Gli spazi, i programmi e le azioni della cooperazione tra israeliani e palestinesi in Cisgiordania
Il ferimento della giornalista ebrea americana Heidi Levine, inviata del «Washington Post», avvenuto venerdì 16 ottobre scorso, dimostra ancora una volta la situazione di pervasiva e inaudita violenza che a partire dalla fine del 2022 – con la nascita del sesto governo Netanyahu tuttora in carica – attanaglia la Cisgiordania tutta.
Già prima del 7 ottobre, infatti, le aggressioni dei coloni contro i palestinesi erano aumentate in maniera significativa, raggiungendo una media di circa tre episodi al giorno, secondo i dati di OCHA.
Levine si trovava in Cisgiordania e, più precisamente, nel villaggio palestinese di Abu Falah, nei pressi di Ramallah, dove stava documentando la raccolta delle olive da parte dei contadini palestinesi.
Ma non stava soltanto osservando e raccontando gli eventi: con la sua stessa presenza partecipava, di fatto, alla protezione della comunità locale dagli attacchi dei coloni israeliani.
La raccolta delle olive, infatti, può oggi svolgersi soltanto grazie all’impegno di numerosi attivisti israeliani, palestinesi e internazionali, ebrei e non ebrei, che nei mesi di ottobre e novembre operano nel Territorio palestinese occupato. Negli ultimi tre anni – in coincidenza della devastazione di Gaza – il numero delle persone e delle organizzazioni coinvolte è cresciuto.
Proteggere le comunità, documentare le violenze
Accanto a realtà nate decenni fa – come le ONG note in inglese con i nomi di Physicians for Human Rights Israel e Rabbis for Human Rights, entrambe fondate nel 1988 agli inizi della Prima Intifada, oppure Breaking the Silence, creata nel 2004 durante la Seconda Intifada – negli ultimi anni ne sono sorte altre, come ad esempio l’iniziativa nota in inglese come Uniting for a Shared Future2, del marzo 2024.
Al contempo, diverse iniziative già esistenti – su tutte il gruppo chiamato in inglese Standing Together3, nato nel 2015 – si sono progressivamente consolidate.
La cooperazione tra israeliani e palestinesi assume oggi forme molteplici: dalla protezione delle comunità rurali minacciate dai coloni, all’assistenza legale; dalla promozione di programmi educativi, di processi di riconciliazione, dialogo e mutuo sostegno, alla documentazione delle violazioni dei diritti umani sia in Israele/Palestina, sia all’estero.
Rompere il silenzio, costruire relazioni alternative
L’esistenza stessa di questi gruppi rappresenta un elemento di grande rilevanza. Il loro obiettivo non è soltanto alleviare le sofferenze che l’occupazione israeliana – l’anno prossimo, nel giugno del 2027, saranno 60 anni, vale la pena ricordarlo – infligge alla popolazione palestinese, ma anche mettere in discussione dal basso gli assetti di potere esistenti e costruire relazioni alternative tra israeliani e palestinesi.
Dal punto di vista morale, il valore di queste esperienze appare evidente. La scelta di cittadini israeliani ed ebrei di impegnarsi concretamente a fianco dei palestinesi richiama principi profondamente radicati nella tradizione ebraica, dal concetto di tikkun olam [riparazione del mondo] alla responsabilità verso il prossimo.
Allo stesso tempo, queste organizzazioni svolgono una funzione essenziale nel contrastare narrazioni che tendono a occultare la realtà dell’occupazione. Grazie al loro lavoro di monitoraggio, documentazione e testimonianza, molte pratiche che altrimenti resterebbero invisibili diventano oggetto di dibattito pubblico e alcune rappresentazioni consolidate del conflitto vengono messe in discussione.
L’idea della «purezza delle armi» dell’esercito israeliano, ad esempio, è radicalmente smentita dall’evidenza empirica e dalle denunce che singoli membri di tali organizzazioni, così come le organizzazioni in quanto tali, avanzano coraggiosamente. Allo stesso modo, viene smentita la convinzione secondo cui il dialogo tra israeliani e palestinesi sarebbe ormai impossibile. Queste esperienze dimostrano che forme di cooperazione e relazione continuano a esistere anche nel momento più drammatico del conflitto.
I limiti politici e il valore della resistenza dal basso
Più complessa è la valutazione della loro efficacia politica. Quale impatto hanno realmente queste organizzazioni? Quale capacità possiedono di modificare le politiche israeliane o di influenzare l’opinione pubblica in Israele? A prima vista si potrebbe rispondere: molto limitata. Finora esse non sono riuscite a spostare in misura significativa gli orientamenti della maggioranza della società israeliana né a condizionare i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Eppure, il loro contributo non può essere misurato soltanto attraverso i risultati immediatamente visibili.
La loro presenza sul terreno impedisce che l’occupazione venga normalizzata completamente. A contempo, queste organizzazioni mantengono aperto uno spazio di critica, di solidarietà e di immaginazione politica, contrasta soprattutto la percezione sempre più diffusa che nulla possa cambiare.
È probabile che questi gruppi, da soli, non siano in grado di trasformare la realtà. Tuttavia, qualora in futuro si producesse un cambiamento significativo, è difficile immaginare che esso possa avvenire senza il lavoro che queste organizzazioni portano avanti quotidianamente, dal basso e spesso lontano dai riflettori.
Per questo, la cooperazione israelo-palestinese conserva un significato profondo e merita di essere sostenuta, sia sul piano umanitario sia su quello civile e politico.
