L’ultima volta che ho parlato di Israele e Palestina in una scuola, ho iniziato da una domanda: “Secondo voi, quando è iniziata?”, ho chiesto agli studenti di quarta e quinta superiore. Molti hanno risposto: nel 1948, altri hanno detto: nel 1945, e un ragazzo se n’è uscito fuori con un “va avanti da sempre”.
Ora, un pizzico di verità in quest’ultima affermazione ci sarebbe pure, eppure credo che per noi adulti sia importante riflettere soprattutto sulla storia contemporanea e i suoi “momenti fatali” (Sternstunden), per dirla con Zweig. “Quando è iniziata?” è appunto una delle domande su cui provo a ragionare, pur senza avere la pretesa di fornire risposte nette, nel mio ultimo libro, Voi avete creato il nostro esilio: la questione coloniale in Israele e Palestina (Garzanti).
Ogni storia, si dice, deve iniziare da qualche parte e così io ho scelto di farla iniziare intorno al 1850, quando le riforme dell’impero Ottomano e i progressi della tecnica hanno prodotto due condizioni: l’inizio dell’immigrazione massiccia degli ebrei in Palestina, che si sono uniti alla comunità ebraica già presente e ben presto diventano la maggioranza relativa a Gerusalemme, e la nascita di una classe di “proprietari assenteisti” tra gli arabi. È l’inizio di qualcosa, di un processo, e il sionismo non era ancora nato.
Tutti i momenti fatali tra Israele e Palestina
Poco dopo, un altro “momento fatale”: la cosiddetta Prima Aliyah (1882-1904), l’ondata migratoria di stampo laico, che potremmo definire “proto-sionista”, che porta con sé la nascita di comunità agricole ebraiche ed è in buona parte una conseguenza dei grandi pogrom in Russia (1881-1884). E ancora: la nascita del sionismo politico (1890 con Birnbaum, o 1896 con Herzl) e la Seconda Aliyah (1904-1914), in larga misura una reazione alla nascita dell’antisemitismo moderno in Germania (l’Antisemiten-Liga, 1879), dell’affaire Dreyfus in Francia (1904) e dell’elezione di Karl Lueger in Austria (1905). Poi, la Prima guerra mondiale, con tutto quello che ha comportato: la nascita del Nili, la rete di spie ebraiche in Palestina che sostiene gli inglesi contro i turchi, la corrispondenza segreta McMahon-Hussein (1915-1916), l’accordo, sempre segreto, Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), il mandato britannico.
In estrema sintesi: gli inglesi promettono ad arabi ed ebrei la stessa terra, mentre si mettono d’accordo con i francesi per tenersela loro. Seguono le prime violenze dei palestinesi contro la comunità ebraica locale, che intanto continua a crescere: Nabi Musa (1921) e Hebron (1929). Poi, il nazifascismo in Europa, la conferenza di Evian con cui i Paesi occidentali chiudono le porte all’immigrazione ebraica: la conseguenza diretta fu la Quinta Aliyah, un esodo senza precedenti di 300.000 mila ebrei in Palestina che ne cambia radicalmente la composizione demografica. E, altrettanto importante, la reazione degli arabi palestinesi, che ora temono di trovarsi in minoranza dove prima erano la maggioranza (vedi Rashid Khalidi). Parlo della rivolta araba del 1936-1939, che contribuì a plasmare il conflitto come lo conosciamo oggi.
Per prima cosa, trasformò lo Yishuv, la comunità ebraica di Palestina, in una piccola Sparta armata fino ai denti. Poi, spinse la leadership sionista a prendere in maggiore considerazione un’idea che prima era marginale: quella di espellere una parte della popolazione palestinese. Terzo, lasciò ferite profonde nella società palestinese, con una buona parte della classe dirigente costretta a fuggire all’estero e le figure aperte alla coesistenza con gli ebrei intimidite o addirittura eliminate. Infine, spinse gli inglesi a varare il Libro Bianco che poneva serie restrizioni all’immigrazione ebraica in Palestina: sommato alla conferenza di Evian, questo lasciò gli ebrei europei senza via di scampo.
2014: l’estate del precipizio
Poi, certo, il 1948. Una data simbolica che si usa per indicare gli eventi sanguinosi che sono avvenuti tra il novembre del 1947 e il luglio del 1949: la guerra civile – arabi contro ebrei, ebrei contro arabi, tutti contro gli inglesi – la guerra d’indipendenza e la Nakba, la cacciata di oltre 700 mila palestinesi i cui discendenti sono considerati profughi ancora oggi. Anche se l’elenco, pure parziale, fatto sopra rende bene l’idea di come il conflitto fosse già iniziato da tempo.
Oggi, però, dopo la distruzione di Gaza, con la Cisgiordania infuocata e mentre Israele va alle urne, è forse utile anche interrogarsi sui “momenti fatali” che hanno reso possibile tutto questo.
Il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre del 2023, dove sono morti quasi 1200 israeliani, soprattutto civili, è stato certamente la scintilla che ha incendiato la polveriera, ma la situazione aveva già preso una pessima traiettoria già prima. Se proprio volessimo rintracciare un momento preciso della Storia in cui lo stato ebraico e i palestinesi hanno iniziato ad affacciarsi sull’orlo del baratro, probabilmente sarebbe l’estate del 2014.
Il 12 giugno tre adolescenti ebrei – due hanno appena 16 anni – vengono rapiti e uccisi da terroristi di Hamas. Quando i loro corpi senza vita vengono ritrovati, quasi venti giorni dopo, la rabbia esplode: la gente scende in piazza a Gerusalemme gridando «morte agli arabi», e tre terroristi ebrei – anche qui due hanno appena 16 anni – rapiscono e uccidono un ragazzino palestinese, sedicenne pure lui. Proprio nel 2014 si diffonde tra i giovani coloni il fenomeno del Tag Mehir – «prezzo da pagare», in ebraico –, una sorta di guerriglia che segue la legge del taglione: uccidere un arabo per ogni ebreo morto. Poi, il mese successivo l’Idf scatena un’operazione massiccia, senza precedenti, sulla Striscia di Gaza, governata da Hamas, il gruppo terrorista non solo è responsabile dell’assassinio dei tre adolescenti e di una campagna di lancio di razzi sulle cittadine e sui kibbutz nel Sud di Israele.
La distruzione di Gaza diventa quasi un fatto ciclico. Il nome dell’operazione militare del 2014, Tzuk Eitan, racconta più di quanto vorrebbe: il termine viene spesso tradotto con «margine protettivo», ma letteralmente significa «precipizio (tzuk) forte (eitan)». Israele è, in effetti, sull’orlo del precipizio.
Consigli di lettura
Voi avete creato il nostro esilio
Anna Momigliano
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Garzanti, 2026
Dalle origini del sionismo alla nascita delle colonie in Cisgiordania, Voi avete creato il nostro esilio ricostruisce una storia complessa in cui le categorie più utilizzate e più usurate del dibattito tornano a misurarsi con i fatti.
Sulle carte geografiche Israele e i Territori palestinesi sono separati da una linea sottile: è la cosiddetta «linea verde», il confine internazionalmente riconosciuto, ma sempre più labile, dello Stato di Israele.
Al suo interno Israele si presenta – e in buona parte funziona – come una democrazia; fuori, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, si è consolidato un altro regime, basato su un’asimmetria radicale dei diritti, sul controllo militare e su una colonizzazione progressiva della terra. Israele, dunque, è uno stato coloniale? Questa domanda trova spesso risposte sbrigative: i sostenitori di Israele la liquidano come propaganda; i critici rispondono istintivamente di sì, magari ignorando le sfumature. Ma il rapporto tra sionismo e colonialismo è complesso, e ha assunto forme diverse nel corso della storia. Se nella prima metà del Novecento i profughi ebrei che arrivarono in Palestina, specie con l’immigrazione di massa degli anni Trenta, lo fecero non per scelta ma perché fuggivano dallo sterminio e nessuno voleva accoglierli, a partire dal 1967, con l’occupazione dei Territori palestinesi e la costruzione delle colonie, Israele è diventato anche una realtà coloniale in senso classico. Finché, dopo il fallimento degli accordi di Oslo, la presenza dei coloni è divenuta permanente, crescendo in modo esponenziale, la «linea verde» è evaporata e il progetto coloniale ha contaminato Israele al suo interno, insinuandosi nell’esercito, nei programmi scolastici, nella società civile.

