L’Italia ha un problema di dipendenza. Da decenni, ormai, si trova stretta in una morsa: da un lato, la necessità di avanzare nella green economy e nella riduzione della dipendenza dal fossile, dall’altro, l’inadeguatezza delle politiche industriali ed energetiche volte a creare la capacità di produrre autonomamente gli strumenti per raggiungere tale fine. In questa zona grigia, si è creato lo spazio per la penetrazione di capitali stranieri, tra cui le aziende israeliane impegnate a diverso titolo nei territori palestinesi e siriani occupati, come il caso delle tre multinazionali Econergy Renewable Energy, Enlight Renewable Energy e Shikun & Binui.
Gli obiettivi del Green new deal europeo per il 2030 impongono il raggiungimento di almeno il 42.5% di energia rinnovabile nella produzione totale di energia, con una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55%. L’energia contribuisce a queste emissioni per almeno il 75%, configurandosi come un settore chiave su cui intervenire per la loro diminuzione.
Guardando al caso italiano, gli obiettivi posti dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, elaborato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, puntano entro il 2030 «alla copertura del 39,4% del consumo finale lordo di energia da fonti rinnovabili». Al momento, nei dati riferiti al 2025 la quota si attesta al 20,5%.
«Questi obiettivi si scontrano con venticinque anni di depotenziamento delle politiche industriali, che lasciano l’Italia, e in generale l’Europa, in condizione di dipendenza energetica verso l’estero», spiega Dario Guarascio, professore di Politica economica all’università La Sapienza. E ancora: «Questa dipendenza, però, si verifica non tanto nella costruzione di reti e infrastrutture, quanto nella produzione delle componenti come batterie e pannelli, che importiamo principalmente dal mercato asiatico con una forte prevalenza cinese». Il risultato, oltre alla mancata crescita interna e alle ripercussioni sull’occupazione, è la permeabilità ai capitali esteri che acquisiscono grosse quote di mercato.
Capitali e diritto internazionale
Questa permeabilità porta con sé un altro ordine di problemi: la verifica della provenienza dei capitali e della conformità al diritto internazionale, nello specifico la non partecipazione ad attività dichiarate illegali dagli organi internazionali come l’occupazione israeliana in Palestina e in Siria.
Il caso più eclatante nel nostro paese è quello degli investimenti israeliani da parte di società che, a diverso titolo, operano nei territori palestinesi e siriani occupati. I capitali che atterrano in Italia, che analizzeremo qui, riguardano principalmente la costruzione di campi agrivoltaici, eolici e di accumulazione, quindi alla messa in esercizio e alla costruzione delle infrastrutture.
«Le carenze delle politiche industriali, la spesa pubblica inadeguata e la permanenza dell’austerità anche nel settore energetico sono sicuramente un dato evidente nel nostro paese, che però ci spinge più verso il mercato asiatico in termini di approvvigionamento delle componenti che della costruzione di infrastrutture, campo nel quale invece l’Italia non è così arretrata», osserva ancora Guarascio.
«A dispetto di capacità che, perlomeno nell’ambito della messa in opera e nella gestione dei sistemi infrastrutturali dedicati – come parchi solari, agrivoltaici ed eolici – sarebbero in parte disponibili, la penetrazione di queste aziende israeliane sembra essere favorita da scelte di carattere politico, in apparente contrasto con gli obiettivi di autonomia strategica e sovranità tecnologica declamati dall’Ue, piuttosto che da una reale necessità industriale», conclude il professore.
Tre società per il portafoglio delle rinnovabili
Sul podio in Italia, per ampiezza di portafoglio potenziale nelle energie rinnovabili, Israele conta tre società: Econergy Renewable Energy, Enlight Renewable Energy, Shikun & Binui.
La prima vanta nel nostro paese una potenza complessiva di quasi 2500 MW tra progetti in essere e da sviluppare, che si articolano tra fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo dell’energia. Per la messa in esercizio di alcuni di essi ha ricevuto finanziamenti da importanti istituti bancari italiani, come quello di 58 milioni stanziati da Unicredit per un primo pacchetto di 12 impianti da 64,3 MW complessivi.
La penetrazione di Econergy sul territorio italiano va da Nord a Sud tra Piemonte, Sardegna e Sicilia. Uno dei progetti più discussi, negato per ragioni tecnico-ambientali il 25 settembre dalla Conferenza dei servizi del Piemonte (il tavolo che riunisce le diverse pubbliche amministrazioni interessate nella valutazione di un procedimento), è quello promosso a Biella da Econergy Solar Park 3 – che dalla visura camerale risulta di proprietà della succursale britannica di Econergy – che ha visto la sollevazione di una parte della società civile.
Una quota delle azioni della società israeliana
I cittadini protestano contro i fondi da cui è partecipata la società israeliana e contro le partnership che ha siglato: una quota delle sue azioni nella borsa di Tel Aviv e di alcuni impianti sono di proprietà di Phoenix Financial, da cui ha anche ricevuto prestiti per 150 milioni di euro per la realizzazione di progetti in Polonia e Romania.
Phoenix ha come socio maggioritario Affinity Partners, un fondo sovrano del Golfo coinvolto nel tanto discusso Board of Peace di Gaza, e partecipa finanziariamente in 10 compagnie pubbliche e una privata incluse nella watchlist delle Nazioni Unite delle aziende che operano nei Territori Palestinesi occupati. L’ONG Who profits, che monitora le attività legate all’occupazione, riporta, nella scheda dedicata a Phoenix Financial, che l’azienda negli insediamenti partecipa «nel finanziamento della costruzione, dei trasporti e dello sfruttamento delle risorse naturali». Più in generale, nel finanziamento «del complesso militare-industriale israeliano, sia direttamente sia attraverso le quote in altre aziende complici», procedendo ad elencare gli innumerevoli progetti nei territori occupati che coinvolgono la compagnia.
«Non è l’unica azienda israeliana del settore che opera nel nostro territorio» – spiega Daniele Gamba di Biellesi per la Palestina – «ci sono anche Sunprime e Ellomay. Questo dato ci dice qualcosa sull’assenza di organi di controllo della provenienza di capitali: i rilievi che vengono fatti per l’approvazione dei progetti seguono un profilo strettamente tecnico-ambientale, ci si chiede se siano conformi con le aree idonee e le zone di accelerazione, ma non se gli investimenti provengano da attività illecite che violano il diritto internazionale».
Nel luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere, che ha valore vincolante per ordinamenti nazionali dei paesi che aderiscono alla Corte, definendo illegale l’occupazione israeliana in Palestina e imponendo l’obbligo di non riconoscimento di tale occupazione anche agli Stati terzi.
Questo «impone agli altri paesi di non contribuire attivamente all’occupazione anche sotto il profilo economico, quindi di non permettere la penetrazione di capitali da essa generati, anche e soprattutto in termini di estrazione di risorse naturali, cosa che configura il reato di pillaging», spiega Andrea Saccucci, docente di Diritto internazionale presso l’Università della Campania.
«Da ciò non deriva necessariamente che una compagnia che opera nei territori occupati investa direttamente quei proventi nei progetti italiani, ma impone un processo di due diligence e verifica della provenienza dei capitali, pena il rischio di violare l’obbligo di non riconoscimento imposto dalla Corte», continua ancora il giurista.
Le difficoltà stanno quindi nel fatto che «l’ordinamento interno non si è ancora provvisto di strumenti normativi e organi di controllo necessari ad assicurare la puntuale osservanza degli obblighi internazionali».
Bisognerebbe, secondo Saccucci, «dotarsi di apposite procedure di due diligence per la verifica caso per caso, circa l’origine dei capitali investiti da società operanti in paesi attenzionati dall’Onu per violazioni sistematiche del diritto internazionale, sul modello di quelle normalmente applicate per le verifiche anti riciclaggio o per quelle in materia di sanzioni UE», conclude.
Dalle rinnovabili in Italia agli impianti nei territori occupati
Quest’impasse si verifica su scala nazionale, ma le leggi regionali che regolano lo sviluppo delle rinnovabili sono attualmente sprovviste di strumenti atti a verifiche di questo tipo. Lo stesso quadro emerge infatti guardando alle altre due grandi aziende israeliane impiegate in Italia nel mercato delle rinnovabili.
Enlight Renewable Energy, quotata anche nella borsa americana dov’è consultabile l’elenco delle sue sussidiarie tra cui quelle italiane, conta nel nostro paese un portafoglio nominale (già in fase di realizzazione o potenziale) di 647 MW.
Tramite il suo braccio europeo Enlight Eu Energies Korlatolt Felelossegu Tarsasag, basato a Budapest, ha presentato sei progetti per la costruzione di agrivoltaici, eolici e accumulatori di energia tra Puglia e Basilicata. Per la promozione degli impianti Enlight ha aperto cinque società registrate alla Camera di commercio di Milano: Genzano solar energy srl, Montemilone solar energy srl, Nardò solar energy srl, Stel renewable energies srl, Gravina 2 San felice solar energy srl. Tutti gli iter dei progetti sono in fase autorizzativa avanzata. In particolare, quelli di Nardò (Puglia), riferiti a un agrivoltaico da 104 MW e un accumulatore BESS da 1254 MWh, sono in stato di pre-costruzione, con entrata in esercizio prevista per il 2028.
Oltre ai progetti direttamente controllati dall’azienda madre, Enlight è penetrata nel tessuto economico italiano anche attraverso partnership commerciali e società miste, come la controllata italiana Enlight Energy Services srl con cui ha dato vita alla joint venture Astrea Energia. Quest’ultima è formata dalla compagnia insieme alle italiane Equienergia e SDC associati, ed è stata inaugurata per la promozione di quattro progetti tra Sardegna, Lombardia e Piemonte. Il primo, in provincia di Oristano, è un agrivoltaico promosso attraverso l’srl SmartenergyIT2217 di proprietà di Smartenergy Group AG, una società con sede in Svizzera. La visura camerale è quindi inaccessibile a causa delle diverse leggi sulla trasparenza adottate dallo stato transalpino.
Uno dei due impianti Lombardi, denominato Fotovoltaico «Livia» con potenza di 3,5 MW, è entrato in produzione a giugno 2026, dopo essersi aggiudicato gli incentivi statali con il bando ministeriale FER 1 e un project financing di 2,15 milioni di euro da Unicredit, ottenuti dal partner industriale GreenGo Srl. L’obiettivo di Enlight dichiarato sul sito della controllata italiana è quello di sviluppare una pipeline energetica su larga scala di circa 200 MW, tramite la costruzione di più impianti a basso voltaggio. Oltre a una serie di società di scopo aperte per i singoli terreni, questo progetto verrà realizzato dalla ulteriore joint venture Equi Renew srl (tra Astrea Energia e Equienergia, la boutique ingegneristica italiana che ha co-fondato Astrea Energia insieme a Enlight).
Sono dunque svariati i progetti e le società registrate in Italia riconducibili all’israeliana Enlight Renewable Energy, che si conferma così la seconda compagnia basata a Tel Aviv per portafoglio energetico nel nostro paese.
L’ONG Who Profits ha pubblicato una scheda ad hoc, riportando le operazioni dell’azienda nella Siria occupata. Nel Golan, ad esempio, è la socia maggioritaria dell’impianto eolico Ruach Beresheet da 207 MW, il più grande costruito da entrambi i lati della green line (che negli accordi del ‘49 delimitava i confini di Israele, fino all’occupazione dei territori siriani e palestinesi del ‘67).
Oltre a questo, ha partecipato ad almeno altri cinque impianti negli insediamenti illegali in Siria e nel deserto del Naqab. Nell’agosto 2024, Who profits ha realizzato una mappatura dell’industria israeliana delle rinnovabili riportando tutti i progetti tra Palestina, Siria e Naqab, evidenziando il forte legame tra questo settore dell’economia di Tel Aviv e l’occupazione.
La partita aperta di Shikun e Binui in Toscana
Il caso più eclatante, però, è quello di Shikun & Binui Ltd. La multinazionale israeliana, infatti, compare direttamente nella watchlist Onu come azienda attenzionata per le attività nei Territori Palestinesi occupati. Anche qui c’è una grossa scheda realizzata da Who profits, che evidenzia la sua partecipazione alla costruzione del muro che cinge la Striscia di Gaza, all’estrazione del gas naturale al largo delle coste gazawi, e la realizzazione di agrivoltaici nel Golan siriano, negli insediamenti in Cisgiordania e nel deserto del Naqab dove – per la costruzione degli impianti – sono state demolite 1200 abitazioni beduine. Nel nostro paese, Shikun & Binui ha realizzato proposte di investimento in Toscana e in Sicilia. Nella regione insulare, però, i quattro progetti risultano archiviati e quindi fermi.
In Toscana, invece, la partita è ancora aperta.
A sollevare la questione dei progetti promossi da Shikun & Binui è stato Annibale Quaresima, attivista di Diritti in Palestina, dopo aver scoperto che la compagnia era coinvolta nel progetto di un impianto agrivoltaico a Roccastrada, il suo comune, in provincia di Grosseto. Il progetto prevede l’installazione di 36mila pannelli su 25 ettari, per una potenza complessiva di 20 MW.
L’iniziativa di Roccastrada non è però isolata. Come ha poi ricostruito il manifesto, le società di scopo registrate in Italia da Shikun & Binui sono cinque, tutte promotrici di impianti in Toscana e amministrate da Yuval Skornik, amministratore delegato del ramo energetico europeo del gruppo israeliano.
I progetti si trovano in fasi diverse dell’iter autorizzativo. Quelli promossi da SPV Energy 2, 4, E32 ed E33, nei comuni di Collesalvetti, Grosseto, Casciana Terme Lari e Gavorrano, devono ancora ottenere la Valutazione di impatto ambientale. È invece più avanzato il progetto di Roccastrada, promosso da SPV Energy 3: per completare l’iter manca soltanto l’Autorizzazione unica energetica, il cui rilascio spetta alla Regione.
A Ribolla, frazione di Roccastrada dove dovrebbe nascere l’impianto, è subito montata una mobilitazione: «abbiamo organizzato un presidio a cui hanno partecipato circa 400 persone, tantissime per il nostro piccolo comune, e un convegno a cui sono venute 250 persone», racconta Quaresima a Pubblico.
Anche a livello regionale, però, qualcosa si muove: il Consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra Lorenzo Falchi si sta spendendo per la formulazione di una legge che introduca un sistema di monitoraggio sugli investimenti. A Firenze, poi, sabato 26 settembre si è tenuta una manifestazione regionale, in collaborazione con altre realtà militanti del territorio come il Collettivo di Fabbrica Ex Gkn.
«Questa situazione riguarda la Toscana nella sua interezza, riguarda l’approccio e i criteri che le istituzioni applicano per facilitare la transizione energetica che non possono e non devono risultare in una complicità nel genocidio del popolo palestinese», afferma ancora Annibale Quaresima.
Tra il deficit industriale e gli obiettivi della green economy, quindi, sembra esserci spazio per delle politiche che non comportino il rischio di violare il diritto internazionale. Si tratterà di vedere se queste scelte verranno adottate o meno, e se la transizione avverrà in accordo con le richieste di chi abita i territori interessati.
