Il contratto sociale del Novecento era semplice. Il lavoratore cedeva tempo e subordinazione, l’impresa garantiva salario, stabilità e carriera. Lo Stato chiudeva il cerchio con pensioni e sanità. Quel contratto si è rotto molto prima dell’intelligenza artificiale.
Trent’anni di trasformazione profonda del Lavoro lo hanno svuotato. L’AI non lo rompe. Lo mette a nudo. Arriva in un Paese dove un lavoratore su dieci è povero pur lavorando, dove meno della metà degli adulti ha competenze digitali di base e dove la formazione continua coinvolge poco più del 10% degli occupati, meno di un terzo della Svezia.
Il problema vero è un’organizzazione del lavoro vecchia, nella quale la tecnologia cade come una pietra in uno stagno fermo. Il tempo ha sempre meno valore come metrica e la subordinazione è il retaggio di organizzazioni costruite su commando e controllo.
Un nuovo contratto sociale non serve a difenderci dall’AI. Serve a sfidare tutte le infrastutture attorno al lavoro che sono rimaste immobili (corpi sociali, accademia, rappresentanza, istituzioni) ma anche, via via, la necessità di un nuovo alfabeto del lavoro e di un nuovo pensiero.
Diritti sociali per tutti i lavoratori
I diritti del Novecento erano cuciti sul posto di lavoro e sul contratto a tempo indeterminato. Il primo pilastro del nuovo contratto sociale è un nucleo di diritti sociali validi a prescindere. Malattia, maternità, formazione, previdenza, orari, salario minimo, tutela contro i rischi devono valere per il dipendente e per l’autonomo, per il part time e per il full time, per chi lavora con una piattaforma e per chi lavora in catena di montaggio.
Il diritto è della persona che lavora, non della forma giuridica con cui lavora. Finché le tutele dipendono dalla casella contrattuale, ogni innovazione organizzativa diventa un modo per uscire dalle tutele. Il secondo pilastro riguarda la frontiera nuova, che passa dentro i processi.
L’algoritmo assegna i turni, misura, valuta, decide chi promuovere. Serve il diritto di sapere quali dati vengono raccolti, con quale logica la macchina decide, chi risponde quando sbaglia. Il regolamento europeo lo prevede, ma una norma senza contrattazione resta carta. I metalmeccanici nel 2016 portarono Industria 4.0 al tavolo negoziale e la partecipazione organizzativa funzionò più dei divieti. E fu la prima volta per la conquista del diritto soggettivo alla formazione. Con l’AI va fatto lo stesso.
Dove ha fallito la formazione
La formazione è il capitolo più fallito del lavoro italiano. Troppo spesso, si contano le ore e non le competenze. Si fanno corsi per spendere i fondi interprofessionali, raramente per cambiare i lavori. Serve un diritto soggettivo alla formazione, esigibile come le ferie.
Un conto individuale, alimentato da impresa, Stato e lavoratore, che la persona porta con sé in ogni passaggio, sul modello del Compte personnel de formation francese. Il contratto dei metalmeccanici ha introdotto nel 2016 il diritto a 24 ore di formazione. Era un inizio, è rimasto un’eccezione. Serve poi una scuola che insegni a lavorare con le macchine e non a imitarle.
L’AI premia chi sa fare domande, verificare, decidere. Punisce chi esegue. Gli ITS Academy sono la cosa migliore che il sistema abbia prodotto in vent’anni, con oltre l’80% di diplomati occupati entro un anno. Da lì si riparte. Ma serve il coraggio di ripensare a tutto il sistema di istruzione e formazione, ancora troppo “fordista”, contenuti e metodo di apprendimento uguali per tutti.
Occupazione e dividendo tecnologico
Sull’occupazione le profezie sbagliano in entrambe le direzioni. L’AI non cancellerà metà dei lavori e non lascerà nessuno intatto. Toccherà i compiti e li ridistribuirà in modo brutale. Chi governa gli strumenti guadagna, chi li subisce perde. L’Italia ha un’occupazione record e una produttività ferma da trent’anni. È il segno di un modello che aggiunge lavoro povero invece di lavoro buono.
L’AI può invertire la tendenza solo se i guadagni di produttività vengono distribuiti con nuovi contratti. Una parte in salario, una parte in orario, una parte in formazione. La riduzione dell’orario non è un sogno, è una scelta sul dividendo tecnologico, come lo fu nel 1969 per le 40 ore. Serve poi una politica industriale che porti l’AI nelle piccole imprese, dove lavora la maggioranza degli italiani e dove l’adozione resta sotto il 10%.
Chi firma e cosa mette sul tavolo
Un contratto sociale ha bisogno di contraenti, non di convegni. Serve uno Stato che renda i diritti esigibili, non uno che li scriva e li lasci alla buona volontà.
Un diritto alla formazione senza conto individuale e una trasparenza algoritmica senza un’ispezione capace di leggerla restano proclami. Servono poi attori sociali competenti e coraggiosi. Le due vertenze coreane alla Hyundai, nel 2025 e nel 2026, sono un esempio interessante. Il sindacato non ha chiesto di fermare i robot umanoidi Atlas destinati alle linee.
Ha chiesto di decidere con l’impresa come e quando entrano, e ha ottenuto l’obbligo di negoziare gli effetti occupazionali di ogni nuovo sistema automatizzato, nuove assunzioni e l’allungamento dell’età pensionabile. Ha studiato la tecnologia prima di contrattarla.
Le imprese mettono la trasparenza sugli algoritmi e una quota dei guadagni. I sindacati smettono di giocare, peraltro sempre più simbolicamente, in difesa. Il lavoratore mette la disponibilità a cambiare, la cosa più difficile da chiedere a chi è stato tradito molte volte. Il lavoro è della persona, non la persona del lavoro. Se il nuovo contratto sociale nascerà, nascerà nei contratti, in fabbrica e negli uffici, non nei manifesti. È lì che va riportata la discussione.
