La memoria come atto

clock-943740_960_720

C’è una crisi dell’Europa.
Dubito che nei ventiquattro anni (era il 7 febbraio 1992, una data che non è entrata nel calendario europeo) che ci separano da Maastricht sia nata l’Europa. A dire la verità all’inizio abbiamo provato a misurarci con l’idea di fondare un’identità continentale e per dire che facevamo sul serio abbiamo persino provato a darci un calendario civile e a sceglierci una data che parlasse per noi al futuro. Volevamo fortemente il futuro e soprattutto non volevamo che si ripetesse il passato. Per questo la prima e unica data che ci siamo dati è stato il 27 gennaio, il “giorno della memoria”, pensato all’inizio del 2000. Perché è stata scelta quella data? Perché non era una data nazionale, non ricordava nessuna vittoria. Ma funzionava come un canone: diceva che indietro non si tornava. Che il passato stava alle spalle. Era una data metafisica ed era una data che voleva parlare al futuro. Ma non è mai riuscita a parlare la lingua del futuro, perché si è proposta come sguardo al passato.

Molti pensano il 27 gennaio come una data riparatrice, o come una data “di penitenza”. Indubbiamente nell’evento ricordato c’è questo. La scelta di quella data voleva guadare al millennio che si apriva. Non a quello da cui stavamo per congedarci.

Il Giorno della memoria – il 27 gennaio – non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza ogni paese ha una sua data nel proprio calendario pubblico (noi abbiamo il 2 novembre). Non c’è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è invece il giorno dei vivi. Della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti.

Più precisamente. La Shoah è un evento che ha voluto dire distruzione fisica di milioni di individui sulla base di una macchina persecutoria che colpiva gli inquilini della porta accanto. Per questo la memoria del loro sterminio riguarda tutti noi. Non è un evento privato. È l’evento strutturale in cui noi europei abbiamo conosciuto le nostre “potenzialità”.

Il 27 gennaio non è il giorno in cui gli ebrei ricordano la Shoah (quello è il 27 di Nissan la data nel lunario ebraico che segna l’inizio della rivolta del ghetto di Varsavia, che cade in una data variabile del nostro calendario tra la seconda metà di aprile e i primi di maggio) ma riguarda un pezzo della storia culturale dell’Europa con cui l’Europa ha iniziato a confrontarsi, in ritardo e spesso con disagio. Per questo proporla come data nel calendario civile europeo significava pensarla come un patto per il futuro.

E chiamare quella data “giorno della memoria” non voleva dire pensare in termini di passato, ma in termini di futuro. Può sembrare contraddittorio affermare che la memoria riguarda il futuro, ma è logico.

La memoria non è un fatto. È un atto. Un atto che si compie tra vivi, volto a legare tra loro individui in relazione alla costruzione di una coscienza pubblica. Per questo ha un valore pragmatico. Ossia serve per fare qualcosa (altrimenti è una commemorazione). E’ un atto che dice oggi che del passato si è trattenuto qualcosa, e che quel qualcosa ha arricchito la nostra capacità di agire oggi in relazione a un domani che si intende costruire. Non volere quel passato non significa riscriverlo, ma impegnarsi per un altro futuro.

È ancora così? Oppure come ieri a Varsavia, o a Budapest o a Sarajevo, o a Srebrenica e oggi a Kobane, il nostro sguardo racconta l’indifferenza?

David Bidussa
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

25/01/2016

pagina 13937\