In Europa il concetto di politica industriale è scomparso col finire del Novecento. In parte si è deciso che il mercato sarebbe bastato a se stesso, in parte forse, per lungo tempo, ci si è proprio dimenticati di cosa fosse e perché. Poi sono arrivate le crisi, una dopo l’altra e una incastonata nell’altra: la crisi climatica, la pandemia, la guerra in Ucraina, i prezzi dell’energia, l’inflazione, la competizione sulle tecnologie e sulle materie prime, l’incapacità di guardare oltre il futuro prossimo. Allora ci si è ricordati. Si è riscoperto che decidere cosa produrre, dove e con quali risorse è una questione politica, di scelta – e non aveva mai smesso di esserlo.
Oggi l’Europa torna a parlare di industria, ma lo fa con ritardo, mentre aumenta la spesa per la difesa e mentre ci si lascia scappare l’occasione d’oro della transizione ecologica, che avrebbe dovuto ridisegnare produzione e lavoro. Anche in Italia le crisi industriali continuano ad arrivare una alla volta, una fabbrica dopo l’altra, un territorio dopo l’altro: e troppo spesso è soltanto quando un impianto chiude, una filiera si spezza o centinaia di posti di lavoro sono a rischio che torniamo a domandarci quale economia vogliamo costruire.
C’è da chiedersi cosa produrre, ma anche e soprattutto come, dove e per chi. E poi se gli investimenti necessari alla transizione verde e digitale creeranno lavoro stabile oppure nuove disuguaglianze, se il capitale generato nei territori resterà legato a quei territori o ne andrà rapidamente altrove.
La cooperazione è una via possibile, un esempio e una risposta. È un modello d’impresa nel quale il capitale, almeno in linea di principio, non è il fine ma uno strumento, gli utili vengono in parte reinvestiti e il patrimonio attraversa le generazioni.
A pochi giorni dalla Biennale dell’economia cooperativa, che si terrà fra il 9 e il 10 ottobre a Milano, abbiamo parlato con il presidente di Legacoop, Simone Gamberini, e abbiamo provato allora a partire da qui: dalla politica industriale che manca, dagli investimenti necessari e dalla transizione energetica che procede a strappi, per arrivare a una domanda più ampia. Se dobbiamo tornare a decidere cosa e come produrre, possiamo tornare a decidere anche che tipo di economia vogliamo costruire, e magari immaginarne una diversa, una nuova, che ci traghetti in un mondo molto più sostenibile e molto meno diseguale?
Che ruolo può avere la cooperazione in questo processo?
La cooperazione non chiede di essere protetta dal cambiamento: vuole essere uno degli attori del cambiamento. Siamo presenti nell’industria, nei servizi, nell’agroalimentare, nella logistica, nell’energia, nell’abitare, nella salute e nel welfare. E soprattutto abbiamo una caratteristica: quando investiamo, l’investimento tende a rimanere legato all’impresa, al lavoro e al territorio.
È questo il contributo che possiamo portare a una nuova politica industriale: dimostrare che competitività e coesione non sono due obiettivi alternativi. Possiamo produrre innovazione e contemporaneamente distribuire opportunità, lavoro e potere economico. In una fase nella quale l’economia tende a concentrare sempre più capitale e potere, il modello cooperativo può contribuire a distribuirli.
Quali sono le specificità del modello cooperativo nel modo di raccogliere, utilizzare e reinvestire il capitale? Di che contributo avrebbe bisogno dallo Stato?
La differenza fondamentale, ciò che distingue il modello cooperativo, sta nell’orizzonte temporale. Il capitale in una cooperativa è uno strumento per realizzare il progetto imprenditoriale, non il fine ultimo dell’impresa. Una parte importante degli utili viene accantonata e reinvestita, costruendo nel tempo patrimonio intergenerazionale. È una forma di capitale paziente, che non guarda soltanto al rendimento immediato ma alla continuità dell’impresa.
Allo Stato non chiediamo privilegi. Chiediamo di dare piena attuazione all’art. 45 della Costituzione anche riconoscendo questa specificità e creando condizioni che consentano alle cooperative di investire e crescere: accesso al credito e agli strumenti di capitalizzazione, incentivi realmente accessibili anche alle cooperative e alle PMI, certezza delle regole e tempi amministrativi compatibili con quelli degli investimenti. Lo abbiamo visto anche con Transizione 5.0: modificare gli strumenti a partita in corso mina il rapporto di fiducia tra imprese e istituzioni.»
«Non chiediamo meno mercato. Chiediamo un mercato che riconosca la pluralità delle forme d’impresa.
Il taglio dei fondi per gli hub dell’eolico offshore è l’ultimo segnale di una transizione energetica che fatica a tradursi in investimenti. Perché ci troviamo in questa situazione, cos’è che manca?
Manca soprattutto la continuità. Un investimento industriale richiede anni, mentre troppo spesso le politiche pubbliche cambiano tempi, risorse e regole nel giro di pochi mesi. È esattamente ciò che dobbiamo evitare se vogliamo che la transizione energetica produca anche industria italiana.
Il caso dell’offshore è significativo: le risorse 2026 per Taranto e Augusta sono state ridotte da oltre 78 a 38,3 milioni, anche se il ministro Pichetto Fratin ha assunto l’impegno a ripristinare i 38 milioni nel 2027. Il punto quindi non è soltanto quanti impianti realizziamo, ma quanta filiera industriale riusciamo a costruire attorno a quegli impianti: componentistica, porti, cantieristica, manutenzione, ricerca, servizi e competenze.
La transizione diventa politica industriale quando una quota significativa del valore generato rimane nel Paese. Altrimenti rischiamo di importare tecnologie per raggiungere obiettivi energetici che pure condividiamo, senza costruire nuova capacità produttiva italiana.
E come possiamo evitare che i nuovi investimenti amplino i divari?
Ponendo questa domanda prima di decidere gli investimenti, non dopo. Non basta misurare quanti miliardi vengono investiti: dobbiamo chiederci dove producono lavoro, quali imprese coinvolgono e quale valore lasciano nei territori.
La transizione verde e digitale può diventare una straordinaria occasione di riequilibrio, soprattutto per il Mezzogiorno, ma soltanto se colleghiamo i grandi investimenti alle filiere produttive locali, alle PMI, alla formazione e alle infrastrutture. La Commissione europea continua peraltro a rilevare forti differenze di produttività tra Nord e Sud e indica esplicitamente la necessità di orientare investimenti e settori strategici anche verso le regioni meno sviluppate.
Per noi questo è un punto essenziale: la crescita che aumenta le disuguaglianze è una crescita fragile. La crescita che allarga la partecipazione diventa sviluppo.
Come si ricostruisce allora un tessuto produttivo capace di creare occupazione qualificata e trattenere competenze?
Innanzitutto smettendo di considerare il lavoro una conseguenza automatica degli investimenti. La politica industriale e la politica del lavoro devono tornare a essere pensate insieme.
Servono investimenti in formazione tecnica, università e ricerca, ma serve anche una domanda di lavoro qualificato che convinca un giovane a rimanere in un territorio. E questo significa imprese che investono, salari adeguati, contrattazione di qualità e prospettive professionali. Come Legacoop insistiamo da tempo sulla necessità di collegare produttività, qualità del lavoro e buona contrattazione.
Dobbiamo soprattutto uscire dalla logica per cui interveniamo soltanto quando una fabbrica chiude. La politica industriale non può essere la medicina delle crisi industriali: deve essere la politica che prova a prevenirle. E deve avere un orizzonte abbastanza lungo da dire a imprese, lavoratori e giovani dove il Paese vuole andare.
