Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Contributo editoriale pubblicato in occasione del terzo appuntamento del Ciclo di incontri: La Cina del mondo, Cos’è la Cina? Quale modello economico e sociale caratterizza la Cina oggi, mercoledì 8 maggio 2019 alle 18.30 in viale Pasubio 5 a Milano.


Trent’anni dopo la fine del sistema bipolare e la promessa di un Nuovo Ordine Internazionale, l’architettura politica e istituzionale della convivenza internazionale sembra essersi ripiegata su se stessa. La struttura piramidale dell’immediato dopoguerra fredda, dominata dagli Stati Uniti e dai loro alleati, si è complicata per effetto della progressiva redistribuzione del potere e del prestigio a vantaggio di un gruppo sempre variabile di potenze emergenti (come la Cina) o in ripresa (come la Russia). La pretesa universalista implicita nella “religione civile” della transizione al mercato e alla democrazia  si è scontrata contro l’approfondirsi delle differenze politiche, economiche e culturali tra i diversi insiemi regionali. L’aspirazione a un ordine internazionale liberale ha dovuto fare i conti con l’impossibilità di escludere dalla gestione di un ordine internazionale efficiente potenze essenziali ma non liberaldemocratiche quali la Cina, la Russia o, nei rispettivi contesti regionali, l’Iran, l’Arabia saudita o il Pakistan. Infine, l’intelaiatura istituzionale del nuovo ordine ha ceduto in parte per la crisi delle singole istituzioni internazionali e, in parte ancora maggiore, per la crisi più comprensiva dei principi di legittimità internazionale.

In questo contesto generale di trasformazione, il significato della Belt and Road Initiative non può che travalicare di gran lunga la dimensione economica e commerciale. Non soltanto perché, come è ovvio, questa iniziativa simboleggia la spettacolare redistribuzione del potere politico ed economico già avvenuta nell’ultimo trentennio. La ragione più importante è che la Belt and Road Initiative è la manifestazione più eclatante della corsa al riconoscimento e al prestigio che accompagna, nella storia, l’ascesa di tutte le grandi potenze in termini di potere. Con il varo di questo progetto, la Cina dimostra di non essere più semplicemente in grado di accumulare risorse politiche, economiche e militari, ma di avere la capacità di tradurre questa crescita in un potere di iniziativa e di immaginazione del futuro che sembra mancare sempre di più a tutti gli altri attori. Non solo: se, già da qualche anno, la Cina aveva potuto essere rappresentata come status-seeker, potenza a caccia di status, la Belt and Road Initiative rivela come concretamente avviene questa caccia: non soltanto attraverso le sfide politico-militari nel Mar della Cina meridionale ma, sempre di più, proprio sul terreno istituzionale e multilaterale che, ancora fino a pochi anni fa, sembrava essere prerogativa dei due più protagonisti per eccellenza della politica e dell’economia internazionale degli ultimi due secoli, l’America e l’Europa.

Perché è questa, naturalmente, l’altra faccia della medaglia. Alla crescita della capacità di iniziativa cinese ha corrisposto, negli ultimi quindici anni, un progressivo appannamento della capacità egemonica e della credibilità internazionale degli Stati Uniti. Attribuire questo appannamento all’attuale amministrazione Trump sarebbe, più che una scelta di comodo, una enormità storica. Il declino della leadership americana è cominciato almeno dalla decisione disastrosa della guerra contro l’Iraq nel 2003 ed è stato confermato, a contrario, dall’inefficacia di tutti gli strumenti messi in campo dall’amministrazione Obama per rimediare ai fallimenti di George W. Bush. Rispetto alla “parentesi unipolare” degli anni Novanta, negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti sono stati meno impegnati a guidare la comunità internazionale che a contenere i costi (politici, economici e reputazionali) della leadership. Mentre, di fronte alla crescita cinese, non hanno mai smesso di oscillare tra la suggestione di coinvolgere la Cina in una sorta di nuovo patto costituzionale, che garantirebbe alle due maggiori potenze un ruolo speciale nella gestione dell’ordine politico ed economico internazionale, e un’attitudine più difensiva e controffensiva – perfettamente incarnata dall’attuale amministrazione Trump – convinta dell’inevitabilità del confronto e impegnata a predisporsi “in anticipo” a vincerlo.

Per quanto diversi siano questi due corsi d’azione, quello che li accomuna è l’assenza o, almeno, la marginalizzazione dell’Europa. Anzi è l’intero asse portante delle relazioni transatlantiche a stare perdendo progressivamente peso, insieme alla sua tradizionale traduzione istituzionale, l’Alleanza atlantica. Dal 1945 al 2000, quando queste relazioni erano più vitali, esse stringevano l’una all’altra le due regioni, l’America e l’Europa, che costituivano anche i due centri indiscussi delle relazioni internazionali: sul terreno economico, in quanto le due regioni erano i motori e i massimi beneficiari dell’economia e del commercio internazionali; sul terreno diplomatico e strategico, in quanto la guerra fredda faceva degli Stati Uniti il giocatore più importante e dell’Europa il terreno di gioco decisivo; sul terreno culturale, infine, poiché tutto l’immaginario politico e ideologico del Novecento, per non parlare dello sviluppo delle scienze (naturali e sociali), aveva ancora una chiarissima matrice euro-americana. L’evoluzione degli ultimi tre decenni, invece, ha progressivamente ma irresistibilmente eroso la posizione dell’Europa. Sul terreno diplomatico e strategico, la fine della guerra fredda ha spazzato via anche l’ultimo residuo di centralità di cui l’Europa beneficiava quale teatro principale dello scontro tra le superpotenze. Nello stesso arco di tempo, l’Europa non è riuscita a stare al passo degli attori più dinamici sul terreno economico, fino a scivolare progressivamente indietro nella gerarchia del potere e del prestigio internazionale. Infine, anche sul terreno culturale e dei “valori”, nonostante l’anacronistica pretesa di recitare il ruolo di “grande potenza civile” del XXI secolo, l’Europa dovrà fare i conti con l’inevitabile perdita di attrattività che segue il declino in termini di potere.

Mano a mano che Stati Uniti e Cina si convincono di dovere cooperare o competere direttamente tra loro, l’Europa rischia di ritrovarsi nel ruolo di spettatore o, tutt’al più, di comprimario. E non è un caso che, di fronte allo spettro di un ulteriore declino, i singoli paesi europei diano sempre di più l’impressione di volere cercare ciascuno una propria via d’uscita, anche e prima di tutto attraverso la gara ad assicurarsi “relazioni speciali” con Stati Uniti e Cina – come è avvenuto anche in occasione del recente viaggio in Europa del presidente cinese Xi Jinping.

 

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