Il fallimento dell’attuale modello economico è all’origine dei problemi del nostro tempo: l’aumento delle disuguaglianze, la crisi ecologica, l’indebolimento della democrazia, la crescita dell’instabilità internazionale, la concentrazione del potere finanziario, tecnologico e mediatico in poche mani.
A queste dinamiche si lega in parte anche il declino dell’Italia: un declino economico, demografico e dei diritti, segnato da disuguaglianze elevate, su più dimensioni, e da una crisi ambientale di eccezionale gravità.
Perché allora continuiamo a perseguire questo modello fallimentare? Le risposte sono due: perché conviene a una ristretta minoranza che ha le leve del potere. E perché l’economia non è una scienza neutra, come non lo è la sua narrazione: è una scienza sociale, ed è una storia umana (troppo umana), calata ovviamente nei rapporti di potere.
Il privato è politico
Quando tre anni fa abbiamo immaginato il Festival dell’Economia Critica, la scommessa era proprio questa: dimostrare che si può parlare di economia senza fingere che sia una scienza neutra, separata dai rapporti di potere, dalle disuguaglianze, dalle scelte collettive che disegnano il futuro di un paese, di una comunità, e del genere umano a questo bivio della storia. E che non è affatto vero che “non c’è alternativa”.
Dopo aver affrontato la concentrazione del profitto nel 2024 e le nuove dimensioni dell’intervento pubblico nel 2025, giunti al terzo anno, il nostro sguardo si concentra sulle imprese: il loro rapporto con le istituzioni e i territori, la responsabilità e le possibilità che esse hanno nel determinare la via del progresso (inteso come uno sviluppo che promuova diritti, conoscenza, emancipazione) o la via del declino – quella che purtroppo in Italia e in Europa abbiamo già iniziato a percorrere.
Non è un caso che il titolo di questa edizione, “Il privato è politico”, giochi con uno slogan che ha fatto la storia dei movimenti sociali. Se il personale è politico, lo è a maggior ragione ciò che chiamiamo “privato” in economia. Le scelte di investimento, le strategie industriali, i modelli di impresa non sono mai neutrali: producono effetti che ricadono sui territori, redistribuiscono opportunità e potere, incidono sulla qualità del lavoro, sull’ambiente, sulla tenuta stessa della democrazia.
Due giorni per immaginare una nuova economia
Saranno due giorni intensi, il 9 e 10 ottobre, nella sede della Fondazione Feltrinelli a Milano, con oltre cinquanta relatori tra accademici e studiosi, imprenditori, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni, nazionali e internazionali.
Cominciamo guardando alle imprese più interessanti della nuova economia e continuiamo discutendo il contributo delle imprese pubbliche e le nuove politiche industriali: quelle italiane ed europee, con i loro approdi mancati e i divari fra Nord e Sud, e quelle degli altri paesi, a partire dal caso cinese, che costringe a misurarsi con paradigmi di sviluppo profondamente diversi dai nostri. E poi: chi controlla le big tech?
E che cosa significa parlare di imperialismo digitale quando poche piattaforme concentrano potere economico, politico e persino militare? Un tema che si intreccia con la sessione su economia di guerra ed economia di pace, che chiuderà la prima giornata con la proiezione del cortometraggio Everyday in Gaza, premiato con il David di Donatello.
La seconda giornata guarda invece alle grandi trasformazioni in corso: chi guiderà la transizione ecologica, quali sono le nuove rotte economiche globali che passano dall’Asia, come possono cambiare i modelli di impresa, la finanza, il ruolo dello Stato. E poi le disuguaglianze crescenti, raccontate da Cahal Moran in Why We’re Getting Poorer. Ma anche il 10 ottobre si chiuderà con un dialogo che guarda oltre i nostri confini: il mondo dopo la globalizzazione, tra tecnofeudalesimo e crisi del diritto internazionale. Che contributo può dare l’economia, una nuova economia, a costruire la via della pace?
Come nelle edizioni precedenti, il Festival non si propone come luogo di certezze, di risposte pre-confezionate, ma come spazio di confronto fra esperti, attivisti, rappresentanti delle istituzioni e società civile.
È un’economia che si fa “critica” non per vocazione polemica, ma perché rifiuta di considerarsi tecnica e basta, e chiede conto delle scelte che la orientano, perché rifiuta i dogmi e si ancora al pensiero libero e informato, come è stato nelle epoche migliori della storia umana. L’appuntamento è per discutere insieme di quale strada vogliamo prendere, e di chi ha il diritto di deciderlo.
