Cosa ci insegna Israele sull’etnocrazia, nuova forma di dominio


Articolo tratto dal N. 107 di Immagine copertina della newsletter

C’è molta attesa per ciò che emergerà martedì sera prossimo 27 ottobre, quando in Israele, chiuse le urne, inizierà il conteggio dei voti. 

Davvero quel momento segnerà una differenza tra “prima” e “dopo”? O segnerà l’egemonia di un linguaggio etnocratico escludente? E allo stesso tempo quel quadro politico è un’eccezione o consente di individuare una regola in atto in molti sistemi politici in Occidente, nelle aree post-coloniali, nell’area BRICS? 

Il quadro politico israeliano – come scrive Eva Illouz – presenta tratti e temi comuni con sistemi politici a cui l’opinione pubblica riconosce valore democratico, anche se si fondano su emozioni antidemocratiche che caratterizzano i populismi autoritari. 

Tre sono i fattori essenziali: una paura diffusa del nemico, il desiderio di mantenere le distanze e separare i diversi gruppi umani, e una visione vittimistica che finisce per legittimare politiche di sopraffazione.

Non si tratta solo della Turchia di Erdogan, della Russia di Putin; dell’l’India di Modi, nell’ (ex) Ungheria di Orban. Fenomeni analoghi caratterizzano democrazie solide. Per esempio: Paesi Bassi, Stati Uniti, segmenti non marginali della società civile in Germania e in Spagna. Senza dimenticare i sentimenti diffusi in molti paesi dell’America Latina.

Anche per questo è bene non perdere di vista ciò che accade in Israele e in Palestina perché anticipa o lascia intravedere ciò che sta per accadere (o che sta già accadendo) in molti altri luoghi.

Etnocrazia: terra, identità e diritti diseguali

Da tempo la dimensione etnica ha un peso sempre più rilevante nella realtà politica israeliana.

Non è un dato o una caratteristica emersa negli ultimi anni. 

Nel 2006 Oren Yiftachel, docente di geografia e storia urbana all’Università Ben Gurion di Beer Sheva e che da molto tempo propone ricerche documentate su questo tema (qui un elenco delle sue pubblicazioni), pubblica Ethnocracy: Land And Identity Politics in Israel/Palestine (Penn Press) in cui conia un neologismo: etnocrazia.

Con quel termine Yiftachel indica un regime politico che facilita l’espansione e il controllo da parte di un’etnia dominante in territori che per il mondo palestinese sono definiti come «occupati» e per gran parte dell’opinione pubblica israeliana che dal 1967 ha avuto un processo di spostamento a destra sono considerati «contesi».

Quella trasformazione da una prevalenza politica laburista verso destra non è un’eccezione. La realtà israeliana è conforme alla parabola in atto nelle democrazie politiche nell’ultimo mezzo secolo. Riguarda le politiche praticate, ma soprattutto l’immaginario che le accompagna.

Un paese cresciuto sul riscatto del lavoro coniugato con una visione non teologica del suo rientro nella storia improvvisamente affida quel riscatto al ritorno simbolico al Muro del Pianto. L’immagine della vittoria e dell’identità ora non è più data dall’arretramento del deserto ma da Shlomo Goren, rabbino dell’esercito, che suona lo shofar, sotto il muro del Pianto immediatamente dopo l’arrivo dell’esercito sotto il Muro, il 7 giugno 1967. 

Quella trasformazione non è né un tradimento, né un disconoscimento del «prima». Il suo fondamento è nella teologizzazione di molte componenti che si riscontrano già a partire dal 1948 come ha ricordato Wlodek Goldkorn. Alla base sta una idea del riscatto della terra come lavoro in prima persona. Ovvero come missione sacralizzata del lavoro che diventa il segno che esprime diritto alla terra.

La questione riguarda il godimento di diritti tra residenti palestinesi e lenta crescita e affermazione delle politiche insediative, soprattutto nei territori occupati dopo la “Guerra dei Sei Giorni”. Una realtà geografica, quella dei territori occupati, in cui si applicano due sistemi giuridici radicalmente diversi ai due popoli che vi abitano: i coloni israeliani rispondono all’ordinamento civile israeliano; i palestinesi sono trattati in relazione alle norme militari.

Una situazione che sottolinea Raphael Cohen-Almagor, ha elementi in comune, ma che non è coincidente, con l’apartheid sudafricano e che si sostiene sul criterio dell’etnocrazia, non sul razzismo.

L’etnocrazia nei due nazionalismi

Quell’elemento è emerso con particolare forza con l’approvazione (62 voti favorevoli, 55 contrari, 2 astenuti) della “The Basic Law: Israel as the Nation State of the Jewish People”) il 18 luglio 2018 alla Knesseth, una scelta che rappresenta un processo di trasformazione di un capitolo a lungo incerto o non definito nella storia giuridica di Israele intorno al tema della cittadinanza, ma già emerso nelle pratiche insediative a partire dagli anni ’50, come ha ricostruito lo stesso Yiftachel nel 1998  

Un processo che emerge nella definizione della legge del ritorno nella seconda metà degli anni ’50 (segnata da una discussione non solo giuridica ma anche teologica) che stabilisce le corsie di acquisizione della cittadinanza per ebrei non nati in Israele che lì si trasferiscono. 

Ma quel processo non caratterizza la costruzione del vocabolario politico solo di una parte. Quella stessa visione etnocratica è altrettanto presente nella parte palestinese. Una traccia costituente di quel linguaggio e che ritorna nella espressione sacralizzata della terra (un tema che per molti aspetti Edward Said aveva cercato di rispondere con la sua visione laica della politica ma che, per esempio, sta nel l’immaginario poetico di Mahmud Darwish), connotava il Memorandum of the Arab Committee del 1937, quando l’ipotesi di un progetto di stato futuro non prevedeva la presenza di altri se non come sottomessi. 

È importante tener presente quel testo e quel contesto, perché se è vero come propone Palestine 1936 che lì si consuma lo strappo di una possibile convivenza, peraltro già allora problematica, e il mondo palestinese subisce la discriminazione da parte dell’esercito britannico, è anche vero che il vocabolario politico che connotava quella protesta aveva connotazioni e aspirazioni etnocratiche che quel testo contiene, espone e riassume.

Da quelle, nel frattempo, non si è emancipato. Certamente la condizione di esilio, di fuga, i torti subìti, le modalità di costruzione della propria memoria, il modo di raccontare la propria condizione, hanno contribuito ad accentuarle. 

I semi del nazionalismo 

I problemi e le questioni che sono al centro di quel contesto non hanno valore solo locale.Quando si parla di politiche discriminative quel tema riguarda i curdi nella Turchia di Erdogan; I russi dissidenti nella Russia del nuovo “piccolo padre”. i turchi dissidenti hanno spazio? La loro vita è garantita? 

Oppure: tutti i cittadini hanno diritto di voto? Nell’India di Narendra Modi, per ammissione stessa del Primo ministro, sembra proprio di no. Stando alle sue parole 130.000.000 di cittadini indiani per sua decisione, hanno perso il diritto di voto.Il caso com’è noto è scoppiato nella prima settimana ottobre. Anche sotto questo profilo la sottrazione del diritto di vito non è un tratto esclusivo della destra israeliana che ha cercato anche questa volta di togliere ai partiti arabi il diritto di partecipare alle elezioni. La richiesta è stata respinta dalla Corte suprema. C’è un giudice a Gerusalemme, si potrebbe dire. Ancora non sappiamo se c’è un giudice a New Delhi. 

 


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