Filosofa e scrittrice

Contenuti tratti dalla pubblicazione Per cosa lottare. Le frontiere del progressismo,  edita da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per la collana Ricerche, a cura di Enrico Biale e Corrado Fumagalli.


Una delle argomentazioni più ricorrenti nel dibattito femminista contemporaneo è l’idea che per combattere l’oppressione delle donne si deve cercare di smantellare il modo in cui le diverse fonti di tale oppressione si intersecano l’una con l’altra. Non vi è singolo fattore – sia esso naturale o sociale, sfruttamento economico o soggezione culturale – che, preso da solo, possa assurgere allo stato di causa singola, di archè, per dirlo con un termine filosofico di origine greca, in grado di spiegare le diverse fonti del sessismo e della patriarchia. Di conseguenza, il concetto di intersezionalità è divenuto di recente il principio guida per un crescente numero di femminismi di sinistra.

Eppure, all’interno di questa sempre più vasta letteratura, non vi è alcuna menzione della tradizione che, nel passato, ha più sistematicamente insistito proprio su questo stesso punto: l’anarco-femminismo. La tradizione anarco-femminista, così sistematicamente messa in ombra e trascurata, è invece oggi di particolare attualità.

Insieme al lavoro di smantellamento del binarismo di genere iniziato dalla queer theory, mi sembra importante rivendicare il bisogno di una forma di femminismo che si oppone all’oppressione di coloro che sono percepite come donne e che vengono assoggettate proprio su questa base. Mentre infatti, per un certo periodo almeno, sembrava che la teoria queer avesse riassorbito dentro di sé le rivendicazioni del femminismo classico, negli ultimi anni si è assistito ad un’inversione di marcia. Per quanto importante sia infatti, seguendo le intuizioni fondamentali della teoria queer, mettere in evidenza le trappole di qualsiasi semplicistica categorizzazione di genere, ed in particolare di quelle che oppongono dicotomicamente “donne” ed “uomini”, mi sembra cruciale non perdere di vista il fatto che certi corpi sono sistematicamente oggetto di discriminazione perché percepiti come corpi di donna. Si noti, tuttavia, che, proprio facendo tesoro delle riflessioni queer, vorrei usare il termine “donna” in un modo che include tutti i tipi di donne: le donne femmine, le donne maschio, le donne lesbiche, le donne-trans ed anche le donne queer. Soprattutto se si adotta una prospettiva globale, ineludibile ai nostri giorni, diventa ben presto evidente che le donne sono ancora oggetto di sistematica discriminazione, come emerge dalle ben note statistiche sulle differenze salariali e, forse più macroscopico di tutte, quelle su prostituzione e human trafficking.

Lungi dall’essere una battaglia del passato, l’agenda femminista è quindi di primissima attualità. Ma si tratta di una battaglia che deve essere accompagnata da un’articolazione dei suoi assunti fondamentali che non implichi ricadute in ulteriori gerarchie, inclusi i binarismi di genere o quelli di classe: è su questo punto qui che la tradizione anarco-femminista può essere di aiuto. Mentre certi femminismi del passato sono ceduti alla tentazione di far ricorso a un unico fattore, sia esso economico o culturale, nello spiegare il patriarcato e la misoginia, le anarco-femministe sono sempre state assai sistematiche nel mettere in evidenza il bisogno di guardare a una pluralità di fattori e al modo in cui si intersecano nei singoli contesti, creando costellazioni di volta in volta diverse e particolari.

La marginalizzazione della tradizione anarco-femminista è certamente la conseguenza dell’ostracismo di cui l’anarchismo ha sofferto all’interno dell’accademia, in particolare, e del dibattito pubblico, in generale, dove l’anarchismo continua ad essere percepito come sinonimo di violenza e distruzione. Tuttavia, si tratta di un ostracismo che è avvenuto, e continua ad avvenire, a scapito dell’accuratezza storica, come emerge tramite uno sguardo attento rivolto al passato, e dell’efficacia politica, se ci guarda invece verso il presente ed il futuro.

Lo scopo di questo progetto è quello appunto di individuare le coordinate teoriche di un possibile approccio anarco-femminista adatto alle sfide del nostro tempo. Lo scopo non è quindi solo quello di dare visibilità a un importante componente delle battaglie femministe del passato: al di là dell’accuratezza storica, recuperare alcune intuizioni anarca-femministe ha la funzione di allargare il repertorio di strategie proprio in un momento in cui, come il femminismo intersezionalista ha dimostrato, molteplici fattori convergono sempre di più nell’intensificare l’oppressione delle donne, creando ulteriori gerarchie, siano esse di classe o razziali.

Nel momento in cui il femminismo è stato accusato di essere nient’altro che un’altra forma di white priviledge, questo compito mi pare più importante che giammai in passato. L’emancipazione delle donne nel nord del mondo rischia infatti di avvenire a spese di quelle al sud (o all’est) del mondo che le rimpiazzano sempre più di sovente nei lavori di cura domestici. È proprio quando si adotta una tale prospettiva globale, tanto più necessaria a causa della crescente mobilità del capitale e della forza lavoro, che la catena della cosiddetta global care diventa visibile, e l’attualità della anarca-femminismo evidente. Abbiamo bisogno di un approccio plurale al problema della dominazione delle donne, uno che sia in grado di includere diversi fattori nell’analisi e quindi anche voci provenienti da diverse parti del globo. Come l’anarco-femminista cinese He Zhen scriveva già all’inizio del ventesimo secolo nel suo Problems of Women’s Liberation:

“La maggioranza delle donne è già oppressa dal governo e dagli uomini. Il sistema elettorale semplicemente accresce la loro oppressione aggiungendo un terzo livello di governo: le donne dell’élite. Anche se l’oppressione rimane la stessa, la maggioranza delle donne è ancora sfruttata da una minoranza, in questo caso appunto di donne. […] Quando poche donne al potere dominano la maggioranza di coloro che dal potere ne sono invece escluse, ne insorge la lotta di classe con le sue opposizioni. Se la maggior parte delle donne non vuole essere governate da uomini, perchè accetterebbero invece di esserlo da una poche donne delle élite? Perciò, invece di competere con gli uomini per il potere, le donne dovrebbero lottare per abolire il governo stesso (degli uomini). Nel momento in cui gli uomini saranno privati del loro privilegio, allora si troveranno davvero in una situazione di parità con le donne. Solo in quel momento non ci saranno più nè donne nè uomini sottomessi. Questa sola può essere la liberazione delle donne.”.

L’attualità di queste parole, scritte nel 1907, mostra quanto profetico sia stato il movimento anarco-femminista. E qui, si trova anche una risposta alla nostra domanda fondamentale: perché riproporre l’anarca-femminismo proprio oggi? Perché, a mio avviso, proprio in esso possiamo trovare il miglior antidoto contro la possibilità che il femminismo diventi mero privilegio di classe o di razza, e quindi lo strumento nelle mani di poche donne che dominano la maggioranza di esse. In un epoca in cui la possibile elezione di una singola donna alla carica di presidente di uno stato viene presentata come la strada per la liberazione di tutte le donne, in un epoca in cui Ivanka Trump può presentarsi come campione del femminismo trasformando l’hashtag #womenwhowork nell’etichetta tramite cui promuovere la sua fashion brand, il messaggio fondamentale dell’anarca-femminismo è più attuale che mai:

“Femminismo non significa accesso delle donne al corporate power né fare una donna presidente: significa nessun corporate power e nessun presidente” (Kornegger 2012: 25, traduzione mia).

In altri termini, femminismo non può voler dire liberazione di alcune privilegiate, ma deve voler dire liberazione di tutte le donne.

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