Sull’AI la competitività non basta 


Articolo tratto dal N. 108 di Prendiamoci l'AI Immagine copertina della newsletter

L’Unione europea oscilla ancora tra due tentazioni. La prima è un’ormai inspiegabile adesione al principio secondo cui la miglior politica industriale è la concorrenza. La seconda è l’anacronistica tentazione di costruire grandi campioni europei, un lascito dell’epoca dell’industria pesante.

Entrambe ignorano come funziona oggi la politica industriale, che è settoriale e microeconomica. Il suo compito è individuare i colli di bottiglia nei settori considerati strategici (per la crescita, per l’autonomia strategica, o per altre ragioni) e disegnare gli strumenti, necessariamente eterogenei, necessari a ridurli.

Il confronto con gli Stati Uniti nel settore della Tech è impietoso. García-Herrero e Krystyanczuk, su Le Grand Continent,  mostrano come il modello di innovazione americano si fondi su grandi imprese tecnologiche private (come Microsoft, Amazon, IBM, Intel, Nvidia o Qualcomm) che, sostenute da mercati finanziari dinamici, integrano ricerca, sviluppo tecnico e commercializzazione.

La forza del sistema statunitense è la sua capacità di concentrare competenze e risorse incorporando rapidamente le innovazioni nel processo produttivo, innescando un circolo virtuoso di profitti e investimenti in nuova ricerca.

Questa concentrazione comporta però un rischio di eccessiva dipendenza da pochi attori, con innovazioni radicali che non si diffondono al di là dei settori in cui sono prodotte. Un altro rischio, come dimostrato dalle interrogazioni attuali sull’IA, è che la concentrazione di risorse avvenga a scapito di altri investimenti e porti alla formazione di bolle speculative.

Il modello cinese

Altrettanto efficiente, ma radicalmente diverso, è il modello cinese, un ecosistema ibrido in cui lo Stato detta le linee strategiche, ma lascia spazio a una pluralità di attori (imprese pubbliche e private, laboratori, università) che operano in rete.

Programmi come “Made in China 2025” e il più recente “Little Giants” definiscono obiettivi di lungo periodo, selezionano i settori prioritari e canalizzano risorse pubbliche ingenti verso imprese considerate strategiche. Ne risulta un ecosistema denso che rende rapidissimo il passaggio dalla ricerca fondamentale (non necessariamente prodotta in loco) alla capacità industriale. Il modello ha però lati oscuri, a cominciare da una sovracapacità cronica che viene esportata.

L’Europa non dispone né della potenza di fuoco finanziaria delle Big Tech americane, né della coerenza strategica del modello cinese. La ricerca fondamentale (principalmente pubblica) è di qualità e la produzione di brevetti significativa. Tuttavia, queste conoscenze sono incorporate a fatica nel sistema produttivo. In media le imprese europee ci mettono 18-24 mesi per replicare un brevetto innovativo sviluppato altrove, contro i pochi mesi delle imprese statunitensi e cinesi. Il coordinamento tra le politiche nazionali è minimo.

Europa, che fare? 

Che fare, dunque? In primo luogo, come suggerito anche dal Rapporto Draghi, scegliere. In molti settori il ritardo è così ampio da rendere inutile ogni tentativo di recuperare terreno. Siccome si parla di tecnologie per cui ci sono importanti economie di scala, disperdere le risorse non sarebbe una strategia vincente. 

In secondo luogo, la dimensione conta. I colossali bisogni di investimento e le enormi economie di scala (si pensi ai data center o alla R&S) non sono sostenibili per economie di media dimensione come i paesi europei. La politica industriale nei prossimi anni sarà europea o non sarà. In assenza di vere politiche comuni, almeno il coordinamento a livello europeo consentirebbe di approfittare della dimensione continentale, evitando una concorrenza sfrenata tra Stati che porterebbe a duplicazioni e sovrainvestimento. 

In terzo luogo, una volta identificate le priorità, è importante agire su diverse leve contemporaneamente. Investimenti, incentivi al settore privato, mercati dei capitali, ma anche istruzione e formazione, utilizzo degli appalti pubblici e via di seguito. Un ecosistema, appunto.

Le proposte di García-Herrero e Krystyanczuk vanno in questa direzione. Creare delle zone di sperimentazione europee, in cui le imprese possano testare lo sviluppo di tecnologie emergenti e le autorità adattare la regolamentazione, per accelerare la transizione dalla ricerca al mercato.

Imporre che una quota dei grandi appalti europei in settori strategici (difesa, infrastrutture, sanità, energia) includa componenti tecnologiche sviluppate in Europa, legando la preferenza europea all’hardware e non solo ai fornitori di cloud, che potrebbero dipendere da chip non europei.

Istituire un Osservatorio europeo delle tecnologie critiche.

Dove si ferma la competitività sull’IA 

Un esempio di collo di bottiglia è il calcolo per l’IA (chip, interfacce software, data center). Una nota di Bruegel mostra come strumenti diversi possano servire a scioglierlo. L’Europa ha asset a monte che esporta altrove, come i macchinari litografici di ASML e la ricerca di IMEC. La nota richiama l’esperienza di Airbus, un consorzio che ha avuto successo perché protetto dagli interessi nazionali dei partecipanti: la divisione dei compiti rifletteva competenze reali, e il consorzio intergovernativo è diventato un’impresa integrata, con gestione unitaria e proprietà intellettuale condivisa.

Gli strumenti giuridici per una politica di cooperazione sull’hardware IA esistono già (gli IPCEI, il Chips Act). La nota evidenzia anche che gli iniziali svantaggi competitivi per le imprese che adottassero hardware europeo andrebbero compensati con strumenti complementari (sussidi alla R&S, prezzi preferenziali negli appalti pubblici, ammortamenti accelerati). Una politica industriale multidimensionale, appunto. Anche i primi sussidi ad Airbus compensavano lo svantaggio competitivo della fase di avvio. 

A queste raccomandazioni mi sento di aggiungere quella di mantenere al centro dell’ecosistema europeo la ricerca pubblica. Lo sviluppo dei giganti del Big Tech negli Stati Uniti è certo un poderoso motore di progresso tecnico. Ma crea anche dei monopoli e delle rendite che, come mostrano i lavori recenti di Acemoglu e Johnson, portano ad una concentrazione di potere economico e politico che alla lunga diviene insostenibile. La ricerca fondamentale è un bene pubblico che deve essere lasciato per quanto possibile a disposizione della collettività. 

Infine, l’Europa può evitare la tendenza cronica al sottoconsumo e alla dipendenza dalle esportazioni del sistema cinese perché non parte da zero. Per quanto malconci, i sistemi di welfare europei sostengono il reddito, soprattutto delle famiglie più povere.

Il welfare è oggi una delle frecce all’arco del vecchio continente. La protezione della classe media è il complemento necessario a politiche industriali ad ampio spettro per una crescita robusta ma bilanciata. 

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