Università degli Studi di Milano

Ai tempi della disintermediazione e della jobless society il problema di come rappresentare gli interessi sociali, a partire da quelli legati al mondo del lavoro, appare denso di nuove contraddizioni, che hanno la loro radice in un importante elemento strutturale. Prima la società industriale e dopo quella post-industriale sono state caratterizzate da due ancoraggi: 1) la chiara riconoscibilità, dal punto di vista identitario e degli interessi rappresentati, dei mondi del capitale e del lavoro come protagonisti primari e reciprocamente antagonisti dei processi produttivi della società; 2) la presenza di confini abbastanza certi e ben determinati fra mercato e gerarchie organizzative (make or buy) nella produzione di beni e servizi, con la conseguente definizione di chiari ruoli per lavoratori e consumatori. Con la jobless society, invece, tali ancoraggi vengono chiaramente meno.

In primo luogo, lo sviluppo tecnologico e l’avvento dell’economia digitale hanno reso possibile la realizzazione di attività imprenditoriali in cui la detenzione del capitale di impresa, come fattore produttivo, è meno decisiva che in passato. Grazie alle nuove tecnologie della rete poche persone possono inventarsi dal nulla una piattaforma e collocarla sul mercato, ottenendo anche un grande successo economico, senza che ciò richieda necessariamente ingenti capitali economici. E ciò contribuisce a creare una forma di imprenditorialità diffusa che nulla ha a che vedere con quelle tradizionali del capitalismo industriale e post-industriale. Al tempo stesso, tempi e modi del lavoro hanno raggiunto livelli di eterogeneità, variabilità e frammentazione tali da impedire al lavoratore di avere una chiara percezione del proprio profilo professionale. Nuovi lavori nascono e muoiono di continuo, e l’esperienza di chi lavora è sempre più caratterizzata da un susseguirsi di attività, spesso eterogenee fra loro, che rendono assai difficile la costruzione di identità professionali stabili nel tempo. Ma non è solo l’affermazione incontrastata di un’economia capitalista di stampo neo-liberista, ispirata alle logiche di una feroce concorrenza di mercato su scala globale, che ha favorito la costruzione di un mondo del lavoro e dell’impresa dalle molteplici e mutevoli forme. Importanti trasformazioni culturali e sociali, a cominciare dalla diffusione delle nuove tecnologie digitali, hanno contribuito a modificare le caratteristiche del capitale e del lavoro, rendendoli fattori produttivi molto più variabili e diffusi. Ciò fa sì che lavoratori e imprenditori fatichino sempre più ad avere una chiara percezione della loro collocazione nel processo produttivo (una loro coscienza di classe) e tale difficoltà influisce in maniera negativa sulla loro capacità di organizzare la rappresentanza collettiva dei rispettivi interessi.

Si assiste qui a due fenomeni specularmente simili. Da un lato, i lavoratori, che nel corso della loro vita lavorativa sperimentano mansioni diverse in contesti diversi, spesso eterogenei fra loro, non si intendono più come parte di un comune destino. Dall’altro, i nuovi player dell’economia digitale, che organizzano piattaforme per la produzione e lo scambio di beni e servizi secondo forme che ben poco hanno a che fare con quelle dell’impresa tradizionale, non si intendono più come responsabili di una funzione imprenditoriale che combina altri fattori produttivi, a cominciare dal lavoro, in maniera stabile e duratura.

In secondo luogo, la realizzazione dei processi di produzione e scambio di beni e servizi non si determina più sulla base di distinzioni certe fra mercato e gerarchie organizzative, cioè a dire quei confini fra make (produzione) or buy (scambio) che la teoria economica dei costi di transazione ha tradizionalmente utilizzato per determinare la configurazione di un’impresa. Oggi, sempre grazie allo sviluppo tecnologico e all’avvento dell’economia digitale, la funzione di produzione (make) vede talvolta partecipe anche il consumatore, che sulle piattaforme web diventa produttore in prima persona dei pacchetti di beni e servizi che lo riguardano (dalla vacanza ai mobili del salotto). E un fattore produttivo come il lavoro, tradizionalmente integrato nella gerarchia organizzativa d’impresa (make), viene acquistato sul mercato (buy) in forme frammentarie e contingenti, che rispondono alle opportunità di profitto del momento, invece di legarsi al capitale in maniera stabile e continuativa, come accadeva nell’impresa capitalistica del mondo industriale e post-industriale. Comprare sul mercato o integrare nell’organizzazione d’impresa un determinato fattore produttivo (paradigmatico, a tale proposito, è il lavoro) è un quesito la cui soluzione oggi si fonda su riferimenti diversi dal passato. E, ancora una volta, ciò non è soltanto l’effetto dell’affermazione incontrastata di un’economia capitalista di stampo neo-liberista. Ma è il prodotto di trasformazioni strutturali della nostra società, che rendono più contingenti e volatili le forme del lavoro e il loro impiego nei processi produttivi.

La perdita di questi due ancoraggi – riconoscibilità identitaria e di interesse del capitale e del lavoro, e certezza dei confini fra gerarchie organizzative e mercato nelle attività imprenditoriali – sono con tutta probabilità all’origine della crisi della rappresentanza degli interessi organizzati con la quale jobless society e disintermediazione (in tal senso, effetti e non cause di ciò che sta accadendo) costringono a confrontarsi. Ed è per ciò che la nostra discussione su come uscire da questa crisi, tanto risulta efficace nell’individuazione dei problemi quanto sembra ancora inadeguata a delineare delle possibili soluzioni. La difficoltà a comprendere come riconquistare un legittimo spazio di contrattazione per un lavoro che è sempre più costretto a scontare retribuzioni inadeguate e occupazione precaria, o come ridefinire un conflitto fra capitale e lavoro sul quale organizzare delle forme collettive di rivendicazione e tutela dei lavoratori, deriva proprio dal fatto che le nostre categorie di analisi delle forme della rappresentanza e delle relazioni industriali non rispondono più al mondo che abbiamo sotto gli occhi.

Uscire dalla crisi della rappresentanza, per quel che riguarda gli interessi organizzati, a partire dal mondo del lavoro, richiede anzitutto di comprendere come può ricostruirsi un tessuto di identità collettive in una realtà sociale e produttiva in cui sono venuti meno gli ancoraggi di cui abbiamo parlato. È necessario anzitutto comprendere in che misura i cambiamenti intervenuti nell’organizzazione dei processi produttivi siano il portato di trasformazioni culturali e sociali così profonde dall’aver modificato radicalmente le caratteristiche dei mondi del lavoro e dell’impresa della società in cui viviamo. Ed è questo l’obiettivo sul quale intende lavorare questa area di ricerca.

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