scenario internazionale e le possibili tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti, mostrando come l’ingresso britannico nella CEE fosse percepito dai contemporanei come un passaggio decisivo per gli equilibri dell’Occidente durante la Guerra fredda.

 

Internet and Politics

Per approfondire come la trasformazione dell’informazione abbia inciso sulla partecipazione politica nel Regno Unito prima della Brexit, si veda Internet and Politics: Evidence from U.K. Local Elections and Local Government Policies (2015), studio di Alessandro Gavazza, Mattia Nardotto e Tommaso Valletti, realizzato tra London School of Economics, DIW Berlin e Imperial College London.

Rainfall and Brexit

Lo studio Could rainfall have swung the result of the Brexit referendum?, pubblicato su Political Geography nel 2018 da Patrick A. Leslie (Australian National University) e Barış Arı (University of Essex), analizza come e quanto la pioggia del 23 giugno 2016 abbia inciso sull’affluenza e sul voto del referendum sulla Brexit.

Guarda il video del Robert Schuman Centre

Intervista del progetto SOLID con due ricercatori della London School of Economics sulla crisi politica aperta dalla Brexit e sulle sue conseguenze per l’Unione Europea: Joe Ganderson, ricercatore presso l’European Institute della LSE, e Kate Alexander-Shaw, ricercatrice e docente in Politiche Pubbliche presso la School of Public Policy della LSE.

Consigli di lettura

Una selezione di sei titoli per saperne di più

Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile

Anfelo Bolaffi, Guido Crainz, Donzelli, Roma, 2019

 

Brexit. Tra diritto e politica

Federico Fabbrini, il Mulino, Bologna, 2021

L’Impero britannico. Storia di una potenza mondiale

Peter Wende, Einaudi, Torino, 2009

Un Parlamento per l’Europa. Il Parlamento europeo e la battaglia per la sua elezione (1948-1979)

Umberto Tulli, Le Monnier, Firenze, 2017

Heroic Failure. The delusions of Brexit 

Fintan O’Toole, Bloomsbury Publishing PLC, Londra, 2019

All Out War: The Full Story of How Brexit Sank Britain’s Political Class

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